Gli Stati Uniti si assicurano il diesel russo mentre l’Europa continua a pagare il prezzo delle sanzioni

Dopo aver guidato la campagna occidentale contro l’energia russa, Washington allenta temporaneamente le sanzioni per importare diesel da Mosca. L’Europa, invece, mantiene la linea restrittiva e continua a sopportarne i costi economici, industriali e sociali, evidenziando le contraddizioni dell’alleanza transatlantica.

Global Times – 12 ottobre 2026

Da anni gli Stati Uniti guidano la campagna volta a sanzionare la Russia e a privare Mosca delle entrate necessarie a finanziare la guerra in Ucraina. L’Europa ha preso sul serio questa missione. Ora, proprio nel momento in cui Washington ha bisogno di maggiori quantità di diesel, gli Stati Uniti tornano a rivolgersi alle forniture russe.

Il settimanale britannico The Spectator ha definito l’accordo un «tradimento». The Guardian ha messo in guardia dal rischio di una nuova crisi con gli alleati della NATO, mentre la CNN ha affermato che la decisione ha provocato una spaccatura nell’alleanza occidentale.

Tutto è cominciato all’inizio di questo mese, quando gli Stati Uniti hanno annunciato un accordo con la Russia per la fornitura di diesel, accompagnato da un temporaneo allentamento delle relative sanzioni. In base al piano reso noto, la Russia fornirà immediatamente più di 300.000 tonnellate di diesel, cui seguiranno 500.000 tonnellate a novembre e un milione di tonnellate subito dopo.

Washington ha stabilito le regole. Ora Washington introduce le eccezioni.

Perché? Secondo gli osservatori, con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, una riduzione dei prezzi dei carburanti risulta politicamente vantaggiosa. Il diesel alimenta i macchinari agricoli, gli autocarri, il settore delle costruzioni, l’industria estrattiva e gran parte dell’industria pesante. Quando i prezzi aumentano, i costi si propagano lungo le catene di approvvigionamento e finiscono per gravare sulle bollette delle famiglie. Quando le sanzioni entrano in conflitto con le pressioni economiche interne, Washington è pronta a riconsiderare le regole. La moralità resta lo slogan. Gli alleati continuano a sostenerne i costi. A decidere sono gli interessi nazionali.

La responsabile della politica estera dell’Unione europea, Kaja Kallas, si è opposta alla sospensione delle sanzioni sul diesel russo. La Germania e il Regno Unito hanno dichiarato che manterranno le misure restrittive. Il primo ministro estone Kristen Michal ha definito la decisione statunitense un «grave errore di valutazione».

Dal 2022, l’Europa si è impegnata a ridurre la propria dipendenza dall’energia russa, accettando costi più elevati in nome di obiettivi di sicurezza più ampi. Questa trasformazione non è mai stata priva di conseguenze. Prima della guerra, le forniture russe di gas naturale, petrolio e prodotti raffinati costituivano un elemento centrale del mix energetico europeo. Un’energia economica e affidabile offriva all’industria europea un vantaggio competitivo e aveva sostenuto anni di crescita economica. Oggi, tuttavia, questi legami energetici sono stati deliberatamente recisi. L’Europa ha dovuto riorganizzare le proprie fonti di approvvigionamento, le infrastrutture e la logistica. Le imprese hanno dovuto affrontare costi crescenti e una maggiore incertezza, numerose fabbriche hanno trasferito la produzione all’estero, i prezzi sono rimasti elevati e l’economia europea ha continuato a soffrire.

Ora gli Stati Uniti introducono un’eccezione a proprio vantaggio, mentre l’Europa continua a pagare. Eppure alcuni politici europei preferiscono continuare a importare energia a prezzi elevati e ripetere gli stessi slogan, anziché ammettere che l’interruzione quasi completa delle forniture energetiche russe a basso costo è stata una scelta autolesionista.

Gli Stati Uniti si dimostrano flessibili quando sono in gioco i propri interessi, mentre alcuni dirigenti europei rimangono ideologicamente ancorati alla contrapposizione e rifiutano di prendere in considerazione persino una tregua nelle ostilità energetiche o la possibilità di ripristinare forme di cooperazione. Non si tratta di coerenza con i principi, ma di una trappola costruita dagli stessi europei. Se l’Europa resterà bloccata in questa posizione, saranno soprattutto i cittadini europei a continuare a pagarne il conto.

La collera dell’Europa mette in luce una contraddizione che esiste da tempo, ma che viene spesso nascosta dietro grandi slogan. Gli Stati Uniti e l’Europa condividono numerosi interessi, ma ciò non significa che questi continueranno sempre a coincidere. Un’alleanza può ridursi alla disponibilità a restare uniti finché le condizioni sono favorevoli. Quando il vento cambia, il partner più forte dispone spesso della maggiore libertà di modificare la propria direzione, lasciando gli altri in difficoltà.

L’Europa si trova ora davanti a una scelta priva di soluzioni semplici. Se manterrà le sanzioni, dovrà continuare a sostenerne i costi e spiegare ai cittadini perché valga ancora la pena pagarli. Se le allenterà, dovrà confrontarsi con la possibilità che i precedenti obiettivi politici fossero sbagliati. Entrambe le strade comportano costi. Nessuna delle due consentirà all’Europa di uscire dalla crisi energetica dall’oggi al domani.

Questo episodio offre tuttavia una lezione all’Europa: la sicurezza energetica dovrebbe servire a garantire il funzionamento del continente, non a mantenere una determinata linea politica a qualsiasi costo, e non può dipendere dal presupposto che un altro Paese agirà sempre nell’interesse europeo. La resilienza delle catene di approvvigionamento, le riserve strategiche e la diversificazione delle fonti non sono scelte facoltative, ma questioni di sopravvivenza. Non si dovrebbe mai affidare ad altri l’ancora di salvezza del proprio approvvigionamento energetico, nemmeno quando questi si definiscono «alleati».

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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