Il messaggio di giustizia della Cina all’ONU è semplice: pace, sviluppo ed equità

Alla vigilia del Dibattito generale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la Cina richiama l’attenzione sulle guerre, sulle disuguaglianze nello sviluppo e sui rischi dell’intelligenza artificiale, proponendo un ordine multipolare fondato su pace, inclusione ed equità.

Global Times – 20 settembre 2026

Nell’ambito dell’ottantunesima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Dibattito generale di alto livello si svolgerà dal 22 al 28 settembre. La tribuna è pronta. Che cosa dovrebbe aspettarsi di ascoltare il mondo? Il pianto dei bambini di Gaza, le richieste d’aiuto dei piccoli Stati insulari, le rivendicazioni di sviluppo ed equità del Sud globale.

L’Iran ha ragione: partecipare è un diritto sancito dalla legge, non una concessione. Per estensione, la pace è un diritto, lo sviluppo è un diritto e anche non essere lasciati indietro nell’era dell’intelligenza artificiale è un diritto. Questo è il messaggio di equità che la Cina porterà alle Nazioni Unite: un mondo multipolare equo e ordinato e una globalizzazione universalmente vantaggiosa e inclusiva, che non serva a controllare gli altri, ma permetta a tutti di vivere e prosperare insieme.

Se i delegati possono entrare nel Palazzo delle Nazioni Unite soltanto a discrezione del Paese ospitante, sottoposti a limitazioni negli spostamenti e costretti a partecipare con delegazioni ridotte, il diritto internazionale e l’Accordo relativo alla sede delle Nazioni Unite risultano già svuotati del loro significato.

La contraddizione diventa ancora più grave quando, tra due Stati in guerra, Israele viene ammesso mentre i rappresentanti palestinesi sono esclusi per avere portato il conflitto con Israele davanti ai tribunali internazionali. Tra le rovine di Gaza, intanto, le famiglie continuano a cercare i resti dei propri cari e il sangue delle donne e dei bambini non si è ancora asciugato. A chi possono rivolgersi le vittime per ottenere giustizia? La tribuna delle Nazioni Unite non dovrebbe esistere soltanto per i più forti.

Da oltre ottant’anni, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite rappresenta un foro per il cambiamento mondiale, dalla Guerra fredda alla riforma dell’ONU. Tutti i 193 Stati membri dispongono dello stesso diritto di voto e anche i più deboli possono far sentire la propria voce. La storia ha dimostrato ripetutamente che le regole devono essere applicate in modo uguale e che i diritti non dipendono dalle dimensioni di un Paese. L’egemonia stabilisce quali voci debbano essere ascoltate e quali invece debbano essere escluse, ma non ha mai garantito la pace: trasforma soltanto l’Assemblea nel salotto dei potenti.

Il mondo dovrebbe ascoltare anzitutto i bambini di Gaza. Il loro pianto non è un rumore di fondo, ma un interrogativo rivolto alla coscienza dell’umanità. Bombardamenti, blocco e fame si susseguono incessantemente; gli aiuti vengono interrotti; neppure gli ospedali e le scuole sono luoghi sicuri. La guerra in Sudan è altrettanto brutale e ha provocato milioni di sfollati, eppure è stata quasi dimenticata dalle telecamere.

La Cina chiede un cessate il fuoco immediato, l’accesso degli aiuti umanitari, la fine delle annessioni e l’attuazione della soluzione dei due Stati. Senza cessate il fuoco non può esservi sviluppo. Senza giustizia non può esservi un cessate il fuoco duraturo.

Devono inoltre essere ascoltate le voci del Sud globale sulla questione climatica, mentre i Paesi sviluppati devono mantenere gli impegni assunti in materia di finanziamenti per il clima. La Cina pianta alberi, installa pannelli solari e promuove su vasta scala i veicoli elettrici, condividendo le proprie tecnologie con i partner del Sud globale perché, di fronte alla crisi climatica, ci troviamo tutti sulla stessa barca.

Il mondo deve ascoltare anche la richiesta di sviluppo ed equità proveniente dal Sud globale. Il Sud comprende la maggioranza della popolazione mondiale e genera gran parte della crescita economica, ma continua a non disporre di una rappresentanza adeguata nel Consiglio di Sicurezza, nel Fondo monetario internazionale e nell’Organizzazione mondiale del commercio. Questi Paesi chiedono opportunità, non beneficenza: catene di approvvigionamento stabili, mercati aperti, tecnologie accessibili e strumenti finanziari che non vengano trasformati in armi. Politicizzare il commercio, subordinare gli investimenti a logiche di sicurezza e innalzare barriere alla cooperazione tecnologica danneggia le condizioni di vita di tutti.

Condividendo i mercati, costruendo infrastrutture e potenziando le capacità nel settore verde, la Cina intende dimostrare che la modernizzazione non è un brevetto riservato a una minoranza di Paesi. Proprio per questa ragione, oggi l’Assemblea generale rimane insostituibile.

Anche non essere lasciati indietro nell’era dell’intelligenza artificiale è un diritto. L’IA avanza più rapidamente della capacità dell’umanità di comprenderne i rischi. Può diagnosticare le malattie, sostenere l’insegnamento e prevedere i disastri, ma può anche aggravare la sorveglianza, le discriminazioni e la disoccupazione. Se le regole saranno scritte soltanto da un numero ristretto di imprese e Stati e se i dati verranno monopolizzati, il Sud globale sarà lasciato ancora una volta indietro.

La Cina sostiene un’«intelligenza artificiale per il bene comune e a beneficio di tutti» e ne promuove l’utilizzo come risorsa condivisa attraverso iniziative a codice aperto e programmi per lo sviluppo delle capacità, affinché i medici africani, gli insegnanti del Sud-Est asiatico e gli agricoltori latinoamericani possano trarne beneficio. La Cina non persegue alcuna egemonia nell’intelligenza artificiale: auspica semplicemente che nessun bambino venga escluso dal futuro a causa del luogo in cui è nato.

Il messaggio di giustizia e di equità della Cina alle Nazioni Unite non è complicato. In primo luogo, la pace: riduzione delle tensioni e dialogo, non sanzioni e bombardamenti. In secondo luogo, lo sviluppo: riportare al centro l’Agenda 2030, attribuendo priorità alla riduzione della povertà, alla sicurezza alimentare, alla salute e all’istruzione. In terzo luogo, l’equità: riformare il sistema di governo globale non significa costruire da zero un altro sistema, bensì allargare il tavolo, moltiplicare le voci e rendere più giuste le regole.

La Cina è pronta a schierarsi al fianco di tutti i Paesi che hanno a cuore la pace e perseguono lo sviluppo, trasformando il semplice «sopravvivere» nel «prosperare» e la logica del «tu perdi, io vinco» in quella nella quale «vincono tutti».

SEGUI LA PAGINA FACEBOOK
SEGUI IL CANALE WHATSAPP
SEGUI IL CANALE TELEGRAM

Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.

Avatar di Sconosciuto

About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.