Dalla tragedia al confine tra Cina e Nepal ai precedenti sulle Ande, sulle Alpi e nell’Himalaya, l’inchiesta esamina come riscaldamento climatico, instabilità geologica e scioglimento dei ghiacciai accrescano il rischio di valanghe e rendano indispensabili monitoraggio e allerta precoce.

di Shen Sheng, Liang Rui e Chen Zishuai (Global Times) – 5 settembre 2026
Il 26 agosto una valanga di roccia e ghiaccio ha travolto un pendio d’alta quota in Nepal, innescando una devastante colata detritica che ha provocato morti e dispersi su entrambi i versanti del confine sino-nepalese.
Fino a venerdì erano stati accertati 31 morti, mentre altre 531 persone risultavano ancora disperse (sul solo versante cinese, ndt) dopo che una colata di fango, provocata dal crollo di un ghiacciaio d’alta quota in Nepal, aveva investito il valico di Gyirong, situato al confine tra Cina e Nepal nella Regione autonoma dello Xizang, nella Cina sudoccidentale, secondo le autorità locali, impegnate nelle operazioni di valutazione dei rischi.
Quanto accaduto tra le montagne è stato più di un singolo disastro: ha mostrato come il rapido riscaldamento degli ambienti montani possa trasformare terreni sempre più fragili in fonti di pericoli improvvisi e mortali.
Con il ritiro dei ghiacciai e la crescente instabilità delle masse glaciali, le valanghe di ghiaccio e quelle di roccia e ghiaccio stanno diventando una minaccia sempre più grave nelle regioni d’alta quota, oltre che estremamente difficile da prevedere.
Nella sua essenza, il pericolo non è nuovo. Dalle Alpi e dalle Ande al Caucaso e all’Altopiano del Qinghai-Xizang, grandi valanghe di ghiaccio hanno ripetutamente attraversato con violenza le valli montane, causando vittime e modificando il paesaggio.
Che cosa ha dunque distinto il crollo verificatosi il 26 agosto sul monte Langtang Lirung, in Nepal, da alcune delle più gravi valanghe di ghiaccio del passato? E, mentre il cambiamento climatico modifica il comportamento dei ghiacciai e delle masse glaciali, che cosa può fare l’umanità, in questa fase cruciale per gli equilibri ecologici, per ridurre al minimo i danni e le perdite?
Per trovare risposte, i giornalisti del Global Times hanno esaminato alcuni dei principali disastri verificatisi nel mondo e consultato autorevoli esperti internazionali, cercando di ricostruire che cosa sia cambiato e quali insegnamenti possano ancora essere tratti dal passato.
Prevedere pericoli complessi
Il monte Huascarán, nelle Ande peruviane, viene citato frequentemente nella storia delle grandi catastrofi provocate dalle valanghe di ghiaccio. Alton C. Byers, ricercatore associato senior dell’Istituto di ricerca artica e alpina (INSTAAR) dell’Università del Colorado a Boulder, ha dichiarato al Global Times che alcuni dei primi casi ancora studiati dai ricercatori risalgono alle grandi valanghe verificatesi sullo Huascarán nella seconda metà del XX secolo. Anche quegli eventi produssero colate detritiche iperconcentrate, dalla consistenza simile al fango, analoghe a quella innescata dalla recente valanga del monte Langtang Lirung, ha spiegato.
Byers ha descritto il disastro del monte Langtang Lirung come l’episodio più recente di una serie di valanghe di ghiaccio che, negli ultimi anni, hanno seguito processi sorprendentemente simili e, in alcuni casi, quasi identici. «Potremmo risalire ancora più indietro, fino agli anni Settanta in Perù», ha affermato.
Nel 1962 un’enorme massa glaciale si staccò dalla cima settentrionale dello Huascarán, percorrendo 15 chilometri in sette minuti. La massa di detriti, scendendo per un dislivello di 4.000 metri, travolse ogni cosa lungo il proprio percorso, comprese nove località tra villaggi e cittadine, secondo il Servizio geologico degli Stati Uniti.
Otto anni dopo, un terremoto di magnitudo 7,7 provocò un crollo molto più esteso sulla stessa cima. Fino a 100 milioni di metri cubi di rocce, neve e ghiaccio seppellirono la città di Yungay a una velocità che raggiunse i 335 chilometri orari, causando la morte di oltre 18.000 persone, secondo il Servizio geologico degli Stati Uniti.
Questi disastri evidenziano i pericoli a cascata associati alle valanghe di ghiaccio: un singolo crollo può innescare colate detritiche e altri disastri secondari, come avvenuto nel recente episodio del monte Langtang Lirung.
Una valanga di ghiaccio verificatasi in un determinato luogo, inoltre, potrebbe non costituire un evento isolato. La valanga del ghiacciaio Aru, avvenuta nello Xizang nel 2016, ha a sua volta messo in evidenza la necessità di un monitoraggio regionale. I dati ricavati dalle carote di ghiaccio del vicino ghiacciaio Guliya hanno mostrato una tendenza al riscaldamento e all’aumento dell’umidità, con temperature giunte ai livelli più elevati degli ultimi mille anni. Questi risultati hanno alimentato le richieste di un controllo coordinato dei sistemi glaciali interconnessi e di un monitoraggio complessivo dei cambiamenti degli ecosistemi, compresi laghi e praterie.
Con l’aumento delle temperature globali, l’indebolimento della stabilità dei ghiacciai e l’intensificazione dei cicli di gelo e disgelo accrescono il rischio di valanghe di ghiaccio. Tra gli scienziati a livello internazionale si sta consolidando il consenso secondo cui tali eventi potrebbero diventare più frequenti.
Amod Mani Dixit, fondatore della Società nazionale nepalese per la tecnologia antisismica, geologo senior, specialista nella gestione del rischio di catastrofi e ricercatore ospite del programma PIFI presso l’Istituto di ricerca sull’informazione aerospaziale dell’Accademia cinese delle scienze, ha dichiarato al Global Times che le autorità devono prepararsi alla possibilità che pericoli più complessi e interconnessi si verifichino simultaneamente.
Un singolo episodio di riscaldamento, per esempio, potrebbe provocare una valanga di roccia e ghiaccio capace di aprire una breccia in una diga morenica. L’evento potrebbe coincidere con forti precipitazioni, dando origine a un disastro composito in grado di sopraffare le tradizionali opere di difesa progettate per fronteggiare singoli pericoli, ha spiegato Dixit.
Il peso dei fattori geologici
Un possibile termine di paragone per la valanga di roccia e ghiaccio del monte Langtang Lirung è il disastro mortale che nel febbraio 2021 colpì Chamoli, nello Stato indiano dell’Uttarakhand. Come il recente evento verificatosi in Nepal, anche il disastro di Chamoli comportò una combinazione a cascata di cedimenti del ghiaccio e delle rocce.
«Il recente evento è realmente paragonabile in modo diretto soltanto a quello indiano di Chamoli», ha dichiarato venerdì al Global Times Jakob Steiner, geoscienziato dell’Università di Graz, in Austria. In entrambi i casi, il primo cedimento interessò il substrato roccioso, trascinando nel crollo il ghiaccio sovrastante. Sebbene i due eventi differissero per dimensioni e caratteristiche del terreno, «osserviamo processi simili», ha affermato.
Il confronto mette quindi in evidenza l’importanza dei fattori geologici tanto nel disastro del monte Langtang Lirung quanto in quello di Chamoli, ha osservato Steiner.
«Più che l’effetto del clima sul ghiaccio, diventa importante comprendere quello esercitato sulle rocce e sul permafrost», ha spiegato lo studioso, richiamando una questione più ampia per la prevenzione delle catastrofi: mentre il cambiamento climatico trasforma gli ambienti d’alta quota, capire in che modo indebolisca non soltanto i ghiacciai, ma anche le rocce e il permafrost potrebbe risultare decisivo per valutare i rischi futuri.
Steiner ha inoltre osservato che, in termini di distanza percorsa e impatto, il disastro del monte Langtang Lirung è stato «molto più grande di qualsiasi altro registrato in epoca moderna», anche se non necessariamente per quanto riguarda il volume iniziale.
Le dimensioni del disastro, ha affermato, dovrebbero indurre a riesaminare radicalmente il modo in cui eventi simili vengono interpretati e le misure adottate per prepararvisi. «Da queste catastrofi possiamo comprendere che le nostre stime sulla probabilità che si verifichino eventi di determinate dimensioni devono essere completamente riconsiderate», ha dichiarato Steiner. Al tempo stesso, «qualsiasi soluzione per l’allerta precoce e il possibile monitoraggio deve essere adattata alle nuove realtà».
«Non possiamo semplicemente continuare come abbiamo sempre fatto», ha sottolineato.
Ciò richiederà il contributo di esperti appartenenti a diverse discipline e provenienti da più Paesi, mettendo a frutto gli insegnamenti ricavati dal numero relativamente limitato di eventi di questo tipo che, finora, sono stati compresi meglio.
Monitoraggio e allerta precoce
Le valanghe di ghiaccio rientrano tra i pericoli più distruttivi della criosfera: presentano dinamiche complesse, una prevedibilità limitata e conseguenze catastrofiche. Nella regione dell’Altopiano del Qinghai-Xizang, il rapido riscaldamento accelera il ritiro dei ghiacci, determinando la formazione di laghi glaciali più numerosi e più estesi e rendendo instabili i ghiacciai. Il crescente rischio di valanghe di ghiaccio minaccia la sicurezza ecologica: che cosa si può fare, dunque, per rispondere più efficacemente ai crolli glaciali?
L’umanità non dispone ancora di conoscenze sufficienti sui processi ecologici che interessano il versante meridionale dell’Himalaya. Dixit ha osservato che il rapido deterioramento della criosfera può innescare rischi a cascata. Con il ritiro dei ghiacciai, l’indebolimento delle pareti rocciose e la presenza di depositi glaciali non consolidati possono provocare cedimenti dei versanti e aumentare il carico di sedimenti, mettendo in pericolo le aree situate a valle molto tempo dopo l’inizio del ritiro glaciale.
Dixit ha chiesto che la pianificazione dello sviluppo delle infrastrutture e delle aree residenziali sia basata sulla valutazione dei rischi. Ha inoltre sollecitato la realizzazione di una cartografia multirischio estesa lungo interi corridoi vallivi, dagli alvei fluviali fino alle creste d’alta quota, per migliorare la capacità di resistenza nel lungo periodo.
Byers ha affermato che la priorità dovrebbe essere lo sviluppo di solidi sistemi di allerta precoce specificamente concepiti per eventi di grande portata, preparando le comunità situate a valle a evacuare immediatamente quando ricevono un avviso sul telefono cellulare o sentono risuonare una sirena.
Prima che tali sistemi possano essere costruiti, ha tuttavia precisato Byers, occorre rafforzare il monitoraggio dei rischi. Per il Nepal ciò significa individuare le aree ad alto rischio nelle quali i paesaggi glaciali dominano la parte superiore dei bacini idrografici, mentre città e centri abitati sorgono lungo i corsi d’acqua più a valle.
Un’analisi regolare e rigorosa delle immagini satellitari sarà fondamentale, ha aggiunto. Un’area ad alto rischio potrebbe presentare enormi masse di ghiaccio sospese su un pendio d’alta montagna, sovrastante una valle fluviale che scende per dieci chilometri verso un centro urbano.
«Riuscire a monitorare efficacemente tutte le aree ad alto rischio individuate rappresenterà una sfida», ha affermato Byers. Identificare il pericolo, tuttavia, è soltanto il primo passo. In definitiva, sapere dove potrebbe verificarsi una catastrofe è utile soltanto se permette di disporre del tempo necessario per intervenire quando questa si produce. Come recita un principio consolidato, l’allerta precoce serve a poco se non è seguita da un’azione tempestiva.
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