Le accuse dell’UE alla Cina per lo squilibrio commerciale sono irragionevoli: la spinta protezionistica ignora le cause strutturali interne

Le accuse rivolte da Bruxelles alla Cina per il crescente deficit commerciale ignorano, secondo gli esperti cinesi, i problemi strutturali dell’economia europea: alti costi energetici, vincoli normativi e restrizioni alle esportazioni. Il protezionismo non potrà sostituire riforme interne e cooperazione.

di Chi Jingyi (Global Times) – 28 agosto 2026

Giovedì, durante un incontro con alcuni dirigenti d’impresa francesi, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato che il deficit commerciale dell’Unione Europea (UE) con la Cina non può essere accettato come uno «squilibrio permanente». Ha inoltre affermato che l’Europa deve essere pronta a utilizzare gli strumenti di difesa commerciale quando il dialogo non produce risultati. Gli esperti cinesi hanno tuttavia respinto questa interpretazione: attribuire alla Cina la responsabilità del divario commerciale che ne deriva equivale, secondo loro, a incolpare la marea per la falla nella propria imbarcazione.

«Quello che von der Leyen definisce uno squilibrio commerciale è soltanto un risultato. Utilizzare questo risultato per giustificare misure protezionistiche è irragionevole», ha dichiarato venerdì al Global Times Hu Qimu, docente presso l’Istituto della Via della Seta marittima dell’Università Huaqiao.

«La ragione fondamentale risiede nella crescente competitività industriale della Cina, alimentata dall’ammodernamento del settore manifatturiero. Se l’UE continuerà a concentrarsi esclusivamente sui propri partner commerciali senza risolvere i suoi problemi interni, non riuscirà né a migliorare la propria competitività né a invertire strutturalmente il deficit», ha affermato Hu.

Gli esperti cinesi hanno inoltre indicato alcuni settori specifici nei quali l’ammodernamento dell’industria manifatturiera cinese ha modificato la struttura degli scambi bilaterali.

Nei comparti dei veicoli elettrici, delle batterie al litio e dei prodotti fotovoltaici, per esempio, le imprese cinesi si sono posizionate nei segmenti superiori della catena del valore, esportando beni di elevata qualità e al tempo stesso competitivi sul piano dei costi, sempre più richiesti dai consumatori e dalle aziende europee per la transizione verso l’energia pulita. Questo cambiamento ha modificato la composizione delle importazioni dell’UE dalla Cina, spostandola dai beni di consumo di fascia bassa verso prodotti ad alta intensità tecnologica.

Nel frattempo, secondo le statistiche doganali, le esportazioni europee verso la Cina nei comparti tradizionalmente più competitivi, come i macchinari e le automobili di alta gamma, hanno registrato una crescita più lenta, in parte perché le alternative prodotte in Cina sono migliorate. Secondo gli esperti, il conseguente ampliamento del divario non è stato causato da pratiche sleali, ma da un cambiamento strutturale nelle capacità industriali relative delle due economie.

I fattori interni all’UE hanno aggravato ulteriormente il problema. I costi energetici europei rimangono molto più elevati rispetto a quelli della Cina o degli Stati Uniti, indebolendo la competitività di prezzo dei produttori europei sui mercati mondiali, compreso quello cinese. Gli oneri normativi, dai lunghi procedimenti autorizzativi ai complessi adempimenti richiesti, accrescono i costi operativi e rallentano l’innovazione e gli investimenti.

Hu ha ricordato che la stessa von der Leyen, nel suo intervento, ha riconosciuto il problema degli elevati prezzi dell’energia e dell’incompleta realizzazione del mercato unico. «Sono vincoli che l’Europa si è imposta da sola», ha osservato.

Esiste inoltre un altro fattore spesso trascurato: le restrizioni alle esportazioni introdotte dalla stessa UE. I controlli sui prodotti ad alta tecnologia, compresi alcuni macchinari avanzati e le apparecchiature collegate alla produzione dei semiconduttori, limitano ciò che le imprese europee possono vendere alla Cina. Sebbene siano presentate come misure di sicurezza, queste restrizioni riducono direttamente i ricavi europei derivanti dalle esportazioni e ampliano il deficit commerciale.

Secondo gli esperti, se l’Europa impedisce ai propri prodotti più competitivi di accedere al mercato cinese, non dovrebbe sorprendersi della crescita del deficit.

Il ministero del Commercio cinese si è costantemente opposto a quello che definisce un abuso, da parte dell’UE, di strumenti unilaterali come il Regolamento sulle sovvenzioni estere.

Gli esperti hanno tuttavia rilevato che la Cina ha partecipato attivamente ai colloqui con l’UE, dimostrando la propria volontà di risolvere i problemi attraverso il dialogo.

La Cina ha istituito con l’UE un meccanismo di consultazione sul commercio e gli investimenti, articolato in gruppi di lavoro dedicati al riequilibrio commerciale, ai controlli sulle esportazioni, alla proprietà intellettuale e alla riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).

Un portavoce del ministero degli Esteri cinese aveva precedentemente affermato che «le cause profonde delle sfide affrontate dall’UE non risiedono nella Cina», sollecitando un approfondimento della cooperazione.

Gli osservatori hanno ricordato che l’UE ha indicato ottobre come termine entro il quale ottenere progressi tangibili nel riequilibrio degli scambi. Le cause strutturali, tuttavia — gli elevati costi energetici, i freni normativi e le limitazioni alle esportazioni imposte dalla stessa Europa — non possono essere risolte introducendo ulteriori misure protezionistiche. Un dialogo costante attraverso il meccanismo di consultazione, fondato sull’uguaglianza e sul rispetto reciproco, continua a rappresentare la strada più costruttiva.

Come ha sintetizzato Hu: «Il protezionismo non renderà nuovamente competitiva l’industria europea. Le riforme interne e una cooperazione autentica, invece, possono riuscirci».

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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