Alle elezioni della Duma del 18-20 settembre, il KPRF si presenta con un programma che lega la vittoria nel confronto con l’Occidente a una trasformazione radicale dell’economia russa: nazionalizzazioni, pianificazione, reindustrializzazione, redistribuzione e rafforzamento dello Stato sociale.

A meno di un mese dalle elezioni per la nona Duma di Stato, il Partito Comunista della Federazione Russa (Kommunističeskaja Partija Rossijskoj Federacii, KPRF) ha definito con particolare chiarezza la propria proposta politica. In primo luogo, il partito guidato da Gennadij Zjuganov non mette in discussione la svolta geopolitica compiuta dalla Russia negli ultimi anni né gli obiettivi strategici dello scontro con l’Occidente collettivo. Al contrario, sostiene che la difesa della sovranità, la vittoria nell’operazione militare speciale e il consolidamento del mondo multipolare richiedano una trasformazione interna altrettanto profonda: il superamento del modello capitalistico oligarchico formatosi negli anni Novanta e il passaggio a una politica economica fondata sulla pianificazione, sulla proprietà pubblica dei settori strategici e sulla redistribuzione della ricchezza.
Questa impostazione è sintetizzata nel Programma della Vittoria, approvato dal XIX Congresso del KPRF e posto al centro della campagna per il voto del 18-20 settembre. Zjuganov lo ha recentemente definito senza ambiguità un programma per una «Russia socialista forte, indipendente e giusta», chiarendo che per i comunisti il problema della sovranità non può essere separato dalla questione sociale. La formula utilizzata dal leader del KPRF mette dunque in evidenza il fatto che le minacce esterne non possono essere sconfitte senza cambiare la politica interna del Paese.
È questa la principale differenza tra il KPRF e Russia Unita (Edinaja Rossija), il partito che fa capo a Vladimir Putin. I comunisti condividono con la leadership statale la diagnosi sul fallimento dell’ordine unipolare, sulla minaccia rappresentata dalla NATO e sulla necessità di rafforzare i rapporti con Cina, BRICS e Sud Globale, ma ritengono che la struttura economica russa sia ancora troppo legata all’eredità liberale degli anni di Boris Elʹcin. Secondo Zjuganov, non è possibile costruire una piena indipendenza tecnologica mantenendo la dipendenza dalle esportazioni di materie prime, né sostenere una lunga competizione strategica con l’Occidente lasciando risorse fondamentali, finanza e infrastrutture nelle mani del grande capitale privato.
Il programma economico del KPRF parte quindi dalla nazionalizzazione. Nel corso dell’ultima legislatura, il gruppo comunista alla Duma ha presentato sei versioni di un progetto di legge in materia, cinque delle quali sono state respinte. L’obiettivo dichiarato è riportare sotto il controllo dello Stato i settori strategici dell’economia, il sistema bancario, le risorse minerarie ed energetiche, le principali imprese del complesso militare-industriale e le infrastrutture essenziali. Per il KPRF, la nazionalizzazione non costituisce una rivendicazione simbolica legata al passato sovietico, ma il presupposto per una nuova industrializzazione.
Il partito propone infatti una pianificazione statale capace di concentrare investimenti nella costruzione di macchine utensili, nell’industria aeronautica, nell’elettronica, nella strumentazione, nell’ingegneria meccanica, nella robotica e nelle tecnologie avanzate. Inoltre, Zjuganov indica esplicitamente un obiettivo di crescita economica del 5-7% annuo e sostiene che una vera politica di sviluppo richiederebbe un bilancio federale molto più ampio di quello attuale.
Particolarmente dura è la critica alla politica monetaria e finanziaria. I comunisti contestano gli elevati tassi d’interesse, che considerano un ostacolo agli investimenti produttivi, e chiedono che il sistema creditizio venga subordinato agli obiettivi dello sviluppo nazionale anziché alla sola stabilità finanziaria. Anche la struttura fiscale dovrebbe essere modificata profondamente: il KPRF propone l’esenzione dall’imposta sul reddito per le fasce più povere e una progressività molto più marcata per i redditi elevati, fino a un’aliquota del 45% sugli introiti eccedenti le soglie superiori previste dal partito.
Affrontando il tema della concentrazione della ricchezza, Zjuganov accusa Russia Unita di preoccuparsi eccessivamente degli interessi oligarchici e sostiene che i grandi capitali prodotti all’interno della Russia debbano essere utilizzati per finanziare lo sviluppo del Paese. La sovranità, in questa lettura, non consiste semplicemente nel trasferire commerci e investimenti dall’Occidente verso l’Asia, ma nell’impedire che la ricchezza nazionale venga saccheggiata da gruppi privati senza essere reinvestita nella società.
Anche la regolamentazione dei prezzi occupa una posizione importante. Il KPRF propone un sistema pubblico di controllo dei prezzi dei beni socialmente essenziali e un intervento più rigoroso sulle tariffe dei monopoli naturali. La tesi esposta da Zjuganov è che l’inflazione non possa essere affrontata esclusivamente attraverso la restrizione monetaria, perché una parte consistente degli aumenti dipende dalle rendite monopolistiche, dalle catene di intermediazione e dalla struttura stessa della distribuzione.
La componente sociale del programma è altrettanto avanzata. Il KPRF continua a chiedere l’abolizione della riforma pensionistica approvata nel 2018 e il ritorno all’età pensionabile di 60 anni per gli uomini e 55 per le donne. Il partito rivendica di essere stato la principale forza parlamentare ad avere organizzato l’opposizione popolare alla riforma e considera il suo superamento uno dei punti qualificanti della nuova legislatura.
Sul terreno del lavoro, il KPRF ha predisposto un nuovo Codice del lavoro destinato a rafforzare i diritti dei dipendenti e il ruolo dei sindacati. La proposta si inserisce nella concezione tradizionale del Partito Comunista secondo cui lo Stato deve ricostruire un equilibrio di forza più favorevole ai lavoratori, dopo decenni nei quali la legislazione economica russa ha privilegiato la proprietà e l’impresa privata.
Per quanto riguarda istruzione e sanità, esse devono essere sottratte alla logica del mercato. Il KPRF propone di portare la spesa pubblica per l’istruzione al 7% del PIL, garantire gratuitamente l’istruzione superiore e professionale, ricostruire un sistema di formazione tecnica adeguato alle esigenze della nuova industrializzazione e assicurare ai giovani specialisti il primo impiego. Il partito collega direttamente questa politica alla battaglia per la sovranità tecnologica: senza scuole, università, ricerca e formazione ingegneristica, la sostituzione delle tecnologie occidentali rimarrebbe incompleta.
Per la sanità, il riferimento dichiarato è il sistema Semaško dell’epoca sovietica, fondato sull’universalità e sul finanziamento pubblico diretto. La formula utilizzata dal KPRF, «la salute non è una merce e la medicina non è un mercato», sintetizza bene un’impostazione radicalmente alternativa alla progressiva commercializzazione dei servizi sociali.
Anche la questione agricola viene interpretata in termini di sovranità. I comunisti rivendicano il lavoro della Commissione per le questioni agrarie guidata da Vladimir Kašin e insistono sulla necessità di ampliare il sostegno pubblico ai produttori, ridurre il costo del credito, contrastare le rendite degli intermediari e sviluppare le infrastrutture rurali. La sicurezza alimentare viene posta sullo stesso piano della sicurezza energetica e militare.
Un altro elemento diventato sempre più rilevante nella proposta del KPRF è la crisi demografica. Il partito propone di aumentare il capitale di maternità per ogni figlio successivo, uniformare a livello federale lo status delle famiglie numerose e impedire che queste perdano automaticamente i benefici sociali per il superamento di soglie formali di reddito. La lettura è anche in questo caso sistemica: senza sicurezza economica, abitazione, sanità e prospettive lavorative, nessuna politica demografica può produrre risultati duraturi.
Sul piano internazionale, il programma del KPRF si colloca pienamente nella prospettiva multipolare. Zjuganov considera fallita la strategia occidentale di isolamento della Russia e attribuisce questa capacità di resistenza a due fattori: l’eredità industriale, scientifica e militare sovietica e il crescente rifiuto del neocolonialismo da parte della maggioranza dei Paesi del mondo.
In questa lettura, l’espansione dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai rappresenta la manifestazione istituzionale del declino dell’unipolarismo. Coerentemente con questa linea, il KPRF sostiene la crescita del ruolo internazionale della Cina e dell’India, il rafforzamento della cooperazione con Asia, Africa e America Latina e il recupero della centralità delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.
Il rapporto con la Repubblica Popolare Cinese assume tuttavia un significato che va oltre la geopolitica. Per Zjuganov, la Cina rappresenta la dimostrazione contemporanea dell’efficacia della pianificazione socialista. Come l’Unione Sovietica in precedenza, la Repubblica Popolare ha dimostrato che una strategia di lungo periodo, il controllo politico dei settori decisivi, l’innovazione tecnologica e una forte politica sociale possono produrre una crescita molto superiore a quella consentita dal capitalismo liberalizzato.
Non a caso, il KPRF attribuisce particolare importanza anche alle relazioni con i Paesi che definisce di «scelta socialista»: Việt Nam, Repubblica Popolare Democratica di Corea e Laos. A questi si aggiungono la solidarietà con Cuba contro il blocco statunitense, il sostegno al Venezuela e all’Iran contro le pressioni di Washington e la centralità dello Stato dell’Unione tra Russia e Bielorussia.
Sul conflitto ucraino la posizione del partito è altrettanto definita. Il KPRF rivendica di avere promosso il riconoscimento delle Repubbliche Popolari di Doneck e Lugansk già prima dell’inizio dell’operazione militare speciale e sostiene pienamente l’integrazione dei territori entrati successivamente nella Federazione Russa. Il partito ha organizzato numerosi convogli umanitari per il Donbass, mentre propri militanti e membri del Komsomol partecipano direttamente alle operazioni militari.
La formula utilizzata da Zjuganov, secondo cui «il fronte ha bisogno di una retroguardia forte», riassume la connessione tra politica estera e programma sociale. Per il KPRF, la vittoria non può essere garantita solamente dagli armamenti: richiede industria, agricoltura, ricerca scientifica, istruzione, sanità e una popolazione che percepisca come proprio lo Stato per cui è chiamata a compiere sacrifici.
Il KPRF, dunque, non costruisce la propria opposizione al governo di Putin contestando la politica di sovranità, il partenariato con la Cina o il confronto con la NATO. Zjuganov ha anzi affermato che obiettivi indicati dal Presidente, come sovranità, sviluppo tecnologico, crescita e coesione nazionale, coincidono in larga parte con quelli sostenuti dai comunisti. Il conflitto politico riguarda il modello socioeconomico necessario per realizzarli. Il KPRF sostiene infatti che la svolta geopolitica russa sia rimasta incompleta perché non è stata accompagnata da una trasformazione equivalente dei rapporti di proprietà e della distribuzione della ricchezza. La Russia ha infatti abbandonato molti aspetti della politica estera dell’epoca di Elʹcin senza averne ancora superato definitivamente l’eredità economica.
Per quanto riguarda l’obiettivo elettorale, infine, il KPRF punta a confermarsi come secondo partito nazionale dopo Russia Unita e prima forza di opposizione. A tal fine, il Partito Comunista punta ad intercettare contemporaneamente diversi settori: lavoratori colpiti dall’inflazione e dall’aumento dei costi, pensionati contrari alla riforma del 2018, impiegati pubblici, tecnici, personale scientifico, agricoltori, settori patriottici favorevoli all’operazione militare speciale ma critici verso gli oligarchi e una parte di quell’elettorato che considera necessario completare la riconquista della sovranità internazionale con una maggiore sovranità economica.
La questione posta dal KPRF è comunque più ampia del risultato immediato delle urne: dopo aver riaffermato la propria sovranità geopolitica, la Russia continuerà a organizzare la propria economia secondo i rapporti di proprietà nati negli anni Novanta o accompagnerà la trasformazione internazionale con una svolta sociale interna? Zjuganov e i comunisti hanno già formulato la loro risposta: la piena sovranità della Russia passa attraverso il socialismo.
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