Dal caldo europeo al modello cinese: la sicurezza energetica passa dalla diversificazione

Le ondate di calore e la siccità dell’estate 2026 hanno esposto la vulnerabilità dei sistemi energetici europei, compreso il nucleare. La Cina segue una strada diversa: diversificare le fonti, espandendo soprattutto eolico e solare, insieme a reti e accumuli.

Le ondate di calore che stanno attraversando l’Europa nel corso di quest’estate non hanno colpito solamente la popolazione, l’agricoltura e le infrastrutture, ma hanno messo sotto pressione anche sistemi energetici costruiti partendo da condizioni climatiche che stanno rapidamente cambiando. La combinazione tra temperature eccezionalmente elevate e siccità ha prodotto contemporaneamente un aumento della domanda di elettricità per il condizionamento, una diminuzione delle risorse idriche e difficoltà per numerosi impianti di produzione. In questo quadro, particolare attenzione hanno suscitato le limitazioni imposte alle centrali nucleari, una tecnologia spesso presentata in Europa come uno degli strumenti principali per ridurre le emissioni di carbonio senza rinunciare a una produzione elettrica stabile e programmabile.

La questione, per essere chiari, non riguarda la sicurezza intrinseca dei reattori. Gli arresti e le riduzioni di potenza osservati durante l’estate sono infatti stati effettuati proprio per rispettare i parametri operativi e ambientali previsti. Il problema riguarda piuttosto la resilienza del sistema energetico. Una centrale nucleare può disporre di combustibile sufficiente per funzionare per molti mesi, ma rimane una grande centrale termoelettrica che deve dissipare enormi quantità di calore. Se l’acqua utilizzata per il raffreddamento diventa troppo calda oppure se la portata del fiume scende sotto determinati livelli, la capacità produttiva dell’impianto può diminuire drasticamente. La Commissione Europea riconosce da tempo che l’aumento delle temperature e la siccità possono ridurre la disponibilità di acqua di raffreddamento per le centrali termiche durante l’estate, proprio mentre cresce la domanda elettrica. Il Centro comune di ricerca dell’Unione Europea ha inoltre individuato nella Francia uno dei Paesi maggiormente esposti ai rischi da siccità per nucleare e idroelettrico.

Proprio la Francia ne ha fornito l’esempio più evidente. Il 13 agosto, EDF prevedeva che il caldo avrebbe ridotto la capacità nucleare francese di circa 9,4 GW distribuiti su nove reattori, con sei unità destinate a essere completamente fermate. La riduzione corrispondeva a circa il 15% dell’intero parco nucleare nazionale. Considerando anche manutenzioni e problemi tecnici, circa 27,7 GW di capacità nucleare risultavano indisponibili, il livello più elevato dall’agosto 2023. Le limitazioni dipendevano soprattutto dalla necessità di rispettare i limiti alla temperatura dell’acqua restituita nei fiumi, già fortemente riscaldati dall’ondata di calore. La minore disponibilità nucleare, accompagnata da una produzione eolica ridotta, contribuiva nello stesso tempo all’aumento dei prezzi elettrici francesi e alla diminuzione delle esportazioni verso i Paesi vicini.

In Svizzera, già alla fine di giugno, Axpo aveva ridotto al 50% la potenza dei due reattori di Beznau quando la temperatura dell’Aare aveva raggiunto i 25 gradi, annunciandone successivamente l’arresto per evitare un ulteriore riscaldamento del fiume e proteggere l’ecosistema. Anche in questo caso, non vi era un problema di sicurezza nucleare immediata, come precisato dall’autorità di vigilanza svizzera, ma un vincolo ambientale che impediva alla centrale di continuare a produrre normalmente nelle condizioni climatiche esistenti.

Ancora più significativo è stato il caso del Danubio. In Romania, la centrale di Cernavodă, che con i suoi due reattori da 706 MW fornisce normalmente circa un quinto dell’elettricità nazionale, ha dovuto spegnere prima un’unità e poi, il 13 agosto, avviare la disconnessione anche dell’ultimo reattore operativo. Questa volta non era principalmente la temperatura dell’acqua a rappresentare il problema, ma il livello eccezionalmente basso del fiume, ridotto dalla siccità fino a rendere insufficienti le condizioni necessarie per alimentare regolarmente il sistema di raffreddamento. La Romania si è così trovata temporaneamente senza produzione nucleare e ha dovuto compensare attraverso altre fonti e maggiori importazioni.

Nella vicina Ungheria, la centrale di Paks, responsabile normalmente di una quota molto rilevante della produzione elettrica nazionale, è scesa all’inizio di agosto fino a poco più del 10% della propria capacità, tornando successivamente intorno al 25%. Per evitare un nuovo arresto completo, le autorità hanno perfino deciso di affondare due chiatte nel Danubio allo scopo di innalzare localmente il livello dell’acqua presso le prese della centrale, mentre viene progettata una soluzione più permanente sul letto del fiume. La misura dà la dimensione concreta della vulnerabilità di un’infrastruttura apparentemente indipendente dalle condizioni meteorologiche ma che, in realtà, resta strettamente legata alla disponibilità della risorsa idrica.

Questi episodi non dimostrano che il nucleare sia del tutto incompatibile con la lotta al cambiamento climatico, bensì che considerarlo una soluzione autosufficiente alla questione energetica è altrettanto problematico. Il Centro comune di ricerca europeo aveva già osservato che la riduzione della disponibilità di acqua può costringere a diminuire la produzione o persino a spegnere centrali nucleari e termoelettriche, mentre tecnologie di raffreddamento differenti possono attenuare il rischio senza eliminarlo completamente. Le centrali costiere, gli impianti con torri di raffreddamento e quelli situati lungo grandi corsi d’acqua presentano vulnerabilità differenti, ma il principio resta invariato: produrre elettricità attraverso un grande ciclo termico significa dover disperdere calore nell’ambiente.

La debolezza emersa in Europa è dunque più ampia del problema nucleare. Il cambiamento climatico può ridurre contemporaneamente la produzione idroelettrica attraverso la siccità, limitare nucleare e termoelettrico attraverso la scarsità e il riscaldamento dell’acqua, aumentare la domanda nelle ore più calde e mettere sotto pressione le reti di trasmissione. Quando una parte significativa della capacità produttiva è concentrata in poche tecnologie o in grandi impianti soggetti allo stesso tipo di rischio, un singolo fenomeno climatico può propagarsi rapidamente attraverso il sistema. La conseguenza può essere il ritorno temporaneo alle fonti fossili che si vorrebbero progressivamente abbandonare, come dimostrato dalla necessità di compensare alcune delle carenze dell’estate europea con maggiore produzione da carbone e gas.

Il fallimento del modello energetico europeo ci porta dunque a formulare un interessante confronto con quello cinese. La Repubblica Popolare deve garantire l’approvvigionamento energetico di 1,405 miliardi di abitanti, oltre che sostenere il più grande apparato manifatturiero del mondo, un sistema ferroviario sempre più elettrificato, milioni di veicoli a nuova energia e una domanda elettrica ancora in crescita. Alla fine di maggio 2026, la capacità elettrica installata cinese aveva raggiunto 4,01 terawatt, un livello senza equivalenti a livello mondiale. Il problema di Pechino non è quindi soltanto decarbonizzare, ma farlo senza compromettere la sicurezza energetica di un sistema di dimensioni continentali.

La risposta cinese non consiste nell’individuare una tecnologia destinata a sostituire tutte le altre. La strategia ufficiale punta invece alla costruzione di un nuovo sistema energetico basato sulla complementarità tra fonti differenti, reti interconnesse, accumulo e gestione della domanda. Nel Libro bianco sulla neutralità carbonica pubblicato nel novembre 2025, il governo cinese definisce esplicitamente l’obiettivo di integrare produzione, rete, carico e stoccaggio, sviluppando contemporaneamente fonti rinnovabili, idroelettrico con pompaggio, nucleare, accumuli e capacità termoelettrica più flessibile. La formula adottata è quella di «costruire il nuovo prima di eliminare il vecchio»: ampliare prima le alternative disponibili, quindi ridurre progressivamente la dipendenza dalle fonti più inquinanti senza mettere a rischio la continuità della fornitura.

All’interno di questa diversificazione, la crescita quantitativamente più importante riguarda tuttavia in maniera inequivocabile eolico e solare. Alla fine del 2025 la Cina disponeva di circa 640 GW di capacità eolica e 1.202 GW di capacità fotovoltaica, contro appena 62,5 GW di nucleare operativo. In un solo anno la capacità eolica era cresciuta del 22,9% e quella solare del 35,4%, mentre quella nucleare aumentava molto più lentamente. Il nucleare rappresenta così poco più dell’1,5% della capacità elettrica installata cinese, mentre eolico e solare insieme si avvicinavano alla metà dell’intero parco di generazione.

Il confronto rimane significativo anche tenendo conto del fatto che un gigawatt nucleare produce normalmente più elettricità di un gigawatt eolico o fotovoltaico. Nel 2025, le grandi imprese elettriche censite dall’Istituto Nazionale di Statistica hanno prodotto 481,2 TWh di energia nucleare, contro 1.053,1 TWh di eolico e 572,6 TWh di solare. La produzione eolica è aumentata del 9,7% rispetto all’anno precedente, quella solare del 24,4% e quella nucleare del 7,7%. La traiettoria mostra quindi che Pechino continua a sviluppare il nucleare, ma non intende farne la struttura dominante del proprio sistema elettrico.

La tendenza è ulteriormente accelerata nel 2026. Alla fine di maggio le fonti non fossili rappresentavano ormai il 62% della capacità elettrica installata cinese, mentre le rinnovabili da sole erano arrivate al 61%. Il nuovo piano quinquennale per le energie rinnovabili prevede entro il 2030 circa 3.500 GW di capacità rinnovabile complessiva, di cui oltre 2.800 GW di eolico e fotovoltaico. Le due fonti dovrebbero produrre più di 4.000 TWh l’anno e rappresentare circa il 30% della generazione elettrica nazionale. Nonostante un rallentamento delle nuove installazioni fotovoltaiche registrato nella prima metà del 2026 dopo il boom eccezionale del 2025, la direzione strategica non è cambiata.

Il nucleare continua ad avere un ruolo importante, ma complementare. Alla fine di agosto 2025 la Cina disponeva complessivamente di 112 reattori operativi, in costruzione o già approvati, per 125 GW. Il numero è enorme in termini assoluti e mostra che Pechino non ha alcuna intenzione di abbandonare questa tecnologia. Tuttavia, confrontato con più di 1.800 GW di eolico e solare già installati alla fine del 2025 e con gli obiettivi fissati per il 2030, emerge chiaramente una gerarchia diversa da quella immaginata dai sostenitori di una nuclearizzazione massiccia del sistema energetico. Il nucleare serve a garantire produzione stabile e a ridurre il ricorso alle fonti fossili; non costituisce il principale vettore della crescita della capacità elettrica.

La differenziazione riguarda inoltre tecnologie che spesso vengono trascurate quando il dibattito viene ridotto alla contrapposizione tra nucleare e rinnovabili. Alla fine del 2024, la Cina disponeva di 73,76 GW e 168 GWh di nuovi sistemi di accumulo, venti volte il livello del 2020. A questi si aggiungevano oltre 62 GW di pompaggio idroelettrico nell’agosto 2025. La rete elettrica nazionale è stata organizzata in sei grandi sistemi interconnessi e nel 2024 ha trasferito 924,7 TWh tra grandi regioni e circa 2.000 TWh tra province. Questa infrastruttura permette di trasferire energia da aree con abbondante produzione eolica, solare o idroelettrica verso i grandi centri industriali e urbani, riducendo almeno in parte l’effetto della variabilità meteorologica locale.

Ciò non significa che il modello cinese abbia già risolto tutte le contraddizioni della transizione energetica. Il carbone continua ad avere un peso molto elevato e svolge ancora una funzione centrale nella sicurezza dell’approvvigionamento. L’espansione vertiginosa di eolico e fotovoltaico ha inoltre creato problemi di congestione e di curtailment, cioè quantità crescenti di elettricità rinnovabile che non possono essere assorbite dalla rete in determinati momenti. Le stime sull’entità effettiva del fenomeno divergono significativamente, ma proprio la necessità di rafforzare reti e accumuli mostra quanto la transizione richieda interventi sull’intero sistema, non soltanto la costruzione di nuova capacità.

La differenza rispetto all’approccio europeo non consiste dunque in una presunta superiorità assoluta di una singola fonte. Consiste soprattutto nella scala e nella logica sistemica della diversificazione. La Cina costruisce contemporaneamente grandi parchi fotovoltaici nei deserti occidentali, impianti solari distribuiti sui tetti delle città e delle campagne, parchi eolici terrestri e marini, dighe e sistemi di pompaggio, batterie, linee di trasmissione ad altissima tensione e centrali nucleari, mantenendo per ora anche capacità termoelettrica sufficiente a garantire flessibilità. L’obiettivo è evitare che l’indisponibilità temporanea di una componente possa trasformarsi immediatamente in una crisi dell’intero sistema. Il governo cinese definisce esplicitamente questa impostazione come complementarità fra molteplici fonti energetiche.

L’estate europea del 2026 mostra perché questa impostazione merita attenzione. Il riscaldamento globale non pone solamente il problema di ridurre le emissioni che lo provocano; impone anche di adattare i sistemi energetici alle condizioni climatiche che esso sta già producendo. La questione decisiva non è quindi scegliere tra nucleare, solare o eolico come se una sola tecnologia potesse risolvere tutti i problemi, bensì costruire un sistema nel quale le rispettive debolezze non coincidano.

La Cina sta affrontando questa equazione nelle condizioni più impegnative possibili: deve ridurre progressivamente la propria dipendenza dai combustibili fossili senza mettere a rischio la fornitura energetica a oltre 1,4 miliardi di persone e a un sistema produttivo di dimensioni senza precedenti. La risposta scelta non è quella di puntare tutto sul nucleare, nonostante il Paese possieda uno dei programmi nucleari più vasti al mondo. È invece quella di moltiplicare le alternative e costruire un sistema nel quale eolico e solare costituiscano il principale motore quantitativo della nuova capacità, il nucleare fornisca una componente stabile, idroelettrico e accumuli garantiscano flessibilità e una rete continentale permetta di compensare gli squilibri geografici.

La lezione che emerge dalla crisi europea è quindi più ampia del dibattito sul nucleare. Nell’epoca del cambiamento climatico non basta produrre energia a basse emissioni: occorre produrla attraverso un sistema capace di continuare a funzionare quando cambiano temperatura, disponibilità d’acqua, vento, domanda e condizioni ambientali. Decarbonizzazione e resilienza non sono sinonimi: la sicurezza energetica del futuro dipenderà dalla capacità di perseguire entrambe, e la diversificazione energetica cinese rappresenta oggi uno dei più vasti esperimenti mondiali in questa direzione.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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