Miguel Díaz-Canel: “L’eredità di Fidel ci interpella oggi più che mai”

Nel centenario della nascita di Fidel Castro, Miguel Díaz-Canel ripercorre il suo lascito politico, etico e rivoluzionario, collegandolo alle sfide attuali di Cuba: blocco, trasformazioni economiche, sovranità, internazionalismo e costruzione socialista in un mondo sempre più instabile.

Lectio magistralis di Miguel Mario Díaz-Canel Bermúdez, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, all’inaugurazione del I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro”, presso il Palazzo delle Convenzioni, il 10 agosto 2026, “Anno del Centenario del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz”.

Care sorelle e cari fratelli;

illustri accademiche e accademici, intellettuali, artisti, dirigenti sociali e politici, giovani studenti, compagne e compagni giunti dai cinque continenti per condividere questa settimana di profonda riflessione sull’uomo che ha segnato il XX secolo e il cui pensiero illumina il XXI,

a nome del popolo cubano e del suo Partito Comunista, ricevete l’abbraccio più sincero che possa offrirvi un’isola che non dimentica i propri amici.

Vi ringraziamo per avere fatto vostro l’impegno di essere qui, sfidando le distanze, le campagne di disinformazione e, in molti casi, le pressioni dei vostri stessi governi.

La vostra presenza a Cuba è un atto di coraggio e di coerenza, perché venire oggi a Cuba, nel pieno dell’inasprimento del blocco e dell’ostilità imperialista, rappresenta un gesto di solidarietà militante che rende onore all’eredità di Fidel.

Congratulazioni, compagne e compagni, fidelisti di Cuba e del mondo, riuniti per celebrare i cento anni di una vita consacrata alla difesa di tutte le cause giuste!

Le mie parole non pretendono di essere una lectio magistralis. Non intendo, né potrei, tenere una dissertazione sulla vita e sull’opera di un leader della statura morale ed etica del Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro Ruz: l’uomo che rifiutò di essere celebrato con monumenti e statue, ma non poté impedire che milioni di compatrioti cubani, di compatrioti della Nostra America e di compatrioti del mondo onorassero ogni giorno la sua memoria e la sua eredità, facendo proprie e moltiplicando le sue idee.

Non esiste monumento migliore né più solido di quello che voi avete innalzato con la vostra coraggiosa presenza qui, nella Cuba di Fidel, nel suo Centenario!

Ciò che desidero condividere con voi sono soltanto idee che affiorano senza altro ordine se non quello dettato dai sentimenti, dall’emozione e dall’impegno rivoluzionario legati al privilegio di parlare di Fidel.

Studiare e fare propria con convinzione l’immensa opera del Comandante in Capo, tanto nel pensiero quanto nell’azione, è una necessità impellente per tutti noi che siamo impegnati a promuovere trasformazioni economiche e sociali capaci di arrestare il processo di soffocamento al quale viene sottoposta la Rivoluzione Cubana, nell’ambito di una guerra criminale che dura ormai da più di sei decenni.

Salvare la Rivoluzione Cubana da una delle minacce più gravi affrontate nei suoi 67 anni di storia, durante i quali ha subito aggressioni di ogni genere, è la maggiore sfida della nostra generazione. Siamo onorati di assumerla, convinti che vinceremo. Non è una certezza priva di fondamento. Possiamo contare su una storia colma di eroismo, su un popolo temprato nella resistenza e sull’eredità di un leader che, sempre alla testa di quel popolo, seppe trasformare le sconfitte in vittorie.

Preservare le conquiste che la Rivoluzione e il socialismo hanno assicurato a questo eroico popolo; spezzare tutti gli assedi con cui si pretende di annientare la nazione, infliggendole una punizione collettiva per la sua dignità, la sua resistenza e la sua decisione di non arrendersi all’impero più potente della storia: questo è il primo omaggio che dobbiamo a Fidel, nato cento anni fa in un Paese segnato dall’ingiustizia, dalla disuguaglianza e dalla dipendenza, una dolorosa realtà che egli si propose di cambiare fin dagli anni in cui era uno studente universitario ribelle e impetuoso.

Dall’Aula Magna uscì ormai rivoluzionario, pronto ad accendere le fiaccole del Centenario dell’Apostolo. Ancora giovanissimo sarebbe poi diventato il capo del Movimento del 26 Luglio del 1953, che mosse all’assalto delle caserme di una dittatura sanguinaria e filo-imperialista per dare inizio a una nuova Guerra Necessaria.

Il brillante avvocato che trasformò la propria autodifesa nel programma politico del suo Movimento; il tenace prigioniero che sconfisse i propri carcerieri trasformando il Presidio Modelo in una scuola di combattenti; il fondatore di un esercito popolare che in due anni sconfisse un esercito professionale numericamente superiore di varie volte; il Comandante in Capo che collocò Cuba sulla carta del mondo e riempì di speranza i popoli del continente: Fidel occupava già un posto nella storia quando, a soli 34 anni, scosse l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il discorso più lungo e significativo che fino ad allora vi fosse stato pronunciato.

In quella appassionata ricostruzione della nostra storia, Fidel spiegò al mondo quale realtà avesse trovato a Cuba la Rivoluzione vittoriosa, quella stessa realtà che la propaganda costruita nei laboratori dell’attuale guerra mediatica cerca oggi di presentare alle nuove generazioni come la Cuba prospera e scintillante di prima del 1959:

Seicentomila cubani in età e condizioni lavorative erano disoccupati.

Tre milioni di persone, su una popolazione complessiva di poco superiore ai sei milioni, non disponevano di energia elettrica né potevano beneficiare di alcuna delle comodità rese possibili dall’elettricità.

Tre milioni e mezzo di persone vivevano in capanne, baracche e tuguri privi delle più elementari condizioni di abitabilità.

Nelle città, gli affitti assorbivano fino a un terzo del reddito familiare.

Il 37,5% della popolazione era analfabeta.

Il 70% dei bambini delle zone rurali non aveva insegnanti e il 95% soffriva di parassitosi.

Il 2% della popolazione era affetto da tubercolosi.

La mortalità infantile era quindi molto elevata e l’aspettativa media di vita della popolazione molto bassa.

L’85% dei piccoli agricoltori pagava un affitto per poter utilizzare le terre che coltivava, arrivando a versare fino al 30% dei propri introiti lordi, mentre appena l’1,5% dei proprietari controllava il 46% dell’intera superficie nazionale.

I servizi pubblici, le compagnie elettriche e telefoniche, gran parte del sistema bancario e del commercio d’importazione, le raffinerie di petrolio, la maggior parte della produzione zuccheriera, le migliori terre di Cuba e le industrie più importanti di ogni settore appartenevano a compagnie e monopoli statunitensi.

Non si potrà mai parlare della Rivoluzione Cubana né di Fidel ignorando questa realtà, questo punto di partenza, questo stato di cose che rese necessaria la trasformazione più radicale del XX secolo in questa parte del mondo.

È sufficiente esaminare le statistiche attuali del Paese, persino nelle terribili condizioni imposte da oltre sei decenni di blocco economico, commerciale e finanziario e da sette mesi di assedio energetico; persino nel mezzo dei durissimi blackout, della mancanza d’acqua, dei prezzi elevati e di altri problemi che colpiscono aspetti fondamentali della vita: gli indicatori relativi alla sanità, all’istruzione, alla scienza, alla cultura e allo sport continuano a essere migliori di quelli di altri Paesi con un analogo livello di sviluppo.

Per citarne soltanto tre: siamo il Paese con il più alto numero di medici in rapporto alla popolazione, oltre nove ogni mille abitanti; siamo tra i dieci Paesi con la maggiore aspettativa di vita nel continente americano, pari a 77,7 anni; e siamo il Paese che ha dato il maggiore contributo alla salute e all’istruzione della propria popolazione e di quella di altre nazioni, secondo le valutazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’UNESCO.

La grande opera sociale e umanistica della Rivoluzione guidata da Fidel Castro, realizzata sempre sotto il blocco e l’assedio, trasformò in modo tanto radicale il quadro da lui descritto alle Nazioni Unite nel settembre 1960 da rendere per sempre impossibile il ritorno di Cuba al passato coloniale e neocoloniale.

Fu proprio in quella sede che Fidel formulò una delle analisi più precise sui problemi del mondo, problemi che, anziché trovare soluzione, si sarebbero aggravati con la scomparsa del blocco socialista e l’imposizione dell’unipolarismo. Cito il suo storico discorso alle Nazioni Unite del 1960:

«Le guerre, fin dagli inizi dell’umanità, sono sorte fondamentalmente per una ragione: il desiderio di alcuni di appropriarsi delle ricchezze altrui. Scompaia la filosofia della spoliazione e scomparirà la filosofia della guerra! Scompaiano le colonie, scompaia lo sfruttamento dei Paesi da parte dei monopoli, e allora l’umanità avrà raggiunto una vera fase di progresso!»

L’eredità di Fidel ci interpella oggi più che mai. Desidero condividere con voi alcune idee che considero fondamentali.

Che cosa ci ha lasciato il Comandante in Capo? Ci ha lasciato la certezza che i sogni si conquistano difendendo le idee; ci ha insegnato che l’internazionalismo è un atteggiamento che deve contraddistinguerci; ci ha trasmesso la convinzione che il socialismo sia l’unica strada capace di salvare l’umanità dall’abisso.

Fidel fu il primo a denunciare la globalizzazione neoliberale come l’impero della morte e anche il primo ad alzare la voce in favore di un mondo migliore per tutti.

Ci ha insegnato che la lotta per la salvaguardia dell’ambiente e della specie umana è anch’essa una battaglia socialista; che la scienza deve essere al servizio del popolo; che l’unità dei rivoluzionari è più importante di qualsiasi divergenza tattica.

In Fidel troviamo non soltanto un leader storico, ma una scuola permanente di lavoro rivoluzionario: studiare, analizzare, prevedere, ascoltare il popolo e agire con audacia e onestà.

Fidel guidò Cuba con una coerenza che non ha eguali nella storia contemporanea. Ma non fu soltanto un dirigente e un leader: Fidel fu un lavoratore instancabile, uno studioso permanente, un oratore capace di mobilitare le folle, uno stratega che sapeva anticipare il futuro.

Fidel ci ha lasciato in eredità un modo di pensare e di agire. Non lasciò ricette: lasciò un metodo. E quel metodo nacque dalla prassi, non soltanto dai libri.

Quando Fidel formulò, nella sua autodifesa del 16 ottobre 1953, le cinque leggi rivoluzionarie — riforma agraria, diritti dei lavoratori, riforma urbana, confisca dei beni acquisiti illecitamente e partecipazione dei lavoratori agli utili dell’industria — non stava elaborando un programma dottrinario importato da qualche manuale: stava diagnosticando le malattie strutturali di un’economia sottosviluppata e dipendente.

Quel metodo — diagnosi rigorosa, proposta programmatica e azione decisa — si ripeté a ogni svolta cruciale. Nella Sierra Maestra, il principio di non attendere la fine della guerra per iniziare a produrre collegò la lotta armata alla costruzione economica. Nel 1960, con la nazionalizzazione delle risorse del sottosuolo, trasformò la sovranità in proprietà collettiva. Nel 1961, a Playa Girón, dimostrò che un popolo armato e consapevole può sconfiggere l’imperialismo.

Fidel comprese qualcosa che molti teorici non riuscirono a vedere: l’economia non è una sfera autonoma separata dalla politica, ma ne costituisce l’espressione materiale, come sintetizzò nella formula: «non esiste economia senza politica, né politica senza economia».

Questa idea rappresenta un’eredità metodologica: pensare l’economia come espressione di un progetto politico e la politica come strumento di trasformazione economica. Non separarle, non contrapporle, ma integrarle.

Vorrei soffermarmi anche su altri aspetti della sua eredità.

L’eredità della coerenza e dell’etica. Fidel predicò con l’esempio. Non accumulò ricchezze, non tradì i propri principi; visse come pensava e morì come aveva vissuto. In un mondo nel quale la politica si è trasformata in uno spettacolo di ipocrisia, questo rappresenta una sfida permanente alla coscienza.

L’eredità dell’audacia intellettuale. Fidel fu un lettore instancabile, un uomo che dialogava con scienziati, economisti, artisti, sportivi e contadini. Ci insegnò che il socialismo non è un dogma, ma una scienza in costruzione, che deve adattarsi alle realtà concrete senza rinunciare ai principi. Oggi, mentre il capitalismo digitale ci impone nuove forme di alienazione, il suo richiamo a «studiare, studiare, studiare!» risuona come un ammonimento: non esiste rivoluzione senza conoscenza!

L’eredità dell’internazionalismo. Fidel non concepiva la Rivoluzione Cubana come un fenomeno isolato. Per lui, Patria era umanità. Per questo sostenne le lotte di liberazione dei popoli africani e della Palestina, denunciò l’apartheid e il genocidio, levò la propria voce contro la guerra in Iraq e contro il blocco e l’assoggettamento coloniale di qualsiasi popolo del mondo.

L’eredità dell’ottimismo rivoluzionario. Fidel non fu mai pessimista. Nei giorni più bui, mentre crollava il blocco socialista e il blocco contro Cuba veniva inasprito, continuava a riporre fiducia nell’essere umano e nella storia. Ci insegnò che l’ottimismo rivoluzionario non è ingenuità, ma incrollabile convinzione nella vittoria.

Il pensiero e la pratica della strategia militare occupano un posto importante nell’eredità di Fidel.

In estrema sintesi, possiamo affermare che fu un maestro della guerriglia, che ci condusse alla vittoria del Primo Gennaio 1959. Fu un profondo studioso dell’arte militare contemporanea e offrì autentici contributi alla concezione delle più importanti operazioni militari svolte durante le nostre missioni internazionaliste. La battaglia di Cuito Cuanavale, diretta personalmente dal Comandante in Capo, mise in luce le sue qualità di stratega militare. Fu inoltre l’ideatore della dottrina della Guerra di Tutto il Popolo.

Fidel considerava la sovranità non come una condizione raggiunta una volta per tutte, ma come un processo da conquistare e difendere contemporaneamente su molteplici fronti: la difesa e la sicurezza del Paese, il fronte economico, quello ideologico e culturale, quello internazionalista e solidale, quello scientifico, nonché il fronte della politica estera e delle relazioni internazionali.

A nostro giudizio, il suo metodo di lavoro si fondava su quattro principi:

La priorità della politica. Ogni decisione economica è una decisione politica.

Il rapporto tra tattica e strategia. Le tattiche cambiano, i principi no: sovranità, giustizia sociale, antimperialismo, internazionalismo, solidarietà.

La mobilitazione popolare come risorsa strategica. La disciplina e la partecipazione imposte dall’alto sono fragili; la disciplina e la partecipazione popolare assunte collettivamente sono indistruttibili.

L’innovazione in condizioni di scarsità. La scarsità non rappresenta soltanto una privazione: può diventare uno stimolo alla creatività.

Fidel guidò una generazione, la cosiddetta Generazione del Centenario di José Martí: una determinata schiera di donne e uomini ormai inseparabili dalla storia che, dall’assalto al Moncada allo sbarco del Granma e alla Sierra Maestra, condivise con lui la direzione dei processi di trasformazione della Rivoluzione.

Quella generazione, composta da giovani i cui nomi appartengono ormai alla storia — Fidel, Raúl, Che, Almeida, Ramiro, Guillermo, Vilma, Celia, Haydée, Melba e tanti altri — seppe entrare in sintonia con le necessità e le aspirazioni di un intero popolo disposto a dare la vita per la dignità conquistata.

Fidel comprese, come pochi altri, la necessità di coniugare la fermezza ideologica con la flessibilità tattica. Ci insegnò che «il marxismo-leninismo non è una dottrina morta; non è un catechismo, ma un metodo, una guida, uno strumento per risolvere concretamente i problemi della vita».

Non vi è alcun dubbio sulle sue qualità di stratega capace di anticipare il futuro, ma non vi è nemmeno nulla di mistico in questa affermazione. Profondo studioso della realtà nazionale e internazionale, che seguiva fin nei dettagli attraverso tutti i mezzi a sua disposizione, Fidel era anche un acuto osservatore del comportamento umano, grazie non soltanto alla sua notevole intelligenza, ma alla sua inesauribile sete di conoscenza e alla costante attenzione per i progressi della scienza e della tecnica. Possedeva inoltre una vastissima cultura, alimentata per tutta la vita da letture fondamentali nei generi più diversi.

È rivelatore un passaggio di una lettera inviata da Fidel alla sorella Lidia dal carcere dell’Isola dei Pini: «La mia battaglia più grande, da quando sono qui, è stata insistere e non stancarmi mai di insistere sul fatto che non ho assolutamente bisogno di nulla: ho avuto bisogno soltanto di libri, e considero i libri beni spirituali».

Questa sete di conoscenza, insieme alla passione per la storia e per il destino della specie umana, lo accompagnò fino alla fine della sua vita. Ne lasciò testimonianza nelle sue Riflessioni: 484 testi sui temi più diversi, pubblicati tra il 28 marzo 2007 e il 9 ottobre 2016.

Dieci anni dopo la sua scomparsa, commuove rileggere ciò che si proponeva con quei testi e che lasciò scritto in uno dei primi, datato 22 giugno 2007: «Non ho iniziato questo lavoro come parte di un piano elaborato in precedenza, ma per il forte desiderio di comunicare con il principale protagonista della nostra resistenza, mentre osservo le stupide azioni dell’impero».

Qui ritroviamo tre elementi: la sua necessità di comunicare, nella maniera magistrale che gli era propria; il suo rispetto per il popolo, considerato il protagonista fondamentale; e la sua critica dell’impero.

Sotto la guida di Fidel, Cuba riuscì a sradicare l’analfabetismo nel 1961, attraverso una campagna che mobilitò oltre 250.000 volontari.

Appena due anni dopo la vittoria rivoluzionaria, Cuba sconfisse a Playa Girón un’invasione finanziata, addestrata e scortata dall’impero vicino, infliggendogli la prima grande sconfitta in America Latina.

Cuba costruì il sistema sanitario universale più avanzato del Terzo Mondo.

Cuba ha inviato più di 600.000 professionisti sanitari in 165 Paesi attraverso il Programma Internazionale di Cooperazione Medica.

Cuba sviluppò un sistema educativo gratuito, dagli asili nido fino all’università.

Fidel definì i principi della politica estera cubana e costruì solidi sistemi culturali e sportivi, trasformandoli in punti di riferimento a livello mondiale.

Uno dei capitoli fondamentali della sua eredità sul piano continentale si colloca nel periodo più ricco di speranze della storia della Nostra America, quando, insieme a Hugo Chávez, guidò la rinascita del progetto d’integrazione di Simón Bolívar, che era stato anche il grande sogno di José Martí.

Naturalmente, non parliamo soltanto di idee. I fatti che in pochissimo tempo trasformarono i rapporti tra i governi e i popoli della regione più diseguale del pianeta sono entrati definitivamente nella storia del XXI secolo come momenti determinanti per la sua successiva evoluzione.

Nel 1998 fu creato il Programma Integrale di Salute, attraverso il quale Cuba affrontò il dramma dei popoli colpiti dagli uragani in America Centrale e nei Caraibi. Nel 1999 nacque la Scuola Latinoamericana di Medicina. Entrambe furono idee di Fidel e dimostrarono concretamente il valore universale della cooperazione e della solidarietà, aprendo un percorso di emancipazione allora ancora inesplorato, che avrebbe successivamente trovato espressione nell’ALBA-Petrocaribe, nelle missioni mediche ed educative, nell’Operazione Milagro con i suoi oltre tre milioni di interventi oftalmologici, nel programma di alfabetizzazione «Yo sí puedo» e nel Contingente Henry Reeve, la cui straordinaria opera nell’assistenza alle popolazioni colpite dalle catastrofi gli è valsa la candidatura al Premio Nobel per la Pace.

Come potete osservare, tutti questi programmi, chiaramente ispirati alla giustizia sociale, riguardano precisamente ciò che la nuova estrema destra regionale, coordinata e guidata da Washington, vorrebbe cancellare dalla storia della Nostra America, con la stessa ferocia con cui l’impero cerca nuovamente di separare Cuba dal proprio contesto regionale.

Ci riuniamo oggi qui, a poche ore dal 13 agosto, giorno in cui il nostro Comandante in Capo avrebbe compiuto cento anni, non per celebrare una commemorazione rituale, ma per adempiere a un dovere: pensare a Fidel non come a una figura del passato, bensì come a uno stratega capace di andare oltre il proprio tempo.

Pensare alla sua eredità non come a un repertorio di citazioni da recuperare negli anniversari, ma come a una guida per superare le sfide che abbiamo oggi davanti a noi, nella Cuba reale del 2026.

Non possiamo parlare di Fidel senza guardare al mondo che egli studiò tanto attentamente e che noi abbiamo ereditato. E il mondo, come era solito dire, è un vortice di contraddizioni.

La crisi sistemica del capitalismo ha raggiunto il suo punto più acuto: guerre regionali che minacciano di estendersi, una crisi climatica che non è più una previsione ma una catastrofe quotidiana, carestie provocate dalla speculazione finanziaria, migrazioni forzate che trasformano i mari in cimiteri e una frattura sociale nella quale la ricchezza di pochi si accumula sulla miseria di molti.

L’ordine internazionale è terreno di scontro. L’unilateralismo imperialista pretende di imporre con la forza la propria legge, ma il mondo multipolare è ormai una realtà destinata a durare. L’impero, tuttavia, intensifica i propri attacchi, cerca nuovi pretesti, fabbrica nemici e destabilizza i governi che rifiutano di piegarsi.

In questo scenario globale, Cuba continua a essere uno degli obiettivi privilegiati della furia imperialista. Non è un caso che proprio nell’anno del Centenario di Fidel Washington abbia intensificato la propria offensiva: rafforzamento del blocco attraverso misure extraterritoriali che perseguitano i rapporti commerciali e finanziari; arbitrario mantenimento di Cuba nella lista degli Stati patrocinatori del terrorismo, un’ironia storica per un Paese che per decenni è stato vittima del terrorismo di Stato; massicce campagne mediatiche che cercano di dipingere Cuba come un «regime fallito», mentre tacciono sui risultati raggiunti nella sanità, nell’istruzione, nella cultura, nella scienza e nello sport.

E, per completare il quadro, hanno inventato la ridicola accusa secondo cui Cuba sarebbe una «potenza dello spionaggio» o un centro di sovversione della cosiddetta «sinistra radicale terrorista» — della quale, a quanto pare, faremmo parte tutti noi che siamo qui —: una definizione patetica e fantasiosa, credibile soltanto nelle loro menti distorte, ma che viene utilizzata per confondere, giustificare ulteriori punizioni e legittimare nuove aggressioni.

Accanto all’aggressione economica e politica, viene condotta una guerra ideologica e culturale attraverso la sovversione digitale e il finanziamento di mercenari interni che, con fondi provenienti da agenzie statunitensi, cercano di spezzare la nostra unità. Non è un segreto che gli Stati Uniti abbiano destinato milioni di dollari alla promozione del «cambio di regime» attraverso social network, organizzazioni non governative e piattaforme che si presentano come «difensori dei diritti umani», ma che in realtà servono gli interessi geopolitici dell’impero.

Non ci sorprendono affatto le recenti rivelazioni di importanti organi di stampa statunitensi su un’intensificazione delle operazioni della CIA a Cuba volte a sovvertire l’ordine interno. Non si tratta di fughe di notizie casuali, come vengono presentate, ma di una componente del piano deliberato di guerra psicologica del regime statunitense contro Cuba.

Al culmine del cinismo e della perversità, il Segretario di Stato ha recentemente dichiarato che le sanzioni statunitensi contro il regime cubano non faranno che inasprirsi. «Quello che stiamo cercando di insegnare loro», ha detto, «è che non esistono valvole di sfogo».

È un riconoscimento esplicito del fatto che Cuba attraversa una situazione difficile come conseguenza di una guerra economica senza precedenti. Una simile dichiarazione costituisce una minaccia aperta di sterminio genocida contro un intero popolo, qualora esso rifiuti di sottomettersi ai disegni dell’impero.

Su questo tema, esperti delle Nazioni Unite hanno sottolineato che le illegali misure coercitive unilaterali imposte dagli Stati Uniti contro Cuba violano l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite e fanno parte di una strategia più ampia di cambio di regime, che comprende decenni di embargo contro Cuba.

«Il Governo degli Stati Uniti deve porre fine a tutte le minacce e agli atti ostili contro la sovranità di Cuba e revocare tutte le misure imposte al Paese che siano contrarie al diritto internazionale», hanno affermato gli esperti.

E hanno aggiunto: «Il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale devono affrontare urgentemente queste minacce come una questione di pace e sicurezza internazionali».

Non può esservi cinismo maggiore di quello del carnefice che cerca di presentarsi come vittima, quando i suoi misfatti sono pubblici e noti da decenni. Gli Stati Uniti non hanno alcuna autorità morale né alcun diritto di accusare Cuba, che è stata probabilmente una delle nazioni più spiate da Washington e contro la quale sono stati stanziati ingenti fondi destinati alla sovversione economica e ideologica.

Il blocco, intensificato negli ultimi anni, non è soltanto una misura economica: è un atto di guerra non dichiarata contro un popolo che ha scelto di essere libero. È il tentativo sistematico di piegare attraverso la fame e la disperazione una nazione che ha dimostrato, per oltre sei decenni, che la dignità non è negoziabile.

Non esagero affermando che questo Colloquio si svolge in uno dei momenti più difficili mai attraversati dalla Rivoluzione, ma non siamo qui per amministrare la nostalgia. Siamo qui perché il pensiero di Fidel Castro continua a essere la bussola più precisa di cui disponiamo per attraversare la tempesta che il popolo cubano sta vivendo! (Applausi.)

E la tempesta è reale. Il nostro popolo la vive ogni giorno: nei blackout che interrompono la vita familiare, la giornata lavorativa e l’apprendimento dei nostri bambini e dei nostri giovani; nell’inflazione che erode il potere d’acquisto dei salari; nella scarsità di combustibile che paralizza l’economia e i trasporti; nelle difficoltà nel garantire il paniere alimentare di base; nell’emigrazione che ci porta via i giovani.

Non siamo qui per negare questa realtà, ma per comprenderla nella sua giusta dimensione e trovare nel pensiero di Fidel gli strumenti per trasformarla.

Vi fornirò alcuni dati sugli effetti del blocco sulla società cubana.

Per quanto riguarda in particolare il settore energetico, negli ultimi anni, attraverso uno sforzo enorme, eravamo riusciti a recuperare oltre 1.400 megawatt di capacità di generazione elettrica in diversi impianti di generazione distribuita. Oggi quelle centrali non producono energia per mancanza di combustibile: funzionano a gasolio e olio combustibile. Se potessimo disporre ogni giorno di quei 1.400 megawatt, i gravosi blackout a Cuba durerebbero soltanto tre ore, e non venti o più come quelli che oggi il nostro popolo è costretto a sopportare.

Nel settore sanitario, una questione particolarmente delicata, conoscete bene tutte le potenzialità del nostro sistema universale e gratuito, accessibile a tutti, e sapete ciò che siamo in grado di fare. Eppure 98.500 pazienti sono in lista d’attesa per un intervento chirurgico, tra cui 12.000 bambini. Si tratta di operazioni che possiamo eseguire a Cuba, ma ci mancano le risorse e l’energia necessaria per far funzionare le sale operatorie.

Vi sono 34.000 donne in gravidanza alle quali non possiamo garantire un numero sufficiente di ecografie prenatali.

Vi sono 67.000 bambini di meno di un anno, nati negli ultimi mesi, che non hanno potuto seguire un calendario vaccinale aggiornato, quando a Cuba la vaccinazione e il nostro sistema di immunizzazione erano sempre stati puntuali.

Vi sono 117.000 adulti e 1.200 bambini affetti da cancro che non possono ricevere i trattamenti di prima linea adeguati e per i quali dobbiamo ricorrere a terapie alternative di seconda o terza linea.

Vi sono 16.000 pazienti che incontrano difficoltà nell’accesso alla radioterapia, 12.400 alla chemioterapia e 3.000 all’emodialisi.

Soltanto il 30% dei farmaci essenziali previsti dal prontuario nazionale è disponibile, nonostante siamo in grado di produrre i medicinali necessari.

Il tasso di disponibilità operativa delle ambulanze raggiunge appena il 22%, a causa della mancanza di pezzi di ricambio.

Siamo impossibilitati ad acquistare sorgenti di cobalto-60 per i trattamenti oncologici e si registrano ritardi nel rilascio delle autorizzazioni necessarie a sdoganare le forniture mediche nei porti. A ciò si aggiunge il rifiuto delle compagnie di navigazione internazionali, sottoposte alle pressioni dell’imperialismo statunitense affinché non trasportino a Cuba le merci di cui abbiamo bisogno.

E, come se tutto questo non bastasse, avevamo sempre mantenuto un tasso di mortalità infantile compreso tra 4 e 5 per mille, un livello proprio dei Paesi sviluppati. Negli ultimi anni, invece, il tasso è raddoppiato e attualmente supera il 9,8 per mille: ciò significa la morte di bambini che avrebbero potuto essere salvati.

Di fronte a questo genocidio calcolato nei minimi dettagli, ogni volta che si intravede o si cerca una possibilità di sollievo, i cerberi di questa ignominiosa politica sono pronti a stringere ulteriormente il cappio dell’asfissia.

Che cosa ha fatto Cuba di fronte a questa tempesta? Abbiamo risposto come Fidel ci ha insegnato: la resistenza non è passiva, è creativa.

Nel pieno dell’assedio abbiamo sviluppato vaccini nostri, che ci hanno permesso di affrontare la pandemia in piena sovranità; abbiamo potenziato l’agricoltura, compresa quella urbana e suburbana, ricorrendo all’agroecologia per garantire alimenti nonostante la scarsità di combustibili e fertilizzanti; abbiamo rafforzato i nostri sistemi di difesa attraverso una milizia popolare che non ha bisogno di carri armati o aerei per difendere la propria terra, perché la difende con il cuore e con la coesione delle proprie forze.

Abbiamo saputo trasformare le avversità in opportunità. La crisi ci impone di essere più efficienti, più innovativi, più partecipativi. I nostri scienziati, insegnanti, medici, contadini e operai hanno dimostrato che l’intelligenza collettiva può essere più forte del denaro dell’impero.

E, soprattutto, non abbiamo rinunciato all’internazionalismo. Continuiamo a inviare brigate mediche nei luoghi più poveri del mondo, a condividere i nostri metodi educativi e scientifici; continuiamo a essere l’isola che costruisce ponti di fratellanza.

Sì, soffriamo molte carenze. Ci pesano i blackout, la mancanza d’acqua, l’inflazione e le code; ma nessuna privazione materiale ha spento la fiamma della solidarietà alla quale Fidel ci ha educati. (Applausi.)

A confermarlo vi è un fatto: negli ultimi giorni dello scorso anno accademico, tesi e difficili come mai prima, nelle università cubane si sono laureati 30.185 giovani professionisti, 735 dei quali provenienti da 62 Paesi e formatisi a Cuba. (Applausi.) E c’è un dato che siamo orgogliosi di poter mostrare: oltre venti nuovi medici palestinesi e cinque medici statunitensi. (Applausi.)

La risposta del popolo, sotto la guida del Partito Comunista di Cuba, è stata una resistenza ferma e creativa, l’unità, la difesa delle proprie conquiste e l’aggiornamento del modello economico e sociale, senza rinunciare mai ai principi del socialismo e senza cedere a pressioni o ricatti.

Per raggiungere questo obiettivo stiamo attuando un insieme di trasformazioni economiche e sociali. Questa capacità di resistere e trasformarsi affonda oggi più saldamente che mai le proprie radici nel pensiero e nell’azione del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz.

Si tratta di proseguire la costruzione socialista in una piccola isola minacciata dal più grande imperialismo della storia dell’umanità e sottoposta a un blocco totale, mentre al suo Stato vengono precluse tutte le fonti di risorse, finanziamento e commercio.

Di fronte a questa situazione è necessario produrre e generare ricchezza per redistribuirla con la maggiore giustizia sociale possibile e preservare le conquiste storiche ed essenziali della Rivoluzione in settori strategici come la sanità, l’istruzione, la cultura, la scienza, l’energia e le comunicazioni.

Sarà un compito di tutti: dell’impresa statale e di quella non statale, insieme alle altre forme di gestione dell’economia che, nel loro complesso, costituiscono il tessuto imprenditoriale cubano, orientate verso un unico obiettivo: costruire il socialismo prospero e sostenibile che l’eroico popolo di Cuba merita.

Desidero sottolineare che si tratta di un processo volto a dinamizzare l’economia, non a instaurare il capitalismo; non vi sarà alcuna privatizzazione indiscriminata; i principali mezzi di produzione restano nelle mani del popolo e, soprattutto, saranno preservate la sovranità e l’indipendenza nazionale.

In un processo tanto complesso, il Partito Comunista di Cuba, quale forza dirigente superiore dello Stato e della società, assume la responsabilità principale della direzione, del coordinamento e del controllo, nonché il ruolo di vigile custode degli interessi del popolo, della classe operaia, delle conquiste sociali e di quella giustizia sociale che ha animato la Rivoluzione fin dalle sue origini.

Compagne e compagni,

Fidel non appartiene esclusivamente ai cubani. Fidel appartiene a tutti coloro che lottano per un mondo migliore. E a voi, partecipanti a questo Colloquio, intellettuali e attivisti che avete fatto vostro il suo pensiero, spetta un ruolo decisivo.

Vi invitiamo a diffondere la verità su Cuba e su tutti i popoli che resistono. In un mondo nel quale i grandi mezzi di comunicazione fabbricano menzogne e costruiscono narrazioni funzionali ai propri interessi, avete la responsabilità di far conoscere la realtà vissuta dai cubani: una realtà segnata dalle carenze, certamente, ma anche dalle conquiste, dalla solidarietà e dalla speranza.

Ogni libro che scriverete, ogni articolo che pubblicherete, ogni conferenza che terrete nei vostri Paesi costituirà una trincea contro la disinformazione. La battaglia delle idee si combatte oggi anche nello spazio digitale, contro l’analfabetismo tecnologico e le nuove forme di colonizzazione culturale.

Dovete costruire reti di solidarietà realmente efficaci. Non basta pronunciare discorsi di sostegno. Occorre trasformare la solidarietà in azioni concrete: campagne per la revoca del blocco, proposte di cooperazione scientifica e culturale, progetti di commercio equo, denunce davanti agli organismi internazionali.

Dovete approfondire il pensiero critico sul socialismo del XXI secolo. Fidel ci ha lasciato domande aperte, non risposte definitive. Come costruire Potere Popolare nell’era digitale? Come conciliare la pianificazione centralizzata con l’autonomia territoriale? Come affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva socialista?

A voi, a partire dalle vostre discipline, spetta il compito di elaborare risposte creative e realistiche e di rafforzare l’unità dei movimenti progressisti.

Fidel fu un maestro nell’arte di unire le volontà, costruire ponti tra settori diversi e ricercare punti di incontro senza cancellare le differenze.

Invito tutti i seguaci e gli studiosi della sua eredità a lavorare per l’unità, a superare le divisioni secondarie per concentrarci sull’essenziale: la lotta contro il capitalismo e l’imperialismo.

La Rivoluzione ha dedicato ai giovani il massimo dei propri sforzi e in loro ha riposto le maggiori speranze. Fidel ha sempre avuto fiducia nel ruolo della gioventù nel processo rivoluzionario.

Credere nei giovani significa vedere in loro, oltre all’entusiasmo, la capacità; oltre all’energia, la responsabilità; oltre alla giovinezza, la purezza, l’eroismo, il carattere, la volontà, l’amore per la Patria, la fiducia nella Patria. Significa avere la profonda convinzione che i giovani possano farcela, che ne siano capaci, che sulle loro spalle possano essere affidati grandi compiti. (Applausi.)

Furono i giovani a stringersi attorno a Fidel per concepire sogni realizzabili quando la Patria ne ebbe bisogno. Dalle sue lunghe riunioni con i giovani nacquero importanti iniziative sociali: lo sviluppo degli istruttori d’arte, degli insegnanti integrali, degli assistenti sociali.

Furono i giovani a impugnare le armi nella Sierra, ad alfabetizzare sulle montagne, a essere protagonisti delle gloriose missioni internazionaliste, a costruire i contingenti di lavoro, a promuovere la scienza e la tecnologia.

Oggi, nell’anno del suo Centenario, la gioventù cubana è chiamata a essere all’altezza della stessa statura storica.

Le sfide che abbiamo davanti sono immense: un’economia colpita dal blocco, le trasformazioni strutturali che dobbiamo attuare, la necessità di produrre più alimenti, realizzare la transizione energetica, sostituire le importazioni e costruire una società capace di garantire maggiore benessere a tutti.

Non esiste sfida che la gioventù non possa affrontare, se decide di farlo.

Compagne e compagni,

permettetemi di concludere con una certezza che Fidel ci ha lasciato in eredità: il futuro non è già scritto, siamo noi ad avere il potere di scriverlo.

Sì, l’impero è potente, ma la storia è dalla parte dei popoli. Ogni bambino che oggi impara a leggere in una scuola cubana anche quando manca l’elettricità, ogni contadino che coltiva ricorrendo all’agroecologia, ogni scienziato che fa ricerca senza brevetti, ogni giovane impegnato in un movimento sociale, ogni madre che difende i propri figli dalla violenza rappresenta una vittoria anticipata.

Il Centenario di Fidel è un punto di partenza. È il momento di comprendere che la sua eredità non appartiene al passato, ma al presente e al futuro che stiamo costruendo.

Non basta ricordarlo: bisogna studiarlo! Non basta ammirarlo: bisogna seguirne l’esempio! (Applausi.)

Desidero ringraziarvi ancora una volta, dal profondo del cuore, per la vostra presenza. Voi siete ambasciatori della verità, testimoni del fatto che Cuba non si arrende, compagni di viaggio di una Rivoluzione che supera le frontiere.

Nel mio intervento ho evitato di soffermarmi sulle mie esperienze personali con Fidel. Desidero tuttavia dirvi che, della scuola di Fidel, mi hanno segnato profondamente la sua lealtà e la decisione di fare dello scontro con l’imperialismo una missione della propria vita; la sua concezione dell’unità; il suo esempio di presenza costante negli scenari più difficili senza mai lasciarsi vincere dal pessimismo; la sensibilità verso i più bisognosi; la sua idea di giustizia sociale e il valore racchiuso nella sua compiuta definizione di Rivoluzione.

All’inizio delle celebrazioni per questi cento anni che condividiamo, desidero lasciare testimonianza dell’enorme impegno della direzione del Partito e del Governo nei confronti dell’incommensurabile opera di Fidel, che abbiamo la responsabilità di preservare dai venti minacciosi che soffiano da ogni parte, alimentati dalla sete di conquista e di punizione dell’impero.

Permettetemi di concludere come Fidel disse più di una volta:

«Siamo disposti a resistere con dignità e spirito di sacrificio al blocco imperialista per tutti gli anni che saranno necessari. Se altri cederanno, se altri si lasceranno corrompere, se altri tradiranno, Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non capitola». (Applausi ed esclamazioni: «Io sono Fidel!»)

Lo ripeto:

«Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non capitola, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio!» (Applausi ed esclamazioni: «Viva!»)

Fidel è un Paese, Fidel è Cuba! (Applausi.)

Per Cuba, con Fidel, fino alla vittoria sempre!

Viva per sempre Fidel!
(Esclamazioni: «Viva!»)

Socialismo o morte!

Patria o morte!

Vinceremo!
(Esclamazioni: «Vinceremo!»)

(Ovazione.)

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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