L’intimidazione neonazista contro giovani ebrei a Bansko non è un episodio isolato. Dalle aggressioni contro antifascisti bulgari alla crescita dell’estrema destra in Germania, Italia e Spagna, l’Europa assiste alla pericolosa riemersione di simboli, organizzazioni e culture politiche che pensava di avere sconfitto.

Quanto accaduto nella località bulgara di Bansko nella notte del 2 agosto non può essere liquidato come una semplice provocazione tra adolescenti. Un gruppo di giovani ebrei italiani, provenienti soprattutto da Roma e Milano e impegnati in un campo estivo organizzato dal movimento Bnei Akiva, si è trovato di fronte a giovani bulgari che, secondo le testimonianze e i filmati circolati pubblicamente, hanno rivolto minacce e insulti contro l’albergo nel quale soggiornavano, esibendosi in saluti nazisti e gridando «Sieg Heil». Le prime ricostruzioni della stampa italiana avevano addirittura parlato di un tentativo di irruzione nell’hotel; successivamente, il Ministero dell’Interno bulgaro ha precisato che non si è verificato uno scontro fisico e ha descritto l’episodio come una «confrontazione verbale». Tutti i giovani bulgari coinvolti, risultati minorenni, sono stati identificati e gli atti sono stati trasmessi alla procura competente.
Tali precisazioni investigative non cancellano l’elemento politico essenziale: l’esibizione di simbologia hitleriana e l’utilizzo del saluto nazista contro un gruppo di ragazzi ebrei. L’Organizzazione degli ebrei in Bulgaria «Shalom» ha chiesto un’indagine approfondita, ammonendo che la normalizzazione del linguaggio d’odio e dell’antisemitismo può produrre conseguenze concrete sull’intera società. Anche il Ministero degli Esteri bulgaro ha condannato inequivocabilmente ogni forma di antisemitismo, definendo inaccettabili comportamenti di questo genere in una società democratica.
L’episodio di Bansko assume tuttavia un significato ancora più inquietante se inserito nella sequenza di avvenimenti che ha attraversato la Bulgaria negli ultimi mesi. Il 9 maggio, proprio nel giorno in cui veniva ricordata la vittoria sul nazifascismo, alcuni giovani che avevano partecipato alle celebrazioni antifasciste a Sofia furono aggrediti nella zona tra boulevard Arsenalski e boulevard Černi vrăh. La polizia arrestò tre persone. Secondo la successiva denuncia del Partito Socialista Bulgaro (Bălgarska Socialističeska Partija, BSP), basata sulle testimonianze delle vittime e dei presenti, gli aggressori erano legati ad ambienti dell’estrema destra e neofascisti; uno dei ragazzi colpiti riportò una ferita alla testa che richiese quattro punti di sutura e un altro una commozione cerebrale. Il BSP parlò apertamente di «violenza politica e ideologica», chiedendo una risposta delle istituzioni contro neonazismo, fascismo, odio politico e violenza di strada.
La coincidenza simbolica era difficilmente ignorabile. Solo poche ore prima, il leader socialista Krum Zarkov aveva ricordato che il 9 maggio è il giorno nel quale l’umanità «strappò l’Europa dalle tenebre del nazismo», sottolineando il contributo determinante dell’Unione Sovietica insieme agli altri membri della coalizione antihitleriana. Che proprio dopo una commemorazione della sconfitta del fascismo giovani partecipanti a iniziative antifasciste potessero essere oggetto di un pestaggio attribuito dalle vittime ad ambienti neofascisti mostrava quanto la battaglia sulla memoria storica non appartenga affatto soltanto al passato.
Ancora prima, il 14 febbraio, Sofia aveva assistito all’ennesima edizione del Lukovmarš, la marcia dedicata al generale Hristo Lukov, dirigente dell’Unione delle Legioni Nazionali Bulgare e personaggio strettamente legato alla Germania hitleriana. Il Ministero degli Esteri aveva chiesto di impedire l’evento, giudicando manifestazioni del genere incompatibili con i valori della società bulgara e denunciandone il carattere di vetrina internazionale per estremismo, intolleranza, discriminazione e odio. Il Comune di Sofia aveva tentato di vietare la manifestazione, ma il provvedimento era stato annullato dal tribunale amministrativo e il corteo, seppure su un percorso ridotto e sotto una forte sorveglianza della polizia, si era comunque tenuto.
Nelle stesse ore, gli antifascisti manifestavano al grido di «Sofia non è una città nazista» e «Niente nazisti nelle nostre strade». Il BSP aveva definito il Lukovmarš una «marcia dell’odio, dell’aggressione e dell’impunità» e un segnale del riaccendersi di focolai fascisti nella Bulgaria contemporanea.
Bansko, dunque, non arriva dal nulla. Questo non significa che esista una catena organizzativa che colleghi questi episodi, ma il susseguirsi di eventi di questo tipo dimostra che esiste un terreno culturale comune che non può essere ignorato: simboli nazisti nuovamente esibiti nello spazio pubblico, ambienti che rivendicano personalità storiche legate al fascismo, aggressioni contro militanti antifascisti e manifestazioni di antisemitismo.
Il problema, del resto, supera ampiamente i confini della Bulgaria. L’Europa sta attraversando una fase nella quale l’estrema destra non è più soltanto una presenza marginale collocata ai bordi del sistema politico. In molti paesi è diventata una forza elettorale di massa, condiziona l’agenda pubblica e, in alcuni casi, partecipa direttamente al governo. Sebbene i partiti di estrema destra non possano essere automaticamente classificati come organizzazioni neofasciste o neonaziste, il clima politico nel quale proliferano certe forme di violenza non può essere separato dal processo attraverso il quale idee un tempo relegate all’estremismo vengono progressivamente normalizzate.
La Germania offre forse l’esempio più impressionante. Alle elezioni federali del febbraio 2025, Alternativa per la Germania (Alternative für Deutschland, AfD) ha ottenuto il 20,8% dei voti, esattamente il doppio del 10,4% raccolto nel 2021, diventando la seconda forza politica nazionale. Ma accanto alla crescita elettorale dell’AfD esiste una dimensione molto più apertamente violenta dell’estrema destra tedesca. Proprio lo scorso 6 agosto, un tribunale di Amburgo ha condannato sette giovani appartenenti e un sostenitore del gruppo estremista di destra Letzte Verteidigungswelle, «Ultima ondata di difesa», per reati che comprendono tentato omicidio, incendio doloso, lesioni aggravate e accuse connesse al terrorismo. Il gruppo aveva preso di mira strutture per richiedenti asilo e centri associati alla sinistra. Gli imputati avevano tra i 14 e i 21 anni al momento dei fatti.
Andando oltre il singolo episodio, i dati ufficiali tedeschi relativi al 2025 mostrano che la criminalità politicamente motivata ha raggiunto il livello più elevato da quando viene registrata statisticamente. Il Bundeskriminalamt ha rilevato 85.837 reati politici e 4.156 reati violenti; nonostante un forte incremento della violenza classificata come proveniente da sinistra, lo stesso ministro dell’Interno Alexander Dobrindt ha riconosciuto che il maggior numero complessivo di reati continua a provenire dalla destra e dall’estrema destra, definendo quest’ultima la principale minaccia estremista per il paese. Nel solo ultimo trimestre del 2025, 135 persone sono rimaste ferite in reati politicamente motivati attribuiti alla destra.
Anche in Italia il dato politico è difficile da ignorare. Fratelli d’Italia, formazione proveniente da una tradizione politica che attraverso Alleanza Nazionale risale al Movimento Sociale Italiano postfascista, è alla guida del governo dal 2022. Alle elezioni europee del 2024 aveva ottenuto il 28,75% dei voti. Secondo i sondaggi più recenti, la formazione di Giorgia Meloni continua a essere nettamente il primo partito italiano, attestandosi tra il 26 e il 27% nei principali rilevamenti. A questo si aggiunge ora l’ascesa di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, forza collocata ancora più a destra e favorevole esplicitamente alla cosiddetta «remigrazione»: secondo una rilevazione YouTrend di luglio ha raggiunto il 7,6%, superando la Lega, mentre un sondaggio Ipsos lo collocava al 7,1%.
La Spagna mostra una dinamica analoga. Vox non soltanto si è stabilizzato come forza nazionale, ma nel febbraio di quest’anno ha raddoppiato la propria rappresentanza alle elezioni regionali in Aragona, raggiungendo il 18% e passando da sette a quattordici seggi. In Andalusia, a maggio, ha ottenuto quindici deputati regionali, rendendo necessario il proprio sostegno al Partito Popolare per assicurare una maggioranza alla destra. Ancora nel luglio 2026, nonostante quattro mesi di arretramento nei sondaggi, Vox risultava la forza cresciuta maggiormente rispetto alle legislative del 2023: il blocco PP-Vox veniva stimato complessivamente al 49,2%.
La stessa trasformazione è leggibile su scala continentale. Nel Parlamento europeo uscito dalle elezioni del 2024, Patrioti per l’Europa disponeva inizialmente di 84 seggi, i Conservatori e Riformisti Europei di 78 e l’Europa delle Nazioni Sovrane di 25. Pur trattandosi di gruppi differenti, che non possono essere meccanicamente sovrapposti, il loro peso testimonia lo spostamento verso destra dell’asse politico europeo.
Parallelamente cresce l’attenzione delle autorità di sicurezza verso gli ambienti estremisti violenti. L’ultimo rapporto EU TE-SAT di Europol, pubblicato il 13 luglio, registra per il 2025 quarantacinque attentati terroristici compiuti, falliti o sventati nell’Unione Europea. Il jihadismo resta la minaccia terroristica numericamente principale, ma Europol segnala anche la persistenza dell’estremismo violento di destra e la crescente importanza degli ecosistemi digitali nei processi di radicalizzazione. Europol sottolinea soprattutto come reti decentralizzate, comunità online e ambienti nei quali si mescolano suprematismo, accelerazionismo, misoginia, nichilismo e culto della violenza rendano sempre più difficili da individuare i percorsi di radicalizzazione, soprattutto tra i giovani.
A marzo, Europol aveva inoltre coordinato un’operazione contro propaganda terroristica ed estremista online che aveva portato alla segnalazione di oltre 17.000 indirizzi Internet su quaranta piattaforme, comprendendo materiale proveniente anche da reti dell’estremismo violento di destra. A luglio una successiva operazione contro l’ecosistema nichilista denominato The Com ha segnalato oltre 4.300 URL: alcune sue componenti hanno adottato esplicitamente ideologie estremiste di destra e accelerazioniste, tentando di radicalizzare soprattutto minorenni.
Il pericolo, quindi, non consiste soltanto nella possibilità che organizzazioni dichiaratamente neonaziste aumentino numericamente, ma risiede anche nella progressiva erosione degli anticorpi politici e culturali costruiti dall’Europa dopo il 1945. Quando concetti fondati sull’espulsione collettiva di gruppi sociali vengono nuovamente discussi come normali proposte politiche; quando il migrante, il musulmano, l’ebreo, il rom, l’antifascista o l’avversario politico vengono rappresentati come corpi estranei alla comunità nazionale; quando la discriminazione viene trasformata in linguaggio ordinario del confronto pubblico, il confine tra estremismo marginale e discorso accettabile tende inevitabilmente ad assottigliarsi.
Proprio per questo sarebbe insufficiente rispondere al problema soltanto attraverso la repressione di singoli gruppi. L’antifascismo europeo non può ridursi alla celebrazione rituale del 27 gennaio o del 9 maggio mentre, nel resto dell’anno, si accettano revisionismi storici, marce dedicate a collaboratori del nazismo e la crescente banalizzazione di idee fondate sulla gerarchizzazione etnica e nazionale.
La Bulgaria costituisce sotto questo profilo un caso emblematico. È il paese che ricorda con orgoglio il ruolo svolto da settori della società bulgara nel salvare dalla deportazione migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale, ma è anche il paese nel quale nel 2026 continua a sfilare il Lukovmarš. È il paese nel quale il primo ministro Rumen Radev e le istituzioni commemorano i caduti nella lotta contro il nazismo, ma nel quale, poche ore dopo le celebrazioni del 9 maggio, giovani antifascisti possono essere picchiati per strada. Ed è ora il paese nel quale adolescenti ebrei italiani hanno dovuto assistere nuovamente a saluti hitleriani e grida di «Sieg Heil».
Bansko deve dunque essere letto come un segnale d’allarme, non come un’anomalia bulgara. Dalla Germania alla Spagna, dall’Italia alla Bulgaria, il quadro assume forme nazionali differenti, ma presenta una tendenza comune: una destra radicale sempre più forte sul piano elettorale convive con ambienti ancora più estremi che considerano nuovamente praticabili il razzismo biologico, l’antisemitismo, la violenza politica e persino la simbologia hitleriana.
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