Nel 73º anniversario degli assalti al Moncada e alla caserma Carlos Manuel de Céspedes, Miguel Díaz-Canel denuncia il blocco statunitense come arma di guerra e chiama il popolo cubano all’unità, all’azione, alla creatività e alla difesa della sovranità.

«Cari abitanti di Pinar del Río, ricevete in questo 26 Luglio il mio affetto e il mio riconoscimento per esservi guadagnati, con il vostro impegno, la dedizione alla causa rivoluzionaria e il lavoro creativo, il grande onore di ospitare la cerimonia nazionale centrale per il 73º anniversario degli assalti alle caserme Moncada e Carlos Manuel de Céspedes, Giorno della Ribellione Nazionale. Un forte abbraccio a tutti. Raúl Castro Ruz».
Con questo sentito messaggio del Leader della Rivoluzione, Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha aperto il proprio discorso alla cerimonia nazionale centrale per il 26 Luglio.
Il Presidente cubano ha sottolineato che «Cuba combatte oggi una battaglia storica, un nuovo Moncada» e ha ricordato le parole di Fidel, che definì il Moncada il piccolo motore che mise poi in movimento il grande motore della Rivoluzione.
Díaz-Canel ha insistito sul fatto che oggi i cubani stanno lottando «con ferocia e ostinazione per la nostra sovranità e per il diritto di scegliere liberamente il modo in cui governarci, con la stessa passione con cui José Martí si propose di conquistare tutta la giustizia».
Nel suo discorso ha ricordato l’esempio del Comandante della Rivoluzione Ramiro Valdés Menéndez, rimasto fedele ai propri ideali fino all’ultimo istante della sua vita.
Il Presidente è tornato ancora una volta sulle manifestazioni di eroismo quotidiano, tra le quali ha evidenziato i risultati del Programma materno-infantile a Pinar del Río, con un tasso di mortalità infantile pari a 4,8 ogni mille nati vivi e nessuna morte materna, «nel mezzo dei blackout e di carenze di ogni genere».
Ha inoltre riconosciuto altri fattori essenziali per i risultati oggi raggiunti dalla provincia, come la produzione alimentare, la coltivazione e la lavorazione del tabacco e l’integrazione delle filiere dell’industria alimentare.
Ha evidenziato anche il lavoro svolto nei campi della scienza e dell’innovazione, lo sviluppo culturale e la tutela del patrimonio. La provincia dispone inoltre di un metodo di lavoro che ha permesso di rafforzare il rapporto con le comunità.
«Congratulazioni a Pinar del Río per l’eroismo e per i risultati ottenuti», ha affermato il Presidente. Ha rivolto un saluto anche a Matanzas e Villa Clara, province distintesi per il proprio operato, e ha riconosciuto i risultati conseguiti da Guantánamo e Sancti Spíritus.
Díaz-Canel ha osservato che gli avversari storici della nazione cubana «lanciano ogni giorno una minaccia contro la Rivoluzione e ogni settimana annunciano una nuova punizione contro imprese e funzionari cubani, persino contro quanti, cubani o stranieri, osino inviare una petroliera o investire a Cuba».
Ha definito particolarmente infami le motivazioni addotte per le sanzioni contro enti e funzionari della sanità pubblica cubana.
«Hanno dichiarato una guerra mondiale contro la sinistra e contro Cuba, indicata come capitale del comunismo nel XXI secolo», ha affermato il Presidente, ricordando che non si limitano a criminalizzare la protesta, ma cercano opportunisticamente un nuovo pretesto per giustificare la propria politica genocida contro Cuba, condannata dal mondo intero.
«Lasciate che Cuba viva in pace», ha dichiarato, aggiungendo che «Cuba non rappresenta una minaccia né per gli Stati Uniti né per alcun altro Paese sulla Terra».
Ha parlato inoltre dei meriti dell’isola nel campo della solidarietà internazionale e ha sottolineato che, nonostante le difficoltà, le università cubane hanno formato più di 30.000 professionisti, oltre 300 dei quali provenienti da altri Paesi. Tra loro figurano 23 medici palestinesi e cinque cittadini statunitensi.
«È questo che chiamano terrorismo? È questa che chiamano minaccia?», ha domandato.
«L’unica minaccia alla sicurezza della regione, la minaccia autentica e concreta alla pace mondiale e alla vita umana, è la politica di aggressione che provoca carestie, impoverimento, migrazioni incontrollate, caos, instabilità e decine di migliaia di morti in tutto il mondo», ha affermato.
Con fermezza, il Presidente ha dichiarato: «Da questa tribuna denuncio che Cuba è vittima di un genocidio freddamente calcolato. Il Governo degli Stati Uniti ha concepito e attuato consapevolmente una politica di massimo soffocamento economico contro il popolo cubano. Ha inasprito una politica di blocco che dura da sei decenni, imponendo un assedio energetico e finanziario e provocando una profonda crisi del sistema elettroenergetico, che si traduce in blackout di oltre un giorno, nella paralisi delle industrie e in ripercussioni su decine di migliaia di lavoratori».
Ha denunciato inoltre dati che riflettono il dolore delle famiglie cubane, come le morti causate dalla mancanza di medicinali che nel Paese erano sempre stati forniti gratuitamente; oltre 100.000 interventi chirurgici che non possono essere eseguiti, perché gli ospedali non possono essere protetti dalle interruzioni impreviste di corrente durante i sempre più frequenti collassi del Sistema Elettroenergetico Nazionale e per la mancanza di combustibile destinato ai generatori di emergenza.
Più di 118.000 pazienti oncologici, tra cui 1.200 bambini, non possono ricevere i trattamenti di prima linea e sono costretti a ricorrere a terapie alternative di seconda o terza linea.
«E, cosa altrettanto o ancora più dolorosa, il tasso di mortalità infantile è salito a 9,3 ogni mille nati vivi, rispetto al 4,5 registrato negli anni precedenti. Dietro questi numeri vi sono i volti di bambini che non hanno potuto vivere a causa del blocco», ha affermato, aggiungendo che è illegale e criminale martirizzare un popolo al solo scopo di spingerlo a ribellarsi contro il proprio governo.
«Il blocco è un’arma di guerra e provoca morti», ha dichiarato. Ha poi aggiunto che il blocco può funzionare soltanto grazie alla complicità di quanti temono il potere di Washington più del giudizio della storia.
«Questo è un nuovo appello alla coscienza del mondo: non diventate complici di un altro genocidio».
«Prima sono venuti Gaza, il Libano e l’Iran; oggi è il turno di Cuba. Domani potrebbe toccare a qualunque altra nazione».
Díaz-Canel ha ricordato che la solidarietà internazionale è giunta troppo tardi per migliaia di abitanti di Gaza, tra i quali più di 21.000 bambini. Proprio per questo, ha sottolineato, la solidarietà con Cuba non può attendere.
Ha quindi ringraziato quanti rischiano tutto per far giungere la propria solidarietà all’isola e i governi che, nonostante le pressioni, hanno votato alle Nazioni Unite a favore della risoluzione cubana contro il blocco.
Díaz-Canel ha affermato che il 2026 riveste un significato particolare non soltanto per le cubane e i cubani.
«L’anno del centenario del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz ha una risonanza universale», ha dichiarato, ricordando che il popolo cubano ne onora la memoria con le parole, ma anche con i fatti, il lavoro, l’unità e la dignità, nonché «con la lucidità e la determinazione necessarie per attuare nel minor tempo possibile le trasformazioni richieste dal momento storico e dalla nazione».
Rivolgendosi ai giovani cubani, ha affermato che essi rappresentano il presente e il futuro.
«Voi siete i giovani del centenario di Fidel e siete chiamati a guidare questo momento storico in ogni quartiere e in ogni angolo dell’isola», ha osservato.
Avviandosi alla conclusione del discorso, il Presidente ha dichiarato che «l’appello, oggi, è ad agire: a non aspettare, a non lamentarsi, a non accontentarsi, a pensare come nazione, a cercare alternative con audacia e creatività, a custodire ogni risorsa come se fosse l’ultima, a produrre, a sostituire le importazioni, a sviluppare le nostre potenzialità e a confidare nelle nostre forze».
Ha invitato ogni cubano a essere protagonista del momento storico vissuto dal Paese e ha affermato che «l’appello di oggi è alla speranza».
«Che ogni alba ci trovi in piedi e pronti alla lotta», ha concluso.
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