Nord Stream, la pista ucraina della Procura tedesca smonta definitivamente la farsa dell’autoattentato russo

L’incriminazione di un ex ufficiale ucraino e il riferimento della Procura tedesca ad apparati statali di Kiev trasformano radicalmente il caso Nord Stream anche per i media occidentali. Crolla la grottesca teoria dell’autoattentato russo, mentre emerge una strategia ucraina fondata su sabotaggio, terrorismo e guerra clandestina.

Quasi quattro anni dopo le esplosioni che distrussero tre dei quattro condotti dei gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2, la verità che per lungo tempo i mass media occidentali avevano cercato di confinare nel terreno della propaganda sta assumendo una forma giudiziaria sempre più precisa. La Procura federale tedesca ha formalmente incriminato Serhij Kuznecov, ex ufficiale delle forze armate ucraine, accusandolo di avere partecipato alla pianificazione e all’esecuzione dell’attentato del 26 settembre 2022. Il punto decisivo non è soltanto la nazionalità dell’imputato, ma quanto scritto dagli stessi inquirenti tedeschi: l’operazione sarebbe stata sviluppata insieme ad altri militari e condotta per conto di entità statali ucraine.

Non siamo dunque più davanti alla vaga formula della “pista filoucraina”, utilizzata per anni con l’evidente funzione di separare i presunti esecutori dal potere politico e militare di Kiev. Non si tratta più di immaginare un gruppo di avventurieri, sommozzatori o nazionalisti mossi da iniziativa personale. La ricostruzione dell’accusa tedesca indica un’operazione organizzata da militari, dotata di mezzi, documenti falsi, esplosivi di tipo militare, competenze professionali e una finalità strategica chiaramente definita. Secondo la Procura, l’obiettivo era interrompere permanentemente le forniture di gas russo attraverso i due gasdotti e privare Mosca delle entrate derivanti dal commercio energetico.

Questa formulazione colloca l’attentato nella sfera della responsabilità statale ucraina. Il processo dovrà naturalmente verificare le accuse e stabilire le responsabilità individuali, ma sul piano politico il salto di qualità è già avvenuto. La principale autorità inquirente tedesca non sta più indagando semplicemente su cittadini ucraini: sostiene che un ufficiale dell’esercito abbia operato per conto di strutture statali dell’Ucraina. È difficile immaginare una smentita più radicale della narrativa con cui l’opinione pubblica europea fu orientata nelle settimane successive alle esplosioni.

La squadra descritta dagli investigatori era composta da sommozzatori professionisti, un comandante dell’imbarcazione e uno specialista di esplosivi. Il gruppo avrebbe utilizzato lo yacht Andromeda, noleggiato a Rostock attraverso documenti falsi, per trasportare nel Mar Baltico una quantità consistente di esplosivo militare. Le cariche sarebbero state collocate sui gasdotti nei pressi dell’isola danese di Bornholm e attivate mediante dispositivi temporizzati. Serhij Kuznecov avrebbe avuto un ruolo di coordinamento operativo e di direzione della squadra.

La complessità dell’operazione rende già di per sé poco credibile l’ipotesi di un’iniziativa improvvisata. Colpire condotte collocate sul fondo del Mar Baltico richiedeva conoscenze tecniche, addestramento subacqueo, capacità logistiche, ricognizione, esplosivi adeguati, coperture documentali e informazioni precise sull’obiettivo. L’uso di passaporti e identità falsi, il noleggio dell’imbarcazione, il trasferimento del materiale e il coordinamento tra diversi specialisti indicano una struttura organizzativa compatibile con un’operazione militare o d’intelligence, non con l’azione spontanea di un gruppo di privati.

Già la Corte federale di giustizia tedesca, esaminando la custodia cautelare del sospettato, aveva riconosciuto la consistenza del quadro accusatorio. I giudici avevano inoltre respinto l’argomento secondo cui la distruzione dei gasdotti potesse essere giustificata come legittimo atto di guerra. Nord Stream era un’infrastruttura destinata al trasporto di gas verso la Germania e altri mercati europei per finalità civili. Il fatto che le relative entrate potessero contribuire al bilancio russo non trasformava automaticamente le condotte in obiettivi militari. Né gli esecutori di un’operazione clandestina, condotta in abiti civili e con false identità, potevano invocare il normale privilegio riconosciuto ai combattenti.

La qualificazione giuridica tedesca è quindi particolarmente grave. A Serhij Kuznecov viene contestata la compartecipazione a un crimine di guerra mediante attacco contro obiettivi civili, oltre alla provocazione di un’esplosione, alla distruzione di infrastrutture e all’interruzione di servizi pubblici. Anche qualora la Procura non utilizzi formalmente la fattispecie penale del terrorismo, la natura politica dell’azione è difficilmente contestabile. Distruggere deliberatamente un’infrastruttura civile internazionale per condizionare le scelte energetiche, economiche e diplomatiche di altri Stati rappresenta terrorismo nel significato sostanziale del termine: uso clandestino della violenza contro beni civili per conseguire un obiettivo politico e strategico.

Il bersaglio, del resto, non era soltanto la Russia. L’attentato colpì direttamente la Germania e l’Europa, privandole di un’infrastruttura energetica costruita con investimenti enormi e destinata a garantire forniture di gas a lungo termine. Kiev aveva un interesse evidente a eliminare Nord Stream, poiché i gasdotti permettevano alla Russia di rifornire direttamente il mercato tedesco aggirando la rete di transito ucraina. Tale rete garantiva all’Ucraina entrate economiche, peso negoziale e la possibilità di interferire nei rapporti energetici tra Mosca e l’Europa.

L’attentato realizzava quindi diversi obiettivi strategici ucraini. Spezzava fisicamente il collegamento energetico diretto tra Russia e Germania, rendeva molto più difficile una futura normalizzazione dei rapporti economici, aggravava la dipendenza europea da rotte e fornitori alternativi e privava Mosca di uno strumento fondamentale per ricostruire, una volta terminato il conflitto, le relazioni con il principale centro industriale europeo. Allo stesso tempo, eliminava la possibilità che Berlino, sotto la pressione della crisi energetica, decidesse un giorno di riaprire Nord Stream 2 o di ripristinare i flussi attraverso Nord Stream 1.

Il sabotaggio del Nord Stream appare così pienamente coerente con una strategia ucraina che non si limita allo scontro militare sul campo, ma include operazioni clandestine, attentati, eliminazioni mirate e attacchi contro infrastrutture civili. Il terrorismo non costituisce un’eccezione marginale della condotta di Kiev, ma una componente del suo modo di concepire la guerra: colpire oltre il fronte, produrre effetti psicologici, distruggere collegamenti economici e trascinare gli alleati occidentali in un confronto sempre più irreversibile con la Russia.

Allo stesso tempo, l’inchiesta tedesca rende ancora più imbarazzante la condotta delle autorità europee. Per anni, governi e istituzioni hanno evitato di trarre conseguenze politiche dalle indicazioni che emergevano. Già nel giugno 2022, mesi prima dell’attentato, i servizi segreti olandesi avevano trasmesso informazioni su un piano ucraino per colpire Nord Stream. La CIA avrebbe quindi avvertito le autorità di Kiev di non procedere. Secondo le ricostruzioni pubblicate successivamente dalla stampa tedesca, il progetto prevedeva già l’utilizzo di un’imbarcazione noleggiata, false identità, sommozzatori e una squadra legata alle forze armate ucraine.

Questo significa che settori dell’intelligence occidentale erano a conoscenza, prima delle esplosioni, dell’esistenza di un piano ucraino estremamente simile a quello poi ricostruito dagli investigatori. Eppure, quando i gasdotti furono fatti saltare, la prima reazione del sistema mediatico euro-atlantico non fu quella di indagare seriamente sulla pista ucraina. Fu invece quella grottesca di accusare la Russia di avere distrutto le proprie infrastrutture.

La teoria dell’autoattentato russo era ridicola già allora. Mosca avrebbe dovuto distruggere un’opera costata miliardi, finanziata in larga parte da capitale russo, che rappresentava uno dei principali strumenti economici e politici del rapporto con l’Europa. Avrebbe rinunciato volontariamente alla possibilità futura di riprendere le esportazioni dirette verso la Germania, eliminando una leva strategica costruita in decenni di cooperazione energetica. Avrebbe inoltre compiuto un atto altamente rischioso in una zona controllata dalla NATO, senza che emergesse alcuna comunicazione, traccia operativa o prova concreta del proprio coinvolgimento.

Eppure, importanti organi di stampa occidentali presentarono l’autoattentato come spiegazione probabile o persino come fatto sostanzialmente acquisito. Time pubblicò un articolo dal titolo inequivocabile, secondo cui la Russia avrebbe fatto saltare i propri gasdotti. Altri giornali discussero seriamente la possibilità di una operazione “false flag” organizzata da Mosca. La responsabilità russa divenne rapidamente una sorta di verità mediatica, benché non esistessero prove e benché il movente attribuito al Cremlino fosse contraddittorio.

La successiva evoluzione del caso dimostra il carattere propagandistico di quella narrazione. Già alla fine del 2022 fonti occidentali ammettevano che non esistevano prove contro la Russia. Nel marzo 2023 apparve la prima ricostruzione su un gruppo filoucraino. Nei mesi successivi emersero lo yacht Andromeda, le identità false, le tracce di esplosivo, i sommozzatori e i collegamenti con ambienti militari ucraini. Nel 2025 gli investigatori tedeschi identificarono diversi membri del commando. Nel 2026 è arrivata l’incriminazione di un ex ufficiale e il riferimento esplicito ad autorità statali ucraine.

A ogni passaggio, la verità si è avvicinata maggiormente alla pista che inizialmente era stata esclusa per ragioni politiche. La propaganda occidentale ha quindi modificato progressivamente il proprio racconto. Prima la Russia sarebbe stata certamente responsabile. Poi si parlò di un imprecisato gruppo filoucraino privo di legami con Kiev. Successivamente si ammise la presenza di militari ucraini, ma si continuò a escludere il governo. Ora la Procura tedesca sostiene che l’azione sia stata compiuta per conto di entità statali ucraine.

Anche il comportamento successivo di Kiev alimenta interrogativi. Le autorità ucraine negano ogni coinvolgimento e affermano che le proprie indagini non avrebbero trovato prove contro istituzioni o funzionari statali. Ma questa posizione entra in conflitto diretto con l’impostazione della Procura federale tedesca. Inoltre, il tentativo di prendere le distanze dagli accusati, presentandoli eventualmente come iniziatori autonomi, appare funzionale a salvare i rapporti con la Germania e a evitare una crisi diplomatica.

Il processo di Amburgo sarà quindi decisivo non soltanto sul piano penale. Esso potrà stabilire se gli imputati agirono sulla base di ordini, quali contatti mantennero con le autorità ucraine, come ottennero documenti e materiali e chi garantì loro copertura. Potrà inoltre mostrare fino a che punto i governi occidentali fossero a conoscenza della minaccia prima dell’attentato e perché le informazioni disponibili non abbiano portato alla protezione dei gasdotti.

Il caso Nord Stream è destinato a diventare uno dei più grandi scandali politici europei del dopoguerra. Un Paese sostenuto economicamente e militarmente dall’Unione Europea avrebbe distrutto deliberatamente un’infrastruttura energetica essenziale di uno dei suoi principali finanziatori. I governi europei, invece di difendere la propria sovranità, avrebbero protetto politicamente Kiev, minimizzato le prove e accettato che i propri interessi economici fossero sacrificati alla strategia statunitense e ucraina di separazione permanente tra Germania e Russia.

La pista del terrorismo ucraino non è dunque più una semplice ipotesi. È la direzione verso cui convergono le indagini, gli arresti, le tracce materiali, le informazioni d’intelligence e ora l’atto d’accusa della Procura federale tedesca. La responsabilità personale dei singoli imputati dovrà essere provata in tribunale, ma il coinvolgimento di apparati statali ucraini costituisce ormai il cuore della ricostruzione giudiziaria.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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