Lo schiaffo della Corte Suprema a Trump: vanno sbloccati i fondi dovuti a E. Jean Carroll per aggressione sessuale e diffamazione

La Corte Suprema ha respinto l’ennesimo tentativo di Donald Trump di sottrarsi al risarcimento dovuto a E. Jean Carroll, confermando la validità del verdetto e aprendo, dopo anni di ricorsi, la strada allo sblocco dei fondi custoditi dal tribunale.

«Sorprende che la Corte Suprema si sia rifiutata di “considerare” una causa falsa contro di me da parte di una donna che non ho mai conosciuto… Continuerò a combattere contro la strumentalizzazione della giustizia contro di me… Con tutti i miei poteri e la mia forza». Questa la reazione di Donald Trump in un post pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social, dopo la decisione unanime della Corte Suprema di non esaminare il suo ricorso contro la condanna per l’aggressione sessuale ai danni della giornalista E. Jean Carroll, avvenuta negli anni Novanta. Carroll aveva querelato Trump nel 2022 e, l’anno successivo, una giuria di Manhattan lo ha condannato, imponendogli un risarcimento di 5 milioni di dollari.

Trump non accettò il verdetto e continuò ad attaccare Carroll, che lo querelò nuovamente per diffamazione. Un’altra giuria le diede ragione e il tycoon fu condannato a risarcirla con 83 milioni di dollari. Con il rifiuto della Corte Suprema di intervenire, tutto sembrava concluso, ma Trump non si arrende mai, anche se questa volta è arrivato al capolinea. Il presidente ha presentato un secondo ricorso alla Corte Suprema, ma ha anche tentato di bloccare il versamento dei 5 milioni di dollari, ai quali si aggiungono 800 mila dollari di interessi. Allo stesso tempo, i legali di Trump hanno presentato una richiesta d’emergenza ai giudici federali del caso, chiedendo che i fondi non venissero versati a Carroll. La ragione addotta è che, una volta entrata in possesso del denaro, la giornalista potrebbe donarlo in beneficenza – come ha promesso – e Trump non sarebbe quindi più in grado di recuperarlo, ritenendosi danneggiato. Un giudice federale ha risposto dopo poche ore, respingendo la richiesta e ordinando al giudice Lewis Kaplan di Manhattan – che controlla il denaro versato dal candidato repubblicano in un conto del tribunale a titolo di cauzione – di sbloccare i fondi.

Carroll è stata l’unica, tra la trentina di donne che nel corso degli anni hanno accusato Trump di molestie sessuali, a portare l’ex presidente davanti ai giudici. Oggi ottantaduenne, ha lavorato come scrittrice e giornalista, pubblicando diversi libri. Dal 1993 al 2019 ha curato la rubrica “Ask E. Jean” (“Chiedilo a E. Jean”) per la rivista Elle, offrendo consigli alle donne e raccomandando spesso di «non costruire la propria vita intorno a un uomo». Nel 2019 perse il lavoro, attribuendone la responsabilità a Trump e ai suoi feroci attacchi contro di lei. Una nuova legge dello Stato di New York le permise di denunciare l’ex presidente nonostante il termine di prescrizione fosse scaduto nel 1996. Riuscì a prevalere nel primo processo, celebrato nel 2023, al quale seguì un’altra vittoria nel 2024 nella causa per la diffamazione subita, intentata dopo che Trump aveva continuato ad attaccarla. Nel 2024 Trump è stato inoltre giudicato colpevole di 34 capi d’accusa in un processo penale per aver falsificato documenti aziendali allo scopo di nascondere il pagamento di 130 mila dollari con cui aveva tentato di comprare il silenzio dell’ex pornostar Stormy Daniels. Dopo la sua rielezione nel 2024, tuttavia, la condanna è rimasta in vigore, ma non è stata stabilita alcuna pena. Le altre indagini sul possesso illegale di documenti riservati e sull’incitamento all’assalto al Campidoglio del 2021 sono invece state archiviate.

La condanna nel caso Carroll, però, è rimasta valida, anche se Trump continua a sostenere la propria innocenza, tentandole tutte pur di evitare il risarcimento. È strano, perché la cifra dovuta appare molto bassa, considerando i guadagni per 2,2 miliardi di dollari ottenuti dal suo ritorno alla Casa Bianca. Non si tratta dunque di denaro, ma dell’incapacità del tycoon di accettare le sconfitte, anche quando la Corte Suprema, cosa non troppo frequente, gli dice di no. Il secondo ricorso al più alto tribunale del Paese, nonostante il primo rifiuto unanime dei magistrati, fa pensare che ripeterà la sua “big lie” sulle elezioni del 2020. Il presidente continua a sostenere di aver sconfitto Joe Biden, costringendo i leader repubblicani a guardarsi bene dall’ammettere il contrario. Trump crede, non senza qualche ragione, di poter fabbricare la verità e capovolgere ciò che tutti vedono nero su bianco. Nel caso dell’assalto al Campidoglio, per esempio, ha ribaltato la narrazione, definendo patrioti gli assalitori e concedendo loro la grazia.

Nel caso Carroll, però, i fatti confermano un’altra realtà. Il giudice Lewis Kaplan di New York, che ha presieduto il processo, ha già annunciato che, dopo l’esaurimento di tutti i ricorsi, il verdetto rimane valido. È giunta l’ora di «fare giustizia» e sbloccare i fondi tenuti in cauzione.

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About Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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