Dalla subordinazione a Washington al sostegno a Kiev e Israele, la parabola di Keir Starmer rivela la crisi profonda del Labour blairiano, travolto da austerità, scandali e perdita di consenso mentre la politica britannica si sposta verso nuovi equilibri.

La decadenza della sinistra non ha risparmiato minimamente il Labour Party britannico, da punto di ritrovo del proletariato a dimora del neoliberismo imperialista di Tony Blair.
La triste parabola politica dei laburisti non poteva risparmiare il premier dimissionario, Keir Starmer. Egli, solo due anni fa, era raffigurato mediaticamente come l’uomo della svolta anticonservatrice per la Gran Bretagna e come la persona adatta per ricucire il legame con l’Unione Europea nel post-Brexit.
L’illusione della “luna di miele”.
I Laburisti ottengono un successo storico contro i conservatori del premier uscente Rishi Sunak, ottenendo così un risultato storico dopo diciannove anni. La prima cosa che salta all’occhio è che, nonostante tutto, le decisioni sono fondate sull’idea di rapporti di forza di Tony Blair. Di conseguenza, nonostante il risultato delle elezioni, sin dal principio Starmer non è stato in grado di rompere col passato, impostando una linea politica letteralmente uguale al suddetto Blair e ai governi conservatori di Truss, Johnson e Sunak.
Con l’adesione al militarismo ucraino e al conflitto della NATO contro la Russia, il Regno Unito (già con le casse svuotate) registra il primo calo del consenso di Starmer, il quale poi, nel settembre 2025, fu totalmente delegittimato da Trump in un incontro alla Casa Bianca.
Con il fronte ucraino sconfitto sul nascere, la Gran Bretagna continua a inviare incondizionatamente miliardi su miliardi di sterline (solo con Starmer si è sancito un finanziamento di 3 miliardi all’anno fino al 2031); il governo laburista persegue la cultura “draghiana” del condizionatore o della pace. I pensionati britannici, con il Winter Fuel Payment, si vedono tagliare le proprie pensioni, quando simultaneamente il loro premier compila assegni in bianco per Kiev.
Austerity Green.
Con il lancio del Plan for Change, il governo ha mascherato la transizione green con l’alibi della stabilità del bilancio, consentendo il trasferimento di ulteriori ricchezze nelle mani del capitalismo neoliberista con l’investimento di capitali statali in enti dell’economia verde, contribuendo alla dipendenza economica del Regno Unito dai fondi privati.
Il finto umanitarismo.
Come detto nelle precedenti affermazioni, da un discepolo di Blair e da un’espressione vivente del motto orwelliano “la guerra è pace”, il riconoscimento della Palestina rientra nello schema dell’apparenza mediatica di Starmer. Quest’ultimo, per fronteggiare il calo di popolarità, riconoscendo il valore della causa palestinese, ha adottato un provvedimento che ultimamente è in cima ai vari trend della geopolitica. Nonostante il tentativo disperato, egli non riesce a tagliare i legami con l’assetto euro-atlantico e con Israele.
Conflitto in Iran e legami tossici.
Con la nuova escalation mediorientale, la Gran Bretagna si conferma essere una colonia degli Stati Uniti. Starmer prima dichiara di voler raggiungere una soluzione diplomatica, poi di voler sminare Hormuz e infine, all’atto pratico, concede a Trump (gaudente in queste ore) le basi militari inglesi stanziate a Cipro.
Il caso Mandelson: l’ambasciatore del pedo-amico Epstein.
Subito dopo l’elezione di Donald Trump nel 2024, Starmer decide di nominare un suo fidato esponente del New Labour, Peter Mandelson, alla carica di ambasciatore negli USA. Il suo è stato un incarico tormentato (dal febbraio al settembre 2025), poiché dopo la pubblicazione degli Epstein Files si viene a conoscenza di alcuni suoi legami stretti con Jeffrey Epstein e il mondo di “affari” da lui messo in piedi. La vicenda rappresenta uno degli scandali più celebri nella storia recente della Gran Bretagna, al pari di quello del Principe Andrea (altro esponente di lusso della cricca epsteiniana).
Nel 2026, Mandelson si dimette dalla Camera dei Lord per poi essere arrestato da Scotland Yard a Londra. I contatti con Epstein vertevano su vari scambi di favori. Uno di questi riguarda le pressioni del finanziere sul suddetto Mandelson per non far approvare una tassa sui banchieri in piena crisi Lehman Brothers. Inoltre, l’ex diplomatico condivideva segreti di Stato riguardanti la privatizzazione di alcuni apparati pubblici come la Royal Mail, il servizio postale britannico divenuto privato negli anni successivi allo scambio di mail tra l’ambasciatore e il pedofilo dell’isola.
Solo nel 2026, Starmer, come se fosse caduto letteralmente dal pero, ha pronunciato un discorso pubblico di scuse per aver nominato uno degli uomini più fidati che Epstein avesse nel Regno Unito.
Sarà che la politica prevede alla base un rapporto di fiducia, specialmente per gli incarichi così importanti. Le conclusioni che possiamo trarre sono due:
1) Starmer sapeva benissimo del ruolo che Epstein aveva cucito addosso a Mandelson.
2) Starmer è davvero così ingenuo come lo si vede pubblicamente.
Dimissioni.
Le elezioni regionali e locali del 2026 hanno sancito la sconfitta del Labour Party e il ritorno in Parlamento dell’ex sindaco della Grande Manchester, Andy Burnham. Non solo: il vero ostacolo di tutti i partiti è il fautore della Brexit, Nigel Farage, il quale è nuovamente primo nei sondaggi. Questo quadro politico, affiancato dalle proteste anti-immigrazione in varie città, ha portato alla fine di un breve e tormentato governo.
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