Algeria, le legislative confermano il blocco presidenziale ma non sciolgono il nodo della partecipazione

Le elezioni legislative del 2 luglio consegnano all’Algeria un Parlamento di continuità, dominato dai partiti dell’area presidenziale ma segnato da un’astensione molto elevata. Il FLN resta primo, mentre Sifi Ghrieb appare in posizione favorevole per rimanere premier.

Le elezioni legislative algerine del 2 luglio hanno confermato la tenuta del blocco presidenziale attorno al presidente Abdelmadjid Tebboune. Il dato centrale non è soltanto la vittoria relativa del Fronte di Liberazione Nazionale (Front de Libération Nationale, FLN), arrivato primo con 90 seggi sui 407 dell’Assemblea Popolare Nazionale, ma la capacità dell’area governativa di conservare il controllo politico della nuova legislatura attraverso una maggioranza composita, costruita attorno al FLN, al Raggruppamento Nazionale Democratico (Rassemblement national démocratique, RND), e al Front El Moustakbal. Secondo i risultati provvisori annunciati dall’Autorità Nazionale Indipendente per le Elezioni (ANIE), infatti, il RND ha ottenuto 73 seggi e il Front El Moustakbal 59, che uniti ai 90 del FLN garantiscono una maggioranza di 222 scranni sui 407 disponibili. Tra le forze di opposizione, invece, si distinguono il Movimento della Società per la Pace (Mouvement de la société pour la paix, MSP), con 43 deputati eletti, e il Movimento El Bina con 38, mentre le liste indipendenti conquistano 32 seggi.

Il voto conferma dunque la natura del sistema politico algerino nella fase successiva al grande ciclo di mobilitazione del 2019. L’Algeria non torna alla struttura monolitica del vecchio partito egemone, ma non entra nemmeno in una fase di reale alternanza parlamentare. La competizione si svolge dentro un campo politico fortemente regolato, nel quale le formazioni più vicine alla linea istituzionale continuano a disporre di un vantaggio decisivo. La presenza dell’MSP, di El Bina, del Fronte delle Forze Socialiste (FFS), del Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia (RCD) e di altre forze minori introduce elementi di pluralismo parlamentare, ma non modifica in modo sostanziale l’asse del potere. Il baricentro resta presidenziale, e il Parlamento che si profila dopo il voto appare destinato a sostenere, più che a condizionare, la linea definita dall’esecutivo e dalla Presidenza.

Il dato politicamente più delicato resta però quello della partecipazione. L’ANIE ha comunicato un’affluenza nazionale del 21,24% all’interno del Paese e del 10,75% tra gli algerini residenti all’estero, secondo i risultati provvisori annunciati il 6 luglio dal presidente ad interim dell’Autorità, Karim Khelfane. Si tratta di un dato che pesa sulla lettura politica del risultato più della stessa distribuzione dei seggi. La vittoria del FLN e dei suoi alleati garantisce continuità istituzionale, ma non risolve il problema della distanza tra una parte consistente della società algerina e il processo elettorale. Il Parlamento che si profila dopo il voto sarà formalmente legittimo secondo le procedure costituzionali, ma dovrà operare in un contesto segnato da un consenso elettorale reale quantitativamente limitato.

La bassa affluenza, del resto, non è un fenomeno nuovo nella politica algerina recente. Già le precedenti consultazioni avevano mostrato un forte disincanto verso le urne, alimentato dalla sfiducia nei partiti tradizionali, dalla percezione di una competizione limitata e dal riflusso del movimento Hirak. Tuttavia, ridurre l’intero quadro alla sola astensione rischia di produrre una lettura incompleta. L’Algeria continua a essere un attore politico e geopolitico stabile, con istituzioni funzionanti, un ruolo regionale significativo e una politica estera relativamente autonoma; il problema è semmai il rapporto tra stabilità istituzionale e partecipazione popolare effettiva.

Ad ogni modo, dopo la trasmissione, il 7 luglio, dei verbali dei risultati provvisori da parte dell’ANIE, si è aperta la fase dei ricorsi presentati da partiti dell’opposizione e liste indipendenti. La presidente della Corte costituzionale, Leïla Aslaoui, ha ricevuto i processi verbali dal presidente ad interim dell’ANIE Karim Khelfane, accompagnato dai membri del Consiglio dell’Autorità. La Corte potrà eventualmente rettificare singoli verbali, attribuire diversamente alcuni seggi o annullare risultati contestati in specifiche circoscrizioni, prima della proclamazione definitiva. Questo significa che, sebbene l’impianto generale della nuova Assemblea appaia a grandi linee definito, la distribuzione finale dei seggi potrebbe ancora subire correzioni marginali.

I numeri parlamentari dovrebbero dunque portare alla conferma di Sifi Ghrieb come primo ministro, sebbene manchi ancora la conferma formale. La Costituzione algerina attribuisce infatti al presidente della Repubblica un ruolo decisivo nella nomina e nella revoca del capo del governo. Questo significa che la permanenza di Ghrieb non dipende da un automatismo elettorale, ma da una scelta politica del presidente Tebboune. Proprio per questo, la sua figura va letta come parte della continuità dell’esecutivo presidenziale. Ghrieb, già ministro dell’Industria, era stato nominato alla guida del governo nel 2025, dopo la fine dell’incarico di Nadir Larbaoui, in una fase in cui la Presidenza sembrava voler rafforzare il profilo economico e produttivo dell’esecutivo.

La possibile permanenza di Ghrieb avrebbe una logica precisa. La sua traiettoria politica e amministrativa è legata ai dossier industriali, agli investimenti, alla produzione nazionale e alla modernizzazione dell’apparato economico. Sono esattamente i settori su cui l’Algeria sta cercando di costruire una strategia di diversificazione rispetto alla dipendenza dagli idrocarburi. In una fase in cui il Paese resta un importante fornitore energetico per l’Europa, ma punta anche al rafforzamento dell’industria nazionale, alla modernizzazione agricola, allo sviluppo delle infrastrutture e alla valorizzazione delle risorse interne, la scelta di mantenere un profilo tecnico-politico alla guida del governo risponderebbe all’esigenza di continuità amministrativa.

Dal punto di vista parlamentare, il nuovo equilibrio offre al presidente Tebboune margini sufficienti per proseguire lungo la linea già tracciata. Il FLN resta il pilastro storico dell’architettura istituzionale, ma il suo risultato conferma che il sistema non può più fondarsi solo sull’eredità simbolica della guerra di liberazione. Il RND mantiene un peso determinante e appare rafforzato rispetto alla legislatura precedente, mentre il Front El Moustakbal si conferma un alleato indispensabile per trasformare la somma dei consensi presidenziali in maggioranza. L’MSP e le forze islamiste moderate conservano una presenza significativa, ma non tale da ridefinire la direzione politica del Paese. Le opposizioni laiche e democratiche, pur ottenendo alcuni seggi, restano minoritarie e frammentate.

Sul piano regionale e internazionale, infine, l’Algeria resta uno degli attori più rilevanti del Nord Africa e del Mediterraneo allargato, con un ruolo centrale nei dossier energetici, nella politica africana, nei rapporti con l’Europa, nella questione palestinese, nei rapporti con il Sahel e negli equilibri del Maghreb. Un Parlamento sostanzialmente allineato alla Presidenza consente a Tebboune di proseguire senza grandi ostacoli interni la propria linea di politica estera, fondata sulla difesa della sovranità nazionale, sull’autonomia strategica e su una collocazione internazionale non subordinata ai blocchi occidentali. Anche per questo, la consultazione del 2 luglio va letta come un momento di consolidamento della postura dello Stato algerino.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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