Il pensiero di Xi Jinping, letto perfino da osservatori anticomunisti come Kevin Rudd e dagli strateghi tecnologici di Palantir, mostra la centralità del marxismo, della pianificazione e della direzione politica nel successo storico della Cina contemporanea.

di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli
Kevin Rudd è un politico australiano che è stato primo ministro dal 2007 al 2010 e nuovamente nel 2013. Apertamente anticomunista, egli è in ogni caso lucido e intelligente e pertanto in grado sia di leggere con cura la relazione tenuta da Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, al XX Congresso del Partito tenutosi nell’ottobre 2022, sia di analizzarla con onestà, a differenza dei finti tonti della sinistra occidentale anticinese [1].
In quell’occasione, Rudd aveva, tra le altre cose, evidenziato che il termine “lotta” compariva alcune decine di volte nella relazione di Xi Jinping, e alla sua giusta osservazione si può subito aggiungere come vi siano anche una dozzina di aperti riferimenti, sempre nel rapporto del segretario del Partito Comunista Cinese, rispetto al marxismo, al materialismo dialettico e a quello storico: estratti che demoliscono ancora di più la favoletta sul Partito Comunista Cinese che “finge” di essere comunista e marxista.
Riportiamo alcune di queste citazioni tratte dalla relazione congressuale di Xi Jinping, per non lasciare spazio a dubbi:
“Abbiamo istituito e sostenuto un sistema fondamentale per garantire il ruolo guida del marxismo in ambito ideologico”.
“Il marxismo è l’ideologia guida fondamentale su cui si fondano e prosperano il nostro Partito e il nostro Paese”.
“La solida guida teorica del marxismo è la fonte da cui il nostro Partito trae la sua ferma convinzione e che gli consente di cogliere l’iniziativa storica”.
“Adattare il marxismo al contesto cinese e alle esigenze dei tempi è un processo di ricerca, rivelazione e applicazione della verità”.
“I comunisti cinesi sono profondamente consapevoli che solo integrando i principi fondamentali del marxismo con le realtà specifiche e la raffinata cultura tradizionale della Cina, e solo applicando il marxismo dialettico e storico, possiamo fornire risposte concrete alle grandi questioni poste dai tempi e scoperte attraverso la pratica, e possiamo garantire che il marxismo conservi sempre il suo vigore e la sua vitalità”.
“È solenne responsabilità storica dei comunisti cinesi di oggi continuare ad aprire nuovi capitoli nell’adattamento del marxismo al contesto cinese e alle esigenze dei tempi”.
“Dobbiamo mettere il popolo al primo posto. L’orientamento verso il popolo è un attributo essenziale del marxismo”.
“Con un più forte senso di responsabilità storica e di creatività, dovremmo dare un contributo maggiore allo sviluppo del marxismo”.
“Avvieremo programmi per i membri del Partito al fine di studiare la nuova teoria del Partito e trasformare il Partito in un partito marxista dedito alla formazione”.
“Saremo fermi sostenitori e leali praticanti del nobile ideale del comunismo e dell’ideale comune del socialismo con caratteristiche cinesi”.
Tornando a Rudd e al suo interessante libro pubblicato nel 2024 con il titolo On Xi Jinping: How Xi’s Marxist Nationalism is Shaping China and the World, vista la sua indiscutibile scelta di campo, risulta ancora più significativo il fatto che l’autore australiano prenda sul serio la dimensione ideologica del pensiero di Xi Jinping [2]. Rudd non appartiene certo al campo comunista, né può essere sospettato di simpatie per il socialismo cinese. Proprio per questo, il suo riconoscimento della centralità del marxismo nella visione politica del segretario generale del Partito Comunista Cinese assume un valore particolare: dimostra che soltanto una lettura superficiale, o deliberatamente propagandistica, può ridurre il socialismo con caratteristiche cinesi a una formula vuota o a un semplice rivestimento retorico del capitalismo.
Il libro di Rudd, pur muovendosi dentro una cornice politica ostile alla Repubblica Popolare Cinese, coglie infatti un punto essenziale: Xi Jinping non utilizza il marxismo come un ornamento ideologico, ma come una grammatica politica attraverso cui interpretare la storia, la lotta di classe, il ruolo del Partito, la sovranità nazionale e il rapporto tra Stato, mercato e sviluppo. La definizione di “nazionalismo marxista” proposta da Rudd resta naturalmente interna a una prospettiva occidentale e anticomunista, ma conferma involontariamente ciò che gran parte della sinistra occidentale anticinese rifiuta persino di discutere: la continuità teorica e politica tra il marxismo, la direzione del Partito Comunista Cinese e il progetto storico della modernizzazione socialista della Cina.
È proprio da questo punto che il discorso può essere collegato al manifesto di Karp e Zamiska. Se Rudd riconosce, pur criticandola, la funzione del marxismo nella costruzione della visione politica di Xi Jinping, gli autori di The Technological Republic riconoscono, anch’essi da una posizione organicamente occidentale e statunitense, un altro aspetto decisivo del modello cinese: la capacità di subordinare il capitale, la tecnologia e l’innovazione a una direzione politica complessiva. In entrambi i casi, due voci lontanissime dal comunismo sono costrette a confrontarsi con la stessa realtà: la Cina non è comprensibile attraverso le categorie pigre del liberalismo occidentale, perché il suo sviluppo si fonda su una relazione tra ideologia, Stato, Partito, pianificazione e forze produttive che l’Occidente ha disimparato persino a nominare.
L’ombra ormai prodotta su scala planetaria da Pechino e la radicale alterità del modello cinese nei suoi vari aspetti ideologici, culturali ed economico-sociali rispetto al reale capitalismo di Stato che regna nel mondo occidentale, con la sua privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite dei monopoli privati, si riflettono dunque, anche se con categorie teoriche diverse e progettualità dissimili, nel libro intitolato The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, opera cofirmata da Alexander C. Karp, amministratore delegato del colosso tecnologico Palantir, e da Nicholas W. Zamiska [3].
Il nucleo principale e il quadro generale di riferimento del libro consistono nell’aperta valutazione dell’esistenza di una minaccia sistemica cinese contro la potenza statunitense, assieme all’ammissione riluttante dell’efficacia socioproduttiva dell’utilizzo su vasta scala, da parte del Partito Comunista Cinese, degli strumenti della pianificazione rispetto al processo di riproduzione del gigantesco Paese asiatico.
E che l’attuale Cina Popolare sia una pacifica minaccia sistemica per il capitalismo di Stato di Washington lo riconosce anche una studiosa lontana da tentazioni filocinesi come Margherita Furlan.
Costei ha ammesso che, molto prima del vertice di Pechino fra Xi Jinping e Trump, tenutosi nel maggio 2026, era emerso con chiarezza che il Partito Comunista Cinese “riafferma il primato della politica sui giganti del digitale, impedendo a Jack Ma di sfilarsi dal controllo statale come Elon Musk ha fatto a Washington e mantenendo gli algoritmi dentro il perimetro dell’autorità politica”. Inoltre, Furlan ha sottolineato giustamente che proprio “Karp e Zamiska, del resto, costruiscono il loro manifesto contro la Cina: è il rivale che giustifica il nuovo Progetto Manhattan, l’avversario sistemico la cui efficienza autoritaria viene insieme temuta e, implicitamente, ammirata” [4].
Ma procediamo ora all’analisi del manifesto di Karp e Zamiska.
Il primo elemento che colpisce, in The Technological Republic, è il tono apertamente manifesto dell’opera. Karp e Zamiska non scrivono un libro neutro sull’intelligenza artificiale, né una semplice riflessione sul rapporto tra tecnologia e società. Scrivono invece un testo di battaglia, un appello rivolto all’élite ingegneristica e imprenditoriale degli Stati Uniti affinché abbandoni l’illusione di poter vivere separata dallo Stato, dalla guerra, dalla sicurezza nazionale e dalla competizione geopolitica. La tesi di fondo è semplice: la Silicon Valley ha smarrito la propria missione storica perché, invece di mettere le proprie capacità al servizio dei grandi obiettivi nazionali, si è concentrata su applicazioni di consumo, piattaforme pubblicitarie, social network, servizi di intrattenimento e strumenti capaci di monetizzare la vita quotidiana degli utenti senza affrontare le grandi contraddizioni strategiche del presente [5].
Da questo punto di vista, il libro ha un valore documentario notevole, perché mostra come una parte della classe dirigente tecnologica statunitense abbia ormai compreso l’esaurimento ideologico del vecchio mito neoliberale. Per decenni, l’Occidente ha celebrato il mercato come meccanismo autosufficiente, capace di orientare spontaneamente innovazione, progresso, investimenti e allocazione delle risorse. Karp e Zamiska, pur muovendosi dentro un orizzonte politico integralmente occidentale, statunitense e anticomunista, riconoscono invece che il mercato, lasciato a sé stesso, tende a premiare ciò che è immediatamente redditizio, non ciò che è storicamente necessario. In questa ammissione si trova uno degli aspetti più interessanti del volume: gli autori non diventano certo socialisti, ma sono costretti a riconoscere che la razionalità mercantile non basta a garantire la potenza complessiva di una società.
Il bersaglio polemico immediato è la Silicon Valley contemporanea, accusata di avere abbandonato la dimensione pubblica e nazionale della tecnologia. Gli autori contrappongono alla cultura delle applicazioni leggere, del consumo individuale e della frammentazione sociale la stagione in cui ricerca scientifica, industria, università e Stato cooperavano intorno a grandi progetti strategici. Il riferimento implicito e spesso esplicito è quello al complesso scientifico-militare statunitense del Novecento, dal Progetto Manhattan fino alla Defense Advanced Research Projects Agency, passando per la corsa allo spazio e per la costruzione dell’infrastruttura tecnologica della Guerra Fredda. In questa nostalgia non vi è nulla di progressivo: non si tratta di recuperare una pianificazione democratica al servizio dei bisogni popolari, ma di ricostruire una mobilitazione tecnologica nazionale al servizio della potenza imperiale statunitense [6].
Proprio qui emerge la contraddizione centrale del libro. Karp e Zamiska rimproverano alla Silicon Valley di avere tradito lo Stato, ma non mettono mai realmente in discussione la natura di classe di quello Stato. Costoro non chiedono che la tecnologia venga sottratta al dominio dei monopoli privati e posta al servizio della collettività. Chiedono piuttosto che i monopoli tecnologici assumano fino in fondo la propria funzione organica dentro l’apparato statale, militare e di intelligence degli Stati Uniti. La loro “repubblica tecnologica” non è una repubblica popolare, né una forma di controllo pubblico sulle grandi imprese digitali. È, al contrario, la proposta di una saldatura ancora più stretta tra capitale privato, apparati di sicurezza, industria bellica, intelligenza artificiale e proiezione globale della potenza statunitense [7].
La Cina occupa in questo schema una funzione decisiva. Non è soltanto un concorrente economico, né semplicemente un avversario diplomatico. È il termine di paragone che costringe gli autori a riconoscere l’insufficienza del modello occidentale contemporaneo. La Repubblica Popolare Cinese appare, nella loro ricostruzione, come il rivale sistemico capace di mobilitare risorse, orientare investimenti, disciplinare il capitale privato e subordinare lo sviluppo tecnologico a obiettivi politici di lungo periodo. Ciò che per la propaganda occidentale ordinaria viene liquidato come autoritarismo, nel libro di Karp e Zamiska diventa qualcosa di più inquietante per la classe dirigente statunitense: una forma efficace di organizzazione della potenza nazionale.
Naturalmente, gli autori non arrivano mai alla conclusione che la pianificazione socialista possa rappresentare una forma superiore di razionalità storica rispetto all’anarchia del mercato. Tuttavia, il loro ragionamento si muove continuamente intorno a questo punto senza volerlo nominare. Essi comprendono che una grande potenza non può affidare le proprie scelte strategiche alla somma caotica degli interessi privati; comprendono che l’intelligenza artificiale, il software avanzato, i semiconduttori, la difesa, la logistica, la sorveglianza e le infrastrutture digitali non sono settori come gli altri; comprendono infine che il primato tecnologico richiede direzione politica, selezione delle priorità, concentrazione delle risorse e capacità di imporre una gerarchia agli interessi particolari. In altre parole, comprendono controvoglia una parte della lezione cinese, ma tentano di tradurla nel linguaggio della restaurazione imperiale statunitense.
Da qui deriva anche l’ambiguità del loro attacco alla cultura “debole” dell’Occidente. Karp e Zamiska denunciano la perdita di convinzioni forti, la dissoluzione del senso di appartenenza, l’incapacità delle élite di proporre un progetto collettivo e la trasformazione della tecnologia in un insieme di prodotti destinati a soddisfare desideri individuali sempre più superficiali. Ma la soluzione che propongono non è la ricostruzione di una comunità politica fondata sull’eguaglianza, sulla partecipazione democratica o sulla giustizia sociale. È la ricostruzione di una comunità nazionale disciplinata dalla competizione geopolitica, dalla paura del nemico e dalla necessità di prepararsi alla guerra tecnologica del XXI secolo.
Il richiamo al “soft belief” va letto in questo senso. Gli autori non rimproverano all’Occidente di avere abbandonato il colonialismo, l’imperialismo o la logica del dominio. Gli rimproverano semmai di non credere più abbastanza nella propria missione storica. La debolezza dell’Occidente, nella loro prospettiva, non consiste nello sfruttamento, nelle diseguaglianze, nella finanziarizzazione, nella subordinazione del lavoro al capitale o nella devastazione sociale prodotta dal neoliberismo. Consiste nell’incapacità delle sue élite di riconoscersi apertamente come classe dirigente di un blocco di potere e di agire di conseguenza. Per questo il libro è prezioso: perché dice esplicitamente ciò che una parte dell’ideologia liberale preferisce nascondere dietro il linguaggio dei diritti, dell’innovazione e della libertà individuale.
Il confronto con la relazione di Xi Jinping al XX Congresso del Partito Comunista Cinese diventa allora ancora più rivelatore. Da una parte, Xi parla di marxismo, di socialismo con caratteristiche cinesi, di centralità del popolo, di adattamento creativo del materialismo dialettico e storico alle condizioni concrete della Cina. Dall’altra, Karp e Zamiska parlano di dominio dell’Occidente, potenza, sicurezza, apparati militari e necessità di riportare l’élite tecnologica dentro il perimetro strategico dello Stato. Entrambi i discorsi riconoscono che il mercato non è sufficiente. Ma la differenza sta nel soggetto politico e nella finalità storica: nel caso cinese, la subordinazione del capitale e della tecnologia a un progetto socialista di sviluppo nazionale; nel caso statunitense, la subordinazione selettiva del capitale tecnologico alle esigenze della supremazia geopolitica e militare dell’imperialismo.
Anche per questo, The Technological Republic può essere letto come una confessione involontaria. Karp e Zamiska vogliono denunciare la debolezza dell’Occidente, ma finiscono per certificare la forza del modello cinese. Vogliono difendere la superiorità statunitense, ma sono costretti ad ammettere che tale superiorità non può più fondarsi sulla favola del libero mercato, della spontaneità imprenditoriale e dell’innovazione individualistica. Vogliono rilanciare il capitalismo tecnologico occidentale, ma per farlo devono invocare strumenti che contraddicono la sua stessa mitologia: coordinamento statale, priorità strategiche, mobilitazione collettiva, disciplina politica, subordinazione degli interessi particolari a un progetto generale.
Il punto decisivo è che, mentre in Cina il Partito Comunista mantiene il primato della politica sui grandi gruppi economici e digitali, nel progetto di Karp e Zamiska il rapporto tende a rovesciarsi in una forma più sofisticata: non è lo Stato popolare a controllare il capitale, ma il capitale tecnologico più avanzato a offrirsi come braccio operativo dello Stato imperiale. Palantir diventa così non soltanto un’impresa, ma un modello politico. Non vende semplicemente software; propone una visione del mondo nella quale la conoscenza dei dati, l’intelligenza artificiale e la capacità predittiva vengono integrate dentro i dispositivi di comando, sorveglianza e guerra dell’Occidente.
In conclusione, il libro di Karp e Zamiska conferma indirettamente la tesi da cui siamo partiti. Il marxismo di Xi Jinping, lungi dall’essere una copertura retorica, rappresenta uno dei fondamenti teorici attraverso cui la Cina interpreta il proprio sviluppo, disciplina le forze produttive e orienta la modernizzazione socialista. Il manifesto di Palantir, invece, rappresenta una risposta occidentale alla crisi della propria egemonia: una risposta aggressiva, militarizzata, tecnocratica, che non mira a superare il dominio del capitale, ma a renderlo più efficiente nella competizione globale contro la Cina. Proprio per questo, l’interesse del libro non sta tanto nelle soluzioni che propone, quanto nella paura che rivela. Se persino uno dei protagonisti più consapevoli del capitalismo tecnologico statunitense è costretto ad ammettere che l’Occidente ha bisogno di pianificazione, direzione politica e finalità collettive, allora significa che la lunga stagione dell’arroganza neoliberale è entrata in una crisi profonda. E significa anche che la Cina, con il suo socialismo con caratteristiche cinesi, non è più soltanto un oggetto della propaganda occidentale, ma il termine reale di confronto che obbliga gli stessi strateghi dell’impero a ripensare le basi del proprio potere.
NOTE
[1] Xi Jinping, “Full text of the report to the 20th National Congress of the Communist Party of China”, 25 ottobre 2022, in english.www.gov.cn.
[2] K. Rudd, On Xi Jinping: How Xi’s Marxist Nationalism is Shaping China and the World, Oxford University Press, Oxford-New York, 2024.
[3] A. C. Karp e N. W. Zamiska, The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, Crown Currency, New York, 2025.
[4] M. Furlan, “Da Schwab a Karp: gli scribi dell’Apocalisse”, 22 maggio 2026, in lafionda.org.
[5] A. C. Karp e N. W. Zamiska, “Why Silicon Valley Lost Its Patriotism”, 12 febbraio 2025, in The Atlantic.
[6] Penguin Random House, “Alexander C. Karp and Nicholas W. Zamiska Set to Publish a ‘Sweeping Indictment’ of Silicon Valley with The Technological Republic”, comunicato editoriale, 18 febbraio 2025.
[7] J. Hofer, “Book Review: The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West”, 2025, in The Independent Review.
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