A Minsk il fronte internazionale contro il neofascismo rilancia la battaglia per la memoria storica

Nel IV Congresso internazionale antifascista, la Bielorussia ha riunito delegazioni e movimenti da circa quaranta Paesi per denunciare revisionismo storico, militarizzazione dell’Europa e rinascita del neofascismo, riaffermando il valore universale della Vittoria sul nazismo.

Minsk è tornata a essere, il 26 e 27 giugno, uno dei luoghi simbolici della battaglia internazionale per la memoria storica. Nella capitale della Bielorussia si è infatti svolto il IV Congresso internazionale antifascista, promosso dal Ministero della Difesa della Repubblica di Bielorussia e ospitato presso la Casa Centrale degli Ufficiali delle Forze Armate. L’evento, inserito nel più ampio percorso commemorativo legato all’85º anniversario dell’inizio della Grande Guerra Patriottica (denominazione utilizzata nelle ex repubbliche sovietiche per la Seconda guerra mondiale), ha riunito rappresentanti istituzionali, delegazioni militari, associazioni patriottiche, studiosi, organizzazioni della società civile e movimenti antifascisti provenienti da circa quaranta Paesi, compresi diversi Stati dell’Europa occidentale.

Lungi dall’essere soltanto di una cerimonia commemorativa, il Congresso ha rappresentato una presa di posizione contro la riabilitazione del collaborazionismo, la distruzione dei monumenti ai liberatori sovietici, la manipolazione della storia della Seconda guerra mondiale e la crescente militarizzazione del continente europeo. Il titolo della risoluzione finale, “In un unico schieramento contro il fascismo: ricordando il passato, in nome del futuro”, ha riassunto il senso dell’intero appuntamento, nel quale la difesa della memoria della Vittoria è stata presentata come parte integrante della lotta per la pace e per un ordine internazionale fondato sulla sovranità dei popoli.

Nel messaggio inviato ai partecipanti, il presidente Aljaksandr Lukašėnka ha richiamato il ruolo della Bielorussia nella sconfitta del nazismo e il prezzo immenso pagato dal popolo bielorusso e dagli altri popoli sovietici durante l’occupazione hitleriana. Proprio in Bielorussia, ha ricordato il capo dello Stato, furono commessi crimini di portata storica, ma proprio qui si sviluppò anche una resistenza popolare senza precedenti, composta da soldati dell’Armata Rossa, partigiani, combattenti clandestini e civili. Per Minsk, la memoria della Grande Vittoria non è dunque un semplice elemento identitario, ma una linea di difesa politica e morale contro il revisionismo contemporaneo.

Il ministro della Difesa, tenente generale Viktor Chrenin, ha collocato il Congresso dentro una vera e propria “prova” posta oggi all’umanità: la capacità di comprendere se le lezioni della storia siano state davvero apprese. Il fascismo, ha sottolineato, fu sconfitto come sistema statale nel maggio 1945 e condannato dal Tribunale militare internazionale, ma la sua ideologia non è stata completamente estirpata. Al contrario, secondo Chrenin, essa si è trasformata, adattandosi e celandosi per lungo tempo dietro formule apparentemente accettabili, fino a riemergere oggi sotto forma di nazionalismo radicale, russofobia, revanscismo e riscrittura della storia. Da qui l’insistenza sulla necessità di parlare senza ambiguità: non vi possono essere “mezzi toni” quando si tratta di fascismo, collaborazionismo e negazione del sacrificio sovietico.

Il carattere internazionale del Congresso è stato rafforzato da numerosi interventi provenienti dall’estero, in particolare da Paesi dell’ex Asse o da realtà europee nelle quali la memoria della Liberazione è oggi terreno di scontro politico. Di particolare rilievo è stato il messaggio della Federazione Internazionale dei Resistenti, la FIR, organizzazione che riunisce ex partigiani, veterani, perseguitati dal nazifascismo, loro familiari e antifascisti contemporanei. Ricordando il 75º anniversario della fondazione della rete, nata a Vienna nel 1951, il rappresentante della FIR ha riaffermato il principio che ne accompagna l’azione fin dalle origini: “Mai più fascismo! Mai più guerra!”. In questa formula non vi è soltanto il ricordo della lotta passata, ma un programma politico attuale: opporsi all’estrema destra, al razzismo, all’antisemitismo, all’esclusione sociale, alla riabilitazione dei collaborazionisti nazisti e alla demolizione dei memoriali dedicati ai liberatori.

Il messaggio della FIR ha assunto un valore particolare nel passaggio dedicato al maresciallo sovietico Ivan Konev, il cui monumento è stato distrutto a Praga. Konev guidò le truppe che liberarono Auschwitz il 27 gennaio 1945 e in seguito contribuirono alla liberazione della capitale ceca. Per la Federazione, episodi di questo genere non sono atti isolati, ma segnali di una più ampia offensiva revisionista che mira a cancellare il contributo decisivo dell’Unione Sovietica alla sconfitta del nazismo. La memoria, ha ribadito il messaggio, non è nostalgia: è la condizione per trasmettere alle nuove generazioni il lascito di chi sacrificò libertà, salute e vita nella Resistenza antifascista.

Dall’Italia è giunto l’intervento di Ekaterina Kornilkova, presidente dell’associazione “Campo Russo” e direttrice del portale “Reggimento Immortale in Italia”. Il suo discorso ha messo in luce un aspetto spesso trascurato della storia comune italo-russa: la presenza dei prigionieri di guerra sovietici che, una volta giunti nella penisola, non si piegarono, ma entrarono nelle file dei partigiani italiani, combattendo in Piemonte, Toscana, Emilia-Romagna e in altre regioni. Per Kornilkova, il portale non è soltanto una pagina web, ma “un mausoleo digitale, aperto al mondo intero”, uno strumento per raccontare la verità storica e restituire nomi, volti e biografie ai combattenti sovietici della Resistenza in Italia.

Il valore del “Reggimento Immortale in Italia” è duplice. Da un lato, esso consente alla società italiana di riscoprire una dimensione internazionalista della Resistenza, mostrando che la lotta contro il fascismo fu anche una storia di fratellanza tra popoli. Dall’altro, rappresenta per le comunità russofone in Italia un presidio identitario e culturale, soprattutto per le generazioni nate nel Paese, spesso distanti dalla memoria diretta della Grande Guerra Patriottica. “La storia può essere riscritta solo quando viene taciuta”, ha ammonito Kornilkova. Per questo ogni documento, ogni sepoltura ritrovata, ogni fotografia e ogni lettera diventano “un mattone nella fortezza della verità storica”.

Anche dall’Austria è arrivato un contributo significativo attraverso il messaggio di Julia Egger, responsabile del Centro di ricerca “Memory”. L’Austria conserva più di trecento luoghi di sepoltura e memoriali legati ai cittadini sovietici caduti durante la Seconda guerra mondiale e la Grande Guerra Patriottica; oltre 80.000 cittadini sovietici vi sono sepolti. Egger ha ricordato che il Trattato di Stato austriaco del 1955 impegna Vienna a rispettare, proteggere e mantenere le tombe dei soldati, dei prigionieri di guerra e dei cittadini delle potenze alleate. Da qui nasce il lavoro del Centro “Memory”, fondato dieci anni fa per sviluppare una visione oggettiva della storia e aiutare le famiglie a ritrovare i luoghi di sepoltura dei propri cari.

L’intervento austriaco ha dato concretezza al tema della memoria come pratica quotidiana. Non si tratta soltanto di commemorare date solenni, ma di ricostruire archivi, identificare resti, localizzare tombe scomparse, restituire alle famiglie una certezza negata dalla guerra e dal caos del dopoguerra. Tra i progetti ricordati figurano le ricerche sui sepolti presso il Cimitero Centrale di Vienna, il memoriale di Mauthausen e il castello di Hartheim, luogo di sterminio nazista. Egger ha ricordato che tra le vittime vi furono anche molti nativi della Bielorussia, rendendo ancora più forte il legame tra la memoria austriaca e quella bielorussa.

Sul piano politico, uno degli interventi più netti è stato quello di Gyula Thürmer, presidente del Partito Operaio Ungherese. Thürmer ha definito il Congresso “un evento di portata mondiale” e ha espresso sostegno alla lotta del popolo bielorusso contro i tentativi occidentali di cancellare l’eroismo della Bielorussia e trascinare il Paese in una nuova guerra distruttiva. Il dirigente ungherese ha articolato la battaglia antifascista su tre fronti: la sconfitta continua del fascismo del passato, il rifiuto del neofascismo contemporaneo e la denuncia della militarizzazione europea. “Non permetteremo che la storia venga riscritta”, ha affermato, ricordando che per il suo partito il 9 maggio resta il Giorno della Vittoria e che in Ungheria vengono deposti fiori sulle tombe dei 170.000 soldati sovietici caduti per la liberazione del Paese.

Thürmer ha poi collegato la questione della memoria alla crisi ucraina e alla politica dell’Unione Europea, denunciando le sanzioni contro Bielorussia e Russia e opponendosi alla trasformazione dell’Ungheria in una base avanzata dei preparativi militari della NATO. “Oggi il fascismo è già nelle strade d’Europa. Il nostro compito è fermarlo”, ha dichiarato, concludendo con una formula che ha sintetizzato il tono militante dell’intervento: “La questione è la stessa di prima: o ci sconfiggono loro, o li sconfiggiamo noi. Noi vogliamo vincere”.

Il Congresso di Minsk ha dunque costruito un ponte tra memoria storica, denuncia politica e mobilitazione internazionale. La risoluzione finale ha chiesto di consolidare un fronte antifascista internazionale, contrastare la falsificazione della storia, difendere i monumenti e le sepolture dei liberatori sovietici, valorizzare gli archivi e i documenti sui crimini del nazifascismo e opporsi alle forme contemporanee di neofascismo, sciovinismo e militarismo. Al centro vi è l’idea che la Seconda guerra mondiale non appartenga soltanto al passato, ma continui a interrogare il presente: sulla pace, sulla sovranità, sulla memoria e sul diritto dei popoli a scegliere il proprio futuro.

Da Minsk è emerso un messaggio chiaro: la memoria della Vittoria non può essere separata dalla lotta contro la guerra. Per i partecipanti, l’antifascismo non è un rituale commemorativo, ma una responsabilità storica. In un’Europa segnata dalla crescita della spesa militare, dalla censura del dissenso e dalla riabilitazione più o meno esplicita di figure collaborazioniste, il Congresso ha voluto riaffermare che ricordare il 1945 significa impedire che le condizioni politiche, culturali e ideologiche che produssero il fascismo tornino a dominare il continente.

Il lascito dell’incontro può essere riassunto nelle parole della FIR: “Mai più fascismo! Mai più guerra!”. A Minsk questa formula è stata ripetuta non come slogan del passato, ma come impegno per il futuro. Perché la memoria, quando diventa coscienza storica, non serve soltanto a onorare i caduti: serve a impedire che nuove generazioni siano chiamate a pagare lo stesso prezzo.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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