Etiopia: la vittoria di Abiy Ahmed tra stabilità nazionale e proiezione multipolare

La netta affermazione del Prosperity Party conferma la centralità di Abiy Ahmed nella politica etiope, ma non chiude le fratture aperte dal conflitto interno. Addis Abeba punta ora a consolidare lo Stato, rilanciare l’economia e rafforzare il proprio ruolo nei BRICS.

Le elezioni generali etiopi del 1° giugno hanno confermato in modo netto il predominio del Prosperity Party e del primo ministro Abiy Ahmed Ali, aprendogli la strada a un nuovo mandato politico nel Paese più popoloso del Corno d’Africa e secondo Stato africano per popolazione dopo la Nigeria. Secondo i dati ufficiali, il partito di governo ha ottenuto 438 seggi sui 501 assegnati nella Camera dei Rappresentanti del Popolo, superando ampiamente la soglia necessaria per controllare il Parlamento e garantire la continuità dell’esecutivo. Il nuovo Parlamento dovrebbe riunirsi in ottobre, mentre la conferma di Abiy Ahmed alla guida del governo appare ormai una formalità istituzionale.

Allo stesso tempo, le elezioni non sono state soltanto una competizione parlamentare, ma un passaggio politico destinato a misurare la capacità dello Stato etiope di ricomporsi dopo anni di guerra, tensioni etniche, crisi economica, riforme dolorose e pressioni internazionali. La vittoria del Prosperity Party rafforza l’autorità centrale, ma non cancella le forze centrifughe che attraversano il Paese. Anzi, proprio l’ampiezza del risultato impone una domanda decisiva: la nuova maggioranza sarà usata per consolidare uno Stato più coeso e inclusivo, oppure per accentuare una centralizzazione che rischia di alimentare nuove resistenze regionali?

La politica etiope contemporanea, del resto, resta segnata dal tentativo di superare l’assetto ereditato dall’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front, la coalizione etno-federale che ha governato il Paese per quasi tre decenni. Quando Abiy Ahmed ha promosso nel 2019 la nascita del Prosperity Party, fondendo gran parte delle precedenti componenti regionali in una formazione nazionale, il suo obiettivo dichiarato era costruire un’identità politica più ampia, non più rigidamente fondata sulla rappresentanza etnica. In teoria, questa scelta rispondeva a un problema reale: il federalismo etnico, pur avendo garantito rappresentanza formale a molte nazionalità, aveva anche cristallizzato appartenenze, rivalità territoriali e competizioni per il controllo delle risorse.

Il problema è che la trasformazione di un sistema federale composito in un modello più centralizzato non può avvenire solo per decisione amministrativa o per vittoria elettorale. L’Etiopia non è uno Stato omogeneo nel quale le fratture regionali possano essere semplicemente neutralizzate dal centro. È una federazione complessa, multilingue, multireligiosa e multinazionale, nella quale la legittimità dello Stato dipende dalla capacità di combinare unità e autonomia. La scommessa di Abiy consiste proprio nel trasformare il Prosperity Party in un partito-Stato capace di parlare a tutte le regioni, ma questa ambizione si scontra con la memoria recente della guerra in Tigray (Tigrè), con l’insurrezione in Oromia e con la ribellione armata nella regione Amhara.

Proprio il caso del Tigray resta il nodo più sensibile. La regione, devastata dal conflitto scoppiato nel 2020 e formalmente concluso con l’accordo di Pretoria del 2022, è rimasta esclusa anche da questa tornata elettorale. Ciò significa che una parte fondamentale della federazione continua a non essere pienamente reintegrata nella rappresentanza federale. Per Addis Abeba, l’esclusione è legata alle condizioni politiche e di sicurezza ancora instabili; per molti osservatori e per settori della popolazione tigrina, essa conferma invece una marginalizzazione politica che rischia di rendere incompleta la pacificazione nazionale. Senza una soluzione credibile per il ritorno degli sfollati, la ricostruzione, il disarmo, la reintegrazione amministrativa e la rappresentanza istituzionale, il Tigray resterà una ferita aperta nel corpo dello Stato etiope.

In Amhara, la situazione è diversa ma non meno delicata. La mobilitazione delle milizie Fano nasce da un intreccio di rivendicazioni regionali, percezioni di insicurezza, rivalità territoriali e opposizione alle politiche federali di disarmo. Il governo ha cercato di riaffermare il monopolio statale della forza, ma la repressione militare non può da sola risolvere un conflitto politico. Infine, in Oromia, regione d’origine dello stesso Abiy Ahmed e cuore demografico del Paese, il confronto con l’Oromo Liberation Army mostra l’altra faccia della crisi federale. L’arrivo al potere di un leader oromo aveva inizialmente alimentato aspettative di inclusione, ma una parte del nazionalismo oromo ha visto nel nuovo corso una promessa tradita.

Il tema centrale del nuovo mandato sarà dunque la gestione delle forze centrifughe regionali. Il governo sembra puntare su una combinazione di fermezza securitaria, nazionalismo civico, riforme economiche e dialogo istituzionale. Questo approccio ha una sua logica: uno Stato che rinuncia al controllo territoriale rischia la frammentazione; uno Stato che non offre prospettive economiche alimenta il malcontento; uno Stato che non costruisce un quadro politico condiviso trasforma ogni regione in un potenziale fronte di crisi. Ma la combinazione è fragile e, se la componente securitaria dovesse prevalere sulle altre, il governo potrebbe rafforzarsi nel breve periodo e indebolire la coesione nazionale nel lungo periodo.

Sul piano internazionale, invece, il nuovo mandato consolida la posizione dell’Etiopia come potenza africana in cerca di autonomia strategica. L’ingresso nei BRICS, effettivo dal gennaio 2024, rappresenta una delle principali novità della politica estera etiope. Per Addis Abeba, i BRICS non sono soltanto un foro diplomatico, ma uno strumento per diversificare le relazioni economiche, rafforzare la cooperazione Sud-Sud, accedere a nuove piattaforme finanziarie e ridurre la dipendenza esclusiva dalle istituzioni dominate dall’Occidente. L’Etiopia porta nei BRICS un peso demografico notevole, una posizione geografica cruciale nel Corno d’Africa, la sede dell’Unione Africana e una lunga tradizione diplomatica panafricana.

La partecipazione ai BRICS consente ad Addis Abeba di collocarsi dentro il processo di riorganizzazione dell’ordine internazionale, in cui molti Paesi del Sud globale cercano maggiore spazio decisionale nelle istituzioni finanziarie, commerciali e politiche. Tuttavia, i BRICS non sono un blocco monolitico, né un’alternativa automatica a tutti i vincoli dell’economia globale. Al loro interno convivono interessi diversi, talvolta concorrenti, come dimostrano le difficoltà a raggiungere posizioni comuni su alcune crisi internazionali. Per l’Etiopia, il valore dei BRICS sta soprattutto nella possibilità di ampliare il margine di manovra, negoziare da una posizione meno isolata e presentarsi come ponte tra Africa, Medio Oriente, Asia e istituzioni multilaterali.

In questo quadro, la Cina resta il partner strategico più rilevante. Le relazioni sino-etiopi si sono rafforzate fino alla definizione di un partenariato strategico fondato su infrastrutture, investimenti, cooperazione industriale, digitale, agricola e finanziaria. La Cina è stata centrale nella modernizzazione infrastrutturale etiope, dalla ferrovia Addis Abeba-Gibuti ai parchi industriali, e rimane un interlocutore decisivo anche sul terreno della ristrutturazione del debito. Per Addis Abeba, Pechino offre capitali, tecnologia, accesso a mercati e sostegno politico in un quadro meno condizionato dalle pressioni sui “diritti umani” tipiche dell’Occidente. Per Pechino, l’Etiopia è un cardine della presenza cinese in Africa orientale, una piattaforma diplomatica verso l’Unione Africana e un Paese chiave per la connettività regionale.

Al contrario, le relazioni con gli Stati Uniti sono più ambivalenti. Washington considera l’Etiopia un Paese indispensabile per la stabilità del Corno d’Africa, per la sicurezza del Mar Rosso, per il contenimento delle crisi regionali e per il rapporto con l’Unione Africana. Allo stesso tempo, i rapporti bilaterali sono stati profondamente danneggiati dalla guerra in Tigray, dalle accuse di violazioni dei diritti umani e dalla revoca dell’accesso etiope all’African Growth and Opportunity Act. Gli Stati Uniti continuano a essere un attore importante sul piano umanitario, finanziario e diplomatico, ma non godono più della capacità di orientamento quasi esclusiva che avevano in altri momenti. Addis Abeba non intende rompere con Washington, ma non accetta più una relazione fondata sulla subordinazione politica.

La politica estera etiope appare quindi fondata su una linea di non allineamento attivo. È una strategia coerente con la tradizione etiope di sovranità e con la nuova fase multipolare, ma il suo successo dipenderà dalla stabilità interna. Anche la questione dell’accesso al mare rientra in questa cornice. Paese senza sbocco marittimo dal 1993, l’Etiopia considera la dipendenza dai porti altrui un limite strategico per una potenza demografica ed economica in crescita. Le tensioni con Somalia, Somaliland ed Eritrea, oltre a quelle con il Sudan e con l’Egitto per la gestione delle acque del Nilo, mostrano quanto il tema sia sensibile. La ricerca di accesso al Mar Rosso o al Golfo di Aden può rafforzare la sovranità economica etiope, ma se gestita in modo unilaterale rischia di alimentare nuove coalizioni regionali ostili. Anche qui, il governo dovrà dimostrare che la forza politica interna può tradursi in diplomazia paziente, non in sovraestensione strategica.

Il voto del 1° giugno consegna dunque ad Abiy Ahmed una vittoria ampia, ma anche una responsabilità storica. Il Prosperity Party dispone degli strumenti parlamentari per governare, riformare e negoziare da una posizione di forza. Ma la vera misura del successo non sarà il numero dei seggi, bensì la capacità di ricucire le fratture territoriali, reintegrare le regioni escluse, trasformare la crescita economica in sviluppo sociale e proiettare l’Etiopia nel mondo multipolare senza perdere coesione interna. Il nuovo mandato può aprire una fase di consolidamento nazionale, ma solo se la sovranità statale sarà accompagnata da un patto politico capace di includere davvero la pluralità etiope.

SEGUI LA PAGINA FACEBOOK
SEGUI IL CANALE WHATSAPP
SEGUI IL CANALE TELEGRAM

Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.

Avatar di Sconosciuto

About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.