Il volume collettivo pubblicato da L’Indipendente, con introduzione di Francesca Albanese e collaborazione di BDS Italia, trasforma l’indignazione per la tragedia palestinese in pratica politica quotidiana, mostrando come consumo critico, boicottaggio e disinvestimento possano colpire le radici economiche dell’occupazione.

Boicottare Israele. Azioni concrete per fermare il genocidio in Palestina, pubblicato da L’Indipendente con introduzione di Francesca Albanese e collaborazione di BDS Italia, è un libro che nasce da una domanda tanto semplice quanto decisiva: che cosa può fare una persona comune di fronte alla devastazione della Palestina, all’occupazione, all’apartheid e alla distruzione sistematica di Gaza? La forza del volume sta precisamente nel rifiuto di accettare la risposta più comoda, quella dell’impotenza. Contro l’idea, ormai profondamente interiorizzata nelle società occidentali, secondo cui il cittadino sarebbe condannato a osservare passivamente le decisioni dei governi e delle grandi potenze, il libro propone un ribaltamento di prospettiva: se i governi non agiscono, se le istituzioni internazionali non fermano l’ingiustizia, se le imprese continuano a trarre profitto dalla violenza coloniale, allora la società civile deve intervenire direttamente nei punti in cui questa violenza si alimenta, cioè nel denaro, nei consumi, negli investimenti, nelle collaborazioni accademiche e nella reputazione pubblica delle aziende coinvolte.
Il volume non è un saggio teorico in senso tradizionale, anche se poggia su un impianto politico e giuridico molto chiaro. È piuttosto una guida militante, un manuale di azione civile, costruito con un obiettivo esplicito: rendere accessibile a tutti la pratica del boicottaggio, del disinvestimento e della pressione politica. La sua efficacia deriva dalla combinazione di tre dimensioni: la prima è quella analitica, perché il libro mostra come l’occupazione israeliana e la guerra contro Gaza non siano soltanto eventi militari, ma processi sostenuti da un’infrastruttura economica globale; la seconda è quella pedagogica, perché spiega in modo semplice come individuare aziende, banche, istituzioni e settori da colpire; la terza è quella pratica, perché non si limita a denunciare, ma indica comportamenti concreti: dove comprare, cosa evitare, quali campagne sostenere, come esercitare pressione sulle istituzioni e sulle imprese.
La prefazione di Andrea Legni imposta il tono del volume con chiarezza. Il punto di partenza è l’insufficienza della semplice indignazione. Di fronte al massacro del popolo palestinese, l’opinione pubblica occidentale viene spesso spinta verso due atteggiamenti speculari: da un lato l’orrore morale, dall’altro la paralisi politica. Il libro interviene proprio in questo spazio, proponendo il boicottaggio come pratica capace di trasformare il dolore e la rabbia in azione organizzata. L’idea centrale è che l’occupazione non si regga soltanto sulle armi israeliane o sul sostegno diplomatico statunitense, ma anche su una rete di complicità molto più vasta: imprese belliche, multinazionali tecnologiche, banche, fondi d’investimento, compagnie energetiche, piattaforme turistiche, università e istituzioni culturali.
Nella sua introduzione, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, non presenta il BDS come una generica campagna di protesta, ma come una forma di cittadinanza attiva e di responsabilità etica. Il suo ragionamento è importante perché sottrae il boicottaggio alla caricatura che spesso ne danno i detrattori. Il BDS, infatti, non mira a colpire gli israeliani in quanto tali, né si fonda su una logica identitaria o discriminatoria. Al contrario, si concentra sulle strutture di potere, sulle complicità istituzionali e sui rapporti economici che permettono all’occupazione di continuare. In questo senso, il boicottaggio diventa uno strumento selettivo e razionale, non una reazione emotiva indiscriminata.
Uno dei maggiori meriti del libro è la capacità di mostrare il carattere materiale dell’occupazione. Il primo capitolo, dedicato al “business del genocidio”, è forse il cuore politico del volume. Qui la Palestina non viene descritta solo come vittima della violenza militare israeliana, ma come spazio in cui si intrecciano colonizzazione, tecnologia, finanza, estrazione di risorse e sperimentazione bellica. Gaza appare come un laboratorio di morte, in cui armi, software, sistemi di sorveglianza e tecnologie di controllo vengono testati su una popolazione prigioniera e poi rivenduti sul mercato globale come prodotti “collaudati”. Questo spiega anche perché il genocidio e l’occupazione possano continuare: non semplicemente per fanatismo ideologico o per inerzia diplomatica, ma perché producono profitto.
Da questo punto di vista, la rassegna delle aziende coinvolte è uno degli elementi più utili del volume. Il libro chiama in causa il complesso militare-industriale israeliano e internazionale, citando imprese come Elbit Systems, Israel Aerospace Industries, Leonardo, Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman e altre realtà che forniscono armamenti, componenti, tecnologie o supporto logistico. Ma l’analisi non si limita al settore bellico. Il lettore viene accompagnato dentro un sistema molto più ampio, che comprende i colossi della tecnologia e della sorveglianza, l’edilizia e le demolizioni, il controllo delle risorse idriche ed energetiche, l’agroalimentare, il turismo, l’e-commerce, la finanza e l’università. È proprio questa ampiezza a rendere il libro particolarmente prezioso: il lettore comprende che la complicità non è un fatto astratto, ma passa attraverso marchi, servizi e istituzioni con cui entra in contatto ogni giorno.
Molto efficace è anche la parte dedicata ai risultati già conseguiti dalle campagne BDS. Il libro richiama casi concreti di disinvestimento e pressione su aziende e istituzioni, mostrando che il boicottaggio non è un gesto puramente testimoniale. La pressione su McDonald’s dopo il coinvolgimento del franchise israeliano nel sostegno all’esercito, la campagna contro PUMA, le ricadute su Carrefour, i disinvestimenti da aziende come Elbit Systems o il ruolo di banche e fondi nella sottoscrizione di obbligazioni israeliane mostrano che la reputazione economica è un terreno di scontro reale. Le aziende temono il boicottaggio proprio perché esso mette in discussione la normalità dei loro profitti.
Infine, la sezione sul boicottaggio accademico è una delle più delicate e, proprio per questo, una delle più interessanti. Il libro, seguendo la riflessione di Francesca Albanese e gli studi sulla complicità delle università israeliane, sostiene correttamente che l’accademia non possa nascondersi dietro una falsa neutralità quando collabora con istituzioni coinvolte nella produzione di tecnologie militari, nella legittimazione dell’occupazione o nello sfruttamento delle risorse palestinesi. Anche in questo caso, lo scopo non è colpire individui sulla base della loro nazionalità, ma interrompere rapporti istituzionali con strutture che partecipano al sistema di dominio. In un contesto italiano segnato da forti campagne di delegittimazione contro il BDS, questa distinzione è essenziale.
La postfazione di Omar Barghouti, fondatore e figura centrale del movimento BDS, chiude idealmente il cerchio, riportando il libro alla matrice palestinese della campagna, ricordandoci che il boicottaggio non è un’invenzione occidentale né una moda universitaria, ma una richiesta proveniente dalla società civile palestinese. Il BDS si caratterizza dunque per essere una risposta nonviolenta a una condizione di oppressione strutturale, e la sua legittimità nasce dal fatto che il popolo oppresso chiede al mondo di non essere complice. La solidarietà, quindi, non consiste nel parlare al posto dei palestinesi, ma nel rispondere a un appello politico preciso.
Nel complesso, Boicottare Israele è un libro necessario, soprattutto nel contesto italiano. La sua utilità non risiede soltanto nella quantità di informazioni raccolte, ma nella chiarezza dell’impostazione che lo rende di facile lettura e consultazione. È un testo pensato per essere usato, discusso, diffuso e aggiornato. Non ha la pretesa di chiudere il dibattito, ma di aprire un campo di azione. La scrittura è diretta, accessibile, talvolta volutamente militante; ciò potrà irritare chi cerca una falsa neutralità, ma rappresenta in realtà uno dei punti di forza del libro. Di fronte a un sistema di oppressione documentato, l’equidistanza equivale a complicità.
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