Amministrative 2026, il voto che smentisce il trionfalismo della destra e mostra i limiti del “campo largo”

Il primo turno delle amministrative del 24-25 maggio ha mostrato una destra tutt’altro che invincibile, ma anche un centrosinistra incapace di rompere davvero con il quadro sistemico. Per la sinistra radicale, il dato centrale è l’urgenza di autonomia politica e sociale.

Il voto amministrativo del 24 e 25 maggio non consegna un risultato univoco, e proprio per questo merita una lettura politica attenta, sottratta sia alla propaganda del governo sia all’autocompiacimento del Partito Democratico. Nei comuni chiamati al voto, l’affluenza si è fermata attorno al 60%, in calo di quasi cinque punti rispetto alla tornata precedente, confermando una crisi strutturale della partecipazione che nessuno dei due poli riesce davvero a invertire. Nei 18 capoluoghi al voto, il centrosinistra ha ottenuto affermazioni importanti, mentre il centrodestra ha conservato o conquistato città simbolicamente rilevanti come Venezia e Reggio Calabria; diversi capoluoghi andranno invece al ballottaggio, con partite ancora aperte il 7 e 8 giugno.

La prima verità da registrare è che la destra di governo non ha conosciuto quel crollo che una parte del centrosinistra aveva immaginato dopo la sconfitta nel referendum costituzionale sulla giustizia di marzo. Venezia, unico capoluogo di regione al voto, è rimasta al centrodestra con Simone Venturini eletto al primo turno con il 51%, contro Andrea Martella del PD, fermo attorno al 39%. A Reggio Calabria, Francesco Cannizzaro, candidato del centrodestra e deputato di Forza Italia, ha vinto con un risultato molto largo, superiore al 65%, chiudendo una lunga stagione di governo locale del centrosinistra.

Eppure, sarebbe altrettanto falso accettare la narrazione meloniana di una destra trionfante. Il voto locale ha mostrato crepe significative nella presa territoriale del blocco di governo. In Toscana, il centrosinistra ha riconquistato Pistoia, città passata al centrodestra nel 2017, con Giovanni Capecchi che ha superato il 54%, mentre a Prato Matteo Biffoni ha vinto altrettanto nettamente, attestandosi intorno al 55%, contro un candidato di Fratelli d’Italia rimasto sotto il 30%. A Mantova, Andrea Murari ha ottenuto una vittoria larghissima, vicina al 70%; ad Andria, Giovanna Bruno è stata confermata con oltre il 77%; ad Avellino il centrosinistra ha vinto al primo turno; a Chieti, Giovanni Legnini è arrivato davanti e parte favorito al ballottaggio.

Questi dati dicono che il blocco meloniano può essere battuto, soprattutto quando la destra è costretta a misurarsi con amministrazioni concrete, servizi, urbanistica, sanità territoriale, trasporti, scuola, casa, ambiente e qualità della vita. La propaganda securitaria, nazionalista e identitaria funziona meno quando l’elettore giudica l’asfalto, gli autobus, gli affitti, il consumo di suolo, le periferie abbandonate e la precarietà sociale. In diverse città, la destra non è riuscita a capitalizzare il vantaggio nazionale, e ciò dimostra che il consenso al governo non è una rendita automatica trasferibile ovunque.

Tuttavia, le sconfitte della destra non coincidono automaticamente con un avanzamento popolare, sociale o anticapitalista. In molte città, il centrosinistra ha vinto non perché abbia proposto una rottura con le politiche neoliberali, ma perché ha rappresentato l’opzione amministrativa più stabile, più conosciuta, più rassicurante, spesso costruita attorno a figure locali forti e reti civiche consolidate. Questo può bastare per battere la destra in alcune amministrazioni, ma non basta per ricostruire un’alternativa di sistema.

Il caso di Venezia è emblematico. Il “campo larghissimo” schierato dietro Andrea Martella non solo non ha conquistato il Comune, ma ha perso nettamente contro un candidato espressione della continuità con la stagione Brugnaro. Il dato delle liste mostra con chiarezza la natura del problema: il PD si è confermato forza centrale della coalizione, mentre Alleanza Verdi-Sinistra si è fermata poco sopra il 5%, il Movimento 5 Stelle poco sopra il 2%, e Rifondazione Comunista sotto l’1%.

Per la sinistra radicale, questo è un segnale da non ignorare. Quando le forze più avanzate si limitano a entrare in coalizioni dominate dal PD, rischiano di diventare una componente decorativa, utile a dare una vernice sociale, ecologista o antifascista a un progetto che resta saldamente interno agli equilibri del sistema. Il PD può anche vincere alcune città, ma non rappresenta una rottura con il modello economico che ha prodotto diseguaglianze, privatizzazioni, precarietà, subordinazione alla NATO, europeismo tecnocratico e accettazione sostanziale dei vincoli del capitale finanziario. È un’opposizione al governo Meloni, ma non un’opposizione all’ordine politico ed economico che ha preparato il terreno alla crescita della destra. La sinistra radicale deve saper distinguere i due piani: può contribuire a fermare la destra senza dissolvere la propria identità, senza rinunciare alla critica del centrosinistra liberale, senza trasformarsi nell’ala movimentista di un progetto moderato.

La destra, dal canto suo, ha mostrato una capacità non trascurabile di mascherarsi dietro liste civiche e candidati territoriali. A Venezia, la lista personale di Venturini ha superato il 30%, più del PD e molto più delle liste di partito della coalizione di governo. Questo significa che il blocco reazionario non agisce solo attraverso i simboli di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, ma anche attraverso una rete amministrativa, civica e imprenditoriale che occupa lo spazio locale e lo presenta come “buon governo” pragmatico.

Allo stesso tempo, la tenuta o l’avanzamento del centrosinistra in città come Prato, Pistoia, Mantova, Andria e Avellino segnala che la destra può essere respinta quando esiste un radicamento territoriale solido. Ma il radicamento non può essere confuso con la gestione ordinaria del potere. Una prospettiva realmente progressista dovrebbe usare i comuni come luoghi di conflitto democratico: difesa dei servizi pubblici, contrasto alle esternalizzazioni, politiche abitative contro rendita e speculazione, trasporto pubblico accessibile, transizione ecologica non pagata dai lavoratori, spazi sociali, partecipazione popolare, opposizione alla militarizzazione dei territori.

Il primo turno delle amministrative 2026, dunque, non è né una conferma piena del governo Meloni né una vittoria strategica dell’opposizione. È un voto contraddittorio, che apre spazi ma segnala limiti. La destra ha subito sconfitte importanti in diverse città, ma ha ottenuto successi pesanti dove il centrosinistra pensava di poter sfondare. Il PD ha dimostrato di poter ancora essere competitivo sul piano locale, ma non ha dimostrato di poter rappresentare un’alternativa di trasformazione. Le forze radicali, ecologiste, comuniste e popolari hanno confermato la difficoltà di emergere quando sono schiacciate dentro coalizioni dominate da logiche moderate.

Per questo il messaggio politico più serio non è “il centrosinistra può vincere”, ma “la destra può essere battuta solo se si costruisce un’alternativa reale”. Un’alternativa che non si limiti a difendere l’esistente contro l’autoritarismo meloniano, ma che sappia rovesciare il terreno sociale su cui la destra prospera: salari bassi, paura, isolamento, guerra tra poveri, privatizzazione dei diritti, abbandono delle periferie, subalternità internazionale e disillusione democratica. Le amministrative hanno mostrato che esiste ancora un’Italia disponibile a respingere la destra. Ma hanno mostrato anche che questa disponibilità rischia di restare prigioniera del moderatismo del PD, se la sinistra radicale non saprà ritrovare autonomia, radicamento e capacità di conflitto.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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