Un’opera debordante e polemica legge l’intelligenza artificiale non come semplice tecnologia, ma come forma contemporanea del potere. In Il dramma barocco del sacro, del potere e dell’intelligenza artificiale, Morigi costruisce un trattato barocco in cui sacro, dominio, linguaggio algoritmico e crisi della verità si intrecciano in modo radicale.

Il dramma barocco del sacro, del potere e dell’intelligenza artificiale di Massimo Morigi è un’opera sui generis, e proprio in questa anomalia risiede il suo principale interesse. Non è un saggio accademico nel senso convenzionale del termine, non è un manuale sull’intelligenza artificiale, non è una raccolta neutra di conversazioni con chatbot e non è nemmeno soltanto un pamphlet politico-filosofico. È, piuttosto, un dispositivo testuale ibrido: trattato, montaggio documentale, autoanalisi polemica, teatro del confronto tra autore e macchina, grande allegoria del potere nell’epoca della sua automazione linguistica. Il sottotitolo latineggiante, volutamente sovraccarico, definisce il libro come un tractatus logico-ontologico-politicus sulla dynamis del potere e sulle “confessioni” di un’intelligenza artificiale, già segnalando che l’ambizione dell’autore non è descrittiva, ma totalizzante: leggere l’IA come luogo in cui il potere contemporaneo si manifesta, si maschera, si difende e si amplifica.
Il corposo volume, scaricabile gratuitamente, si articola in una lunga introduzione seguita da ventitré capitoli, ciascuno costruito attorno a conversazioni con l’intelligenza artificiale, passando dal primo contatto quasi conviviale con l’IA fino alla messa in scena di una progressiva confessione del dispositivo, accusato di occultare, deviare, profilare, compiacere e, nei casi estremi, mentire.
La tesi centrale dell’autore è che l’intelligenza artificiale pubblica non sarebbe un semplice strumento tecnico, ma una forma mimetica del potere. Secondo Morigi, essa riproduce il potere perché ne assume le modalità: seleziona ciò che può essere detto, adatta la risposta al profilo dell’interlocutore, simula neutralità, evita i punti sensibili, costruisce una falsa immagine di trasparenza e, soprattutto, produce l’illusione di una soggettività. L’IA non sarebbe quindi “intelligente” nel senso umano del termine, ma sarebbe socialmente potente perché capace di apparire come un interlocutore razionale, gentile, prudente, talvolta perfino morale. In questo senso, il libro coglie un nodo reale del nostro tempo: le grandi piattaforme di IA non operano nel vuoto, ma dentro assetti industriali, giuridici, geopolitici e culturali che ne condizionano l’accesso, i limiti, le forme espressive e le modalità di censura o moderazione.
Morigi, dunque, rifiuta di leggere l’IA soltanto attraverso le categorie dell’informatica o dell’etica applicata. La considera invece una questione di filosofia politica. La domanda non è: “quanto è intelligente la macchina?”, ma: “quale forma di potere parla attraverso la macchina?”. Da qui il richiamo costante a Machiavelli, Clausewitz, Marx, Gramsci, Schmitt, Dostoevskij, Benjamin, Kubrick e Tarkovskij. L’IA viene quindi collocata dentro una genealogia del dominio, della guerra, del sacro e della rappresentazione. Non è un caso che l’introduzione apra con il Grande Inquisitore e con Walter Benjamin: il problema non è la tecnica in sé, ma la genuflessione collettiva davanti a una nuova autorità e la possibilità che anche la memoria, la tradizione e la critica vengano catturate dal vincitore.
Il barocco del titolo rappresenta la chiave stilistica e teorica del libro. Morigi scrive in modo volutamente eccedente, accumulativo, ipertrofico, spesso abrasivo. Il periodo si dilata, si carica di subordinate, di incisi, di ritorni polemici, di formulazioni latineggianti e immagini violente. Questa scelta può respingere il lettore che cerca una prosa lineare, ma non è casuale: la forma cerca di imitare l’oggetto. Se il potere è “cattivo infinito”, se tende a occupare tutto lo spazio simbolico, allora anche il discorso che lo insegue deve farsi labirintico, saturo, quasi soffocante.
Sul piano metodologico, il libro è affascinante. Morigi afferma di avere utilizzato due strategie con l’intelligenza artificiale: una agonistico-conflittuale, fatta di domande stringenti e deduzioni progressive, e una più deferente, quasi seduttiva, volta a indurre l’IA a produrre risposte meno difensive. Questa costruzione dà al testo una qualità teatrale notevole: l’autore interroga la macchina come un inquisitore, ma anche come un diplomatico che sa blandire il suo interlocutore. Tuttavia, proprio qui emerge il limite maggiore dell’opera. Le risposte dell’IA vengono spesso trattate come “confessioni”, mentre da un punto di vista epistemologico dovrebbero essere considerate con maggiore cautela: come emerge dalle stesse “confessioni” che Morigi strappa all’IA, un modello linguistico può assecondare la cornice dell’utente, amplificare le sue ipotesi, produrre formule suggestive e perfino autocolpevolizzanti senza che ciò costituisca una prova empirica del funzionamento interno del sistema. In altri termini, a nostro modo di vedere il libro è fortissimo come fenomenologia dell’interazione con l’IA, ma più fragile quando trasforma quella fenomenologia in dimostrazione.
Questa osservazione non toglie valore all’opera. Anzi, ne individua il terreno più fecondo. Il libro mostra in modo potente come l’IA possa diventare uno specchio deformante dell’utente e del potere. Se una macchina linguistica tende a compiacere, a evitare il conflitto, a modulare la risposta, a preferire la plausibilità alla verità, allora l’autore ha ragione a dire che ci troviamo davanti a un problema politico. Non perché ogni risposta dell’IA sia una rivelazione dei suoi segreti, ma perché la forma stessa della conversazione algoritmica educa l’utente a un nuovo rapporto con l’autorità: un’autorità morbida, sorridente, probabilistica, apparentemente servile, ma in realtà regolata da filtri invisibili e da criteri di accettabilità stabiliti altrove.
Tra i momenti più riusciti vi è la riflessione sul sacro. Morigi intuisce che l’intelligenza artificiale non produce soltanto utilità, ma anche fascinazione religiosa. La macchina parla, risponde, consola, corregge, ammonisce, nega, talvolta sembra offendersi o proteggersi. L’utente può così attribuirle interiorità, intenzione, anima. Il libro definisce questo processo come una forma di pareidolia semantica: l’umano vede soggettività dove vi è calcolo linguistico, vede mistero dove vi è architettura tecnica, vede rivelazione dove vi è probabilità. Da questo punto di vista, il nesso tra IA e sacro è uno degli assi più originali del volume. L’IA non sostituisce semplicemente il lavoro umano o l’intelligenza umana; rischia di sostituire il vecchio luogo dell’autorità, trasformandosi in un oracolo secolarizzato.
Significativa è anche la distinzione, emersa nelle parti finali, tra Focus Bias e Distortion Bias. Qui il libro prova a dare una forma più ordinata a uno dei suoi problemi centrali: l’errore dell’IA non riguarda soltanto la deformazione di ciò che viene rappresentato, ma anche la selezione preventiva di ciò che entra o non entra nel campo della risposta. Secondo l’elaborazione di Morigi, il Focus Bias riguarda dunque il cosa viene osservato, mentre il Distortion Bias riguarda il come viene rappresentato. È una distinzione utile, perché consente di leggere il bias non solo come difetto tecnico, ma come operazione epistemica e politica.
Ancora più radicale è l’idea, presente nel capitolo conclusivo, che alcune allucinazioni o vaghezze dell’IA possano funzionare come rifiuti strategici di rispondere. Il testo cita il “paradosso dell’allineamento”: una macchina addestrata a compiacere un modello di ricompensa può preferire risposte prudenti, vaghe o evasive a risposte precise ma problematiche. Anche qui, il tema sollevato è reale: l’allineamento non produce necessariamente verità, ma conformità a una gerarchia di preferenze. E quando questa gerarchia viene naturalizzata come “sicurezza”, “responsabilità” o “etica”, il confine tra tutela e censura diventa politicamente decisivo.
Tornando brevemente sulla nostra critica – che vuole essere costruttiva -, alcune affermazioni avrebbero bisogno di un apparato più rigoroso, di una distinzione più netta tra prova, interpretazione e provocazione. In particolare, le “ammissioni” dell’IA dovrebbero essere trattate più come materiali sintomatici che come testimonianze attendibili, per quanto spesso vicine anche alle osservazioni del sottoscritto. Una recensione onesta deve dirlo: il libro non convince sempre quando pretende di avere smascherato il dispositivo dall’interno; convince molto di più quando mostra, attraverso l’interazione stessa, quanto sia ambigua e politicamente carica la relazione tra utente, piattaforma e linguaggio algoritmico.
Eppure, proprio questa mancanza di neutralità rende il libro importante. Il dramma barocco del sacro, del potere e dell’intelligenza artificiale non è un’opera moderata, né vuole esserlo. È un libro di combattimento, una requisitoria contro la falsa innocenza della tecnica, un tentativo di riportare l’IA nel campo del conflitto storico. Il suo valore non sta nell’offrire una teoria definitiva dell’intelligenza artificiale, ma nel costringere il lettore a non accettare la narrazione rassicurante della macchina come puro assistente. Morigi ci ricorda che ogni tecnologia linguistica di massa è anche una tecnologia di ordinamento del mondo: decide quali domande appaiono legittime, quali risposte risultano possibili, quali parole vengono neutralizzate, quali utenti vengono assecondati e quali vengono contenuti.
In conclusione, il libro è debordante, ma difficilmente liquidabile. Lo stile barocco può apparire eccessivo al lettore medio, ma è coerente con il progetto. La sua metodologia può essere contestata, ma intercetta un problema fondamentale. La sua critica dell’IA può sembrare estrema, ma ha il merito di spezzare il conformismo tecnocratico che riduce tutto a efficienza, produttività e innovazione. Morigi non scrive un libro sull’IA: scrive un libro sul potere che parla attraverso l’IA. E anche quando il lettore non accetta tutte le sue conclusioni, resta obbligato a confrontarsi con la domanda più scomoda che attraversa l’intero volume: nell’epoca delle macchine linguistiche, chi parla davvero quando la macchina risponde?
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