Il fallimento dei negoziati dopo le legislative del 22 marzo apre una fase di instabilità in Slovenia. Senza una maggioranza praticabile, il paese si avvia verso nuove elezioni entro ottobre, mentre Robert Golob cerca di evitare che la crisi favorisca Janša e la destra.

La Slovenia entra in una fase politica delicata, forse la più incerta dalla nascita del ciclo aperto nel 2022 con la vittoria di Robert Golob. Dopo oltre un mese di trattative seguite alle elezioni legislative del 22 marzo, il 25 aprile la presidente Nataša Pirc Musar ha comunicato che non avrebbe indicato alcun candidato alla carica di primo ministro, poiché nessun gruppo parlamentare era riuscito a dimostrare di disporre del sostegno necessario per formare una maggioranza di governo. Il sistema istituzionale sloveno prevede ancora passaggi parlamentari prima dello scioglimento definitivo, ma il segnale politico è che il parlamento uscito dalle urne non è stato in grado di produrre una formula di governo credibile, e la prospettiva di nuove elezioni entro ottobre diventa a questo punto lo sbocco più probabile.
Come avevamo segnalato nel nostro precedente articolo, il voto del 22 marzo aveva già consegnato un quadro di estrema frammentazione. Il Movimento Libertà (Gibanje Svoboda, GS) di Golob è rimasto il primo partito con il 28,66% dei voti e 29 seggi, ma il vantaggio sul Partito Democratico Sloveno (Slovenska Demokratska Stranka, SDS) di Janez Janša è stato minimo, visto che la principale formazione di destra ha raggiunto il 27,88% e 28 seggi. La soglia della maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale è di 46 deputati su 90, ma nessuno dei due blocchi principali è riuscito ad avvicinarsi autonomamente a quel numero: i blocco progressista tradizionale, formato da GS, Socialdemocratici (Socialni Demokrati, SD) e Sinistra (Levica), si è fermato a 40 seggi, mentre il blocco di destra e centrodestra attorno a SDS, Nuova Slovenia – Democratici Cristiani (Nova Slovenija – Krščanski demokrati, NSi) e Democratici (Demokrati, DEM) non ha superato i 43 seggi, rimanendo anch’esso sotto la soglia decisiva.
La crisi nasce dunque da un risultato elettorale quasi perfettamente bloccato. Golob ha vinto, ma non abbastanza da governare. Janša ha recuperato terreno, ma non abbastanza da tornare al potere. Le forze minori sono diventate indispensabili, ma proprio la loro eterogeneità ha reso impossibile la costruzione di una coalizione stabile. Dopo il voto, Golob ha cercato di proporre un governo di unità nazionale escludendo solo SDS, ma l’offerta è stata respinta da NSi e dai suoi alleati. Anche i Democratici di Anže Logar e la lista Resni.ca hanno mostrato forti resistenze, soprattutto rispetto all’ipotesi di sedere in un governo insieme a Levica, il partito della sinistra radicale. Il risultato è stato un cortocircuito: per isolare Janša, Golob avrebbe dovuto costruire una maggioranza con partiti di centrodestra o anti-establishment; ma quei partiti non volevano legarsi né alla sinistra radicale né a un secondo governo guidato da GS.
Il passaggio decisivo è arrivato il 20 aprile, quando Golob ha riconosciuto pubblicamente di non essere riuscito a formare una coalizione e ha dichiarato che il suo partito sarebbe andato all’opposizione. Si è trattato di un’ammissione pesante, perché ha trasformato la vittoria relativa del 22 marzo in una sconfitta politica nella fase post-elettorale. Tuttavia, il fallimento del premier uscente ha solo apparentemente aperto la strada a Janša, il quale tuttavia non dispone dei numeri per governare, preferendo limitarsi a non facilitare alcuna soluzione alternativa, puntando sul logoramento di Golob e sull’idea che un ritorno alle urne potesse rafforzare la destra.
La posizione di Golob appare oggi ambigua. Da un lato, il leader di GS resta l’unico esponente capace di competere frontalmente con Janša su scala nazionale. Il suo partito, pur ridimensionato rispetto al trionfo del 2022, ha conservato il primo posto e continua a rappresentare per una parte significativa dell’elettorato sloveno l’argine più credibile contro la destra nazional-conservatrice. Dall’altro lato, il fallimento dei negoziati incrina la sua immagine di leader capace di costruire maggioranze. Nel 2022 Golob aveva incarnato la promessa di una rottura con il ciclo di Janša, unendo liberalismo verde, europeismo, diritti civili e una certa sensibilità sociale. Nel 2026 quella promessa appare consumata: GS non è crollato, ma ha perso l’aura di movimento egemone del campo progressista.
La questione centrale è dunque capire se Golob possa tornare al governo dopo eventuali nuove elezioni. Se il voto anticipato dovesse essere vissuto dall’elettorato come conseguenza dell’irresponsabilità dei partiti minori, GS potrebbe recuperare parte del terreno perduto, presentandosi come forza di stabilità contro il caos parlamentare. Golob potrebbe sostenere di aver provato a formare un governo ampio, di aver escluso solo SDS per ragioni politiche e democratiche, e di essere stato bloccato da forze che hanno preferito il tatticismo alla responsabilità. In questa narrazione, il ritorno alle urne diventerebbe un appello agli elettori affinché consegnino a GS e ai suoi alleati una maggioranza più chiara.
Tuttavia, esiste anche lo scenario opposto. Una parte dell’opinione pubblica potrebbe attribuire proprio a Golob la responsabilità principale dello stallo, giudicandolo incapace di tradurre il primo posto in una maggioranza. La dichiarazione del 20 aprile, con cui ha riconosciuto il fallimento dei colloqui, potrebbe essere usata da Janša per presentare GS come una forza ormai esaurita, buona per vincere di misura ma non per governare. In questo caso, nuove elezioni potrebbero favorire SDS, soprattutto se la destra riuscisse a trasformare il voto anticipato in un referendum sulla stabilità, sul costo della vita, sull’efficienza amministrativa e sulla fine di quella che definisce la stagione del “caos progressista”.
Nella peggiore delle ipotesi, poi, la Slovenia potrebbe avviarsi verso un ciclo di lunga crisi politica come quello vissuto dalla Bulgaria negli ultimi anni, caratterizzato da una sequenza quasi permanente di elezioni anticipate, governi provvisori e maggioranze impossibili, con una frammentazione profonda tra le forze in campo. In Slovenia, tuttavia, il sistema politico è più stabile sul piano istituzionale, la polarizzazione è più leggibile e il confronto tra Golob e Janša offre ancora due poli riconoscibili, motivi che al momento non lasciano presagire uno scenario bulgaro per l’ex repubblica jugoslava.
Eppure, alcuni elementi di analogia ci sono. Anche in Slovenia, infatti, si sta consolidando una logica di veto permanente. Janša è troppo divisivo per essere facilmente accettato da attori centristi o liberali, ma troppo forte per essere marginalizzato. Golob è ancora competitivo, ma non più dominante. Levica è necessaria per una coalizione progressista, ma respinta da diversi potenziali partner moderati o di centrodestra. I Democratici di Logar, nati anche come tentativo di costruire uno spazio conservatore più presentabile rispetto a Janša, rischiano di non avere abbastanza autonomia per diventare davvero decisivi. Resni.ca rappresenta una variabile anti-establishment difficilmente integrabile in formule governative stabili. In un quadro simile, anche nuove elezioni potrebbero non risolvere il problema, ma semplicemente riprodurlo con proporzioni leggermente diverse.
Il ruolo di Levica sarà particolarmente importante. La Sinistra non ha numeri elevati, ma resta indispensabile per qualsiasi formula progressista dotata di identità politica. Se GS, SD e Levica si presentassero come il nucleo di un fronte democratico e sociale contro Janša, potrebbero tentare di recuperare consenso tra gli elettori che temono una svolta conservatrice e atlantista più aggressiva. Ma Levica dovrà anche evitare di apparire come un semplice accessorio del centrismo golobiano. Negli ultimi anni il partito ha cercato di distinguersi su questioni come la democrazia economica, la critica alla NATO, la solidarietà con la Palestina e la rottura con il sostegno occidentale a Israele. Questa identità può rafforzarlo, soprattutto tra gli elettori di sinistra delusi da GS, ma può anche renderlo più difficile da accettare per eventuali partner centristi.
Per Golob, il dilemma è quindi strategico. Può spostarsi verso il centro, cercando di rassicurare NSi, DEM e parte dell’elettorato moderato, ma così rischia di indebolire ulteriormente il rapporto con Levica e con l’elettorato progressista. Oppure può rilanciare una piattaforma più chiaramente sociale, ambientalista e antifascista, tentando di ricompattare il campo che nel 2022 aveva sconfitto Janša, ma così rende più difficile ogni apertura verso il centrodestra. La precedente legislatura ha dimostrato che governare con SD e Levica è possibile; il voto del 2026 ha però dimostrato che quella formula, da sola, non basta più. Il problema, dunque, non è soltanto trovare alleati, ma ricostruire una base politica capace di rendere naturale una maggioranza.
La prospettiva più realistica, in caso di ritorno alle urne entro ottobre, è dunque una campagna fortemente polarizzata tra stabilità e blocco, tra ritorno di Janša e seconda possibilità per Golob. GS cercherà di convincere gli elettori che solo un rafforzamento del campo progressista può evitare la paralisi. SDS proverà a sostenere che il governo uscente ha perso credibilità e che l’unico modo per superare l’impasse è consegnare alla destra una maggioranza più netta. Le forze minori tenteranno di capitalizzare il proprio potere di interdizione, ma rischiano anche di essere punite se percepite come responsabili del fallimento delle trattative.
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