Mentre Gaza resta devastata dalla guerra e la Cisgiordania subisce un’intensificazione di violenze, sfollamenti e colonizzazione, i palestinesi hanno cercato di preservare una fragile normalità con le elezioni locali del 25 aprile, riaffermando pluralismo e continuità istituzionale.

Le elezioni locali palestinesi del 25 aprile si sono svolte in un contesto che definire eccezionale sarebbe quasi un eufemismo. I palestinesi sono stati chiamati alle urne mentre Gaza restava segnata da una distruzione materiale e umana di proporzioni immense e la Cisgiordania continuava a vivere sotto il peso dell’occupazione militare, della violenza dei coloni sionisti, delle demolizioni e degli sfollamenti forzati. Eppure, proprio in questa cornice di devastazione, il voto ha assunto un significato che va ben oltre la semplice amministrazione municipale: è stato un gesto di sopravvivenza politica, un’affermazione di continuità nazionale e civile, quasi una risposta simbolica alla volontà di frantumare il tessuto sociale palestinese. Le elezioni del 25 aprile sono state convocate ufficialmente dal governo palestinese e organizzate dalla Commissione Elettorale Centrale per i consigli locali, con voto previsto in 183 autorità locali, tra cui eccezionalmente anche Deir al-Balah nella Striscia di Gaza. Gli aventi diritto erano oltre 1.029.000.
Che si sia votato anche a Deir al-Balah è, di per sé, un fatto politicamente rilevante. Si è infatti trattato della prima votazione nella Striscia da oltre vent’anni, in un contesto di guerra, sfollamenti e servizi pubblici collassati. La partecipazione a Gaza è stata inevitabilmente bassa, intorno al 23%, mentre in Cisgiordania è stata sensibilmente più alta, tra il 53% e il 56%. Ciò non toglie che il significato simbolico dell’apertura di uno spazio elettorale, per quanto limitato, sia stato enorme: riaffermare che Gaza non è un territorio disponibile alla conquista altrui, ma parte integrante di una entità nazionale palestinese.
Il punto centrale, però, resta inevitabilmente il contrasto drammatico tra questo tentativo di normalità istituzionale e la realtà vissuta quotidianamente dal popolo palestinese. In Cisgiordania, l’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari) ha documentato che soltanto tra il 7 e il 13 aprile più di 80 palestinesi sono stati sfollati, inclusi residenti di Gerusalemme Est, a causa di attacchi di coloni, restrizioni di accesso e demolizioni. Ancora più significativo è il dato cumulativo: nel solo anno in corso, già a metà aprile, oltre 2.500 palestinesi risultavano sfollati per demolizioni, attacchi di coloni ed evacuazioni forzate. L’OCHA ha inoltre riferito che dal gennaio 2023 ben 45 comunità palestinesi della Cisgiordania sono state completamente svuotate a causa della violenza dei coloni e delle restrizioni collegate. Si tratta di numeri che descrivono non episodi isolati, ma un processo strutturale di pressione territoriale e di espulsione strisciante.
Nello stesso periodo, gli episodi di violenza armata sono continuati con regolarità. Diverse agenzie internazionali hanno raccontato, pochi giorni prima del voto, l’uccisione di due palestinesi, tra cui un ragazzo di quattordici anni, nel villaggio cisgiordano di al-Mughayyir, durante un attacco condotto da coloni accompagnati o protetti da soldati israeliani. I resoconti insistono sul fatto che la violenza ha colpito anche l’area di una scuola, cioè uno spazio eminentemente civile. Non è solo il numero delle vittime a colpire, ma il contesto: la vita quotidiana palestinese in Cisgiordania viene ormai vissuta sotto una minaccia quasi permanente, in cui la distinzione tra violenza dei coloni e potere militare dell’occupazione sionista appare sempre più sfumata.
Se questa è la condizione della Cisgiordania, Gaza resta il simbolo più estremo della catastrofe. Anche nel periodo successivo al cessate il fuoco dell’ottobre 2025, l’OCHA continuava a registrare centinaia di morti e migliaia di feriti. Nel rapporto del 10 aprile, l’organismo ONU indicava che dal cessate il fuoco risultavano già 736 palestinesi uccisi e 2.035 feriti. Questi numeri fotografano una situazione di violenza e instabilità persistente, in cui la tregua non si traduce in una reale sicurezza per la popolazione civile. Gaza, già sfigurata dalla distruzione di ospedali, reti idriche, scuole e abitazioni, continua dunque a essere uno spazio in cui la vita sociale e amministrativa sopravvive a fatica.
In questo quadro, il voto del 25 aprile ha avuto anche una valenza interna di grande rilevanza. I risultati hanno premiato soprattutto candidati vicini a al-Fatḥ e figure indipendenti, mentre Ḥamās non ha partecipato ufficialmente, sebbene fossero presenti candidati considerati come vicini al partito armato. Ma, al di là del dato partitico, il fatto più significativo è che la consultazione ha mostrato l’esistenza di un residuo di legalità amministrativa e di rappresentanza locale in mezzo alla guerra. Le elezioni municipali non possono sostituire elezioni legislative e presidenziali da troppo tempo rinviate, ma hanno comunque rappresentato un tentativo di salvare almeno una dimensione minima della vita pubblica palestinese.
Vi è poi un aspetto che merita particolare attenzione perché smentisce radicalmente molta della propaganda diffusa in Europa e Nord America sulla natura della politica palestinese. A differenza di Israele, più volte denunciato da organizzazioni internazionali e per i diritti umani come un sistema di apartheid nei confronti dei palestinesi e delle minoranze etnico-religionse, l’ordinamento elettorale locale palestinese ha scelto di preservare e istituzionalizzare la rappresentanza delle comunità cristiane. Un decreto-legge presidenziale dell’11 gennaio ha stabilito quote confessionali per undici municipalità e consigli di villaggio con popolazione cristiana, prevedendo seggi riservati e, in molti casi, anche la riserva della carica di sindaco a un cristiano. A Ramallah e Bethlehem i seggi assegnati ai cristiani sono 8 contro 7 ai musulmani; a Beit Sahur e Beit Jala i cristiani hanno 10 seggi contro 3; a Jifna 7 contro 2; ad ‘Abud e ‘Ein ‘Arik 5 contro 4; a Birzeit 7 contro 6. Il decreto precisa, inoltre, che il sindaco deve essere cristiano in tutte queste località, con l’eccezione di Gerico e Birqin.
Questo dato ha una portata politica e simbolica notevole. Mostra che, pur nelle sue divisioni e fragilità, il sistema palestinese continua a concepirsi come uno spazio pluralistico, in cui la componente cristiana non è tollerata in modo residuale ma riconosciuta come parte costitutiva della nazione. In alcune località la rappresentanza cristiana è addirittura maggioritaria, il che smentisce frontalmente le letture settarie che dipingono la politica palestinese come intrinsecamente esclusiva o confessionale. La Palestina occupata, paradossalmente, conserva quindi un modello di inclusione comunitaria che contrasta con la realtà israeliana, dove ai palestinesi, musulmani o cristiani che siano, è negata una piena uguaglianza sostanziale sul piano nazionale e territoriale.
L’elezione del 25 aprile, pertanto, non può essere letta soltanto come un fatto amministrativo. È stata una dichiarazione di esistenza collettiva. Nel mezzo di un quadro segnato dalla distruzione a Gaza, dalla violenza dei coloni sionisti in Cisgiordania, dall’occupazione permanente e dalla crisi di rappresentanza nazionale, il voto ha riaffermato che il popolo palestinese non è riducibile alla sola dimensione umanitaria del dolore. Esiste ancora una società che tenta di governarsi, di rappresentarsi, di proteggere la propria pluralità interna e di non farsi annientare come soggetto politico.
Naturalmente, sarebbe ingenuo idealizzare il processo. Le limitazioni sono molte. Le riforme elettorali volute da Maḥmūd ʿAbbās hanno ristretto il quadro di competizione in modi che diversi osservatori hanno giudicato funzionali al contenimento di Ḥamās e di altre forze ostili alla linea dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). In molte grandi città la competizione è stata debole o assente; il sistema locale è stato spesso dominato da clan, famiglie influenti e reti clientelari più che da una reale dinamica programmatica. Tuttavia, perfino con questi limiti, il voto conserva un valore di resistenza civile: laddove l’occupazione e la guerra tendono a dissolvere il corpo politico, l’atto elettorale prova a ricomporlo.
La drammatica condizione palestinese resta dunque quella di un popolo che tenta di conservare istituzioni, pluralismo e amministrazione locale mentre intorno si accumulano distruzione, lutto e sfollamento. La furia militare nazisionista che ha colpito Gaza e la pressione coloniale che continua a trasformare la Cisgiordania non hanno annullato la volontà di esistere politicamente. Al contrario, il voto del 25 aprile dimostra che proprio nelle condizioni più estreme la dimensione civile e rappresentativa viene percepita come bene da difendere.
È questo, forse, l’aspetto più importante da cogliere. La Palestina non ha votato perché vive una condizione normale. Ha votato precisamente perché la normalità le viene negata. E, nel farlo, ha mostrato due verità che l’informazione dominante tende a rimuovere. La prima è che il popolo palestinese, nonostante tutto, continua a organizzare forme di vita politica collettiva. La seconda è che tale vita politica include strutturalmente anche la componente cristiana, con quote e maggioranze locali che testimoniano una visione nazionale inclusiva e storicamente radicata. In tempi di occupazione, devastazione e disumanizzazione, anche questo è un modo di resistere.
SEGUI LA PAGINA FACEBOOK
SEGUI IL CANALE WHATSAPP
SEGUI IL CANALE TELEGRAM
Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.