Canada, le suppletive rafforzano Carney: i Liberali conquistano tre seggi e consolidano una nuova postura internazionale

Le elezioni suppletive del 13 aprile in Canada hanno consegnato al Partito Liberale tre vittorie preziose, trasformando un vantaggio parlamentare già crescente in una maggioranza piena. Per Mark Carney, il risultato è un’investitura politica per una linea estera più assertiva, autonoma e selettivamente pragmatica.

Le elezioni suppletive svoltesi lunedì 13 aprile in tre collegi del Canada hanno confermato un quadro che, da alcune settimane, appariva già in movimento ma non ancora definitivamente stabilizzato: il Partito Liberale (Liberal Party of Canada) di Mark Carney non solo ha mantenuto i due collegi ontariani di University–Rosedale e Scarborough Southwest, ma ha anche strappato Terrebonne, in Québec, completando così una tripla vittoria dal forte significato politico. Secondo i risultati preliminari di Elections Canada, Danielle Martin ha vinto a University–Rosedale con 19.961 voti e il 64,4%, Doly Begum ha prevalso a Scarborough Southwest con 20.114 voti e il 69,9%, mentre Tatiana Auguste ha conquistato Terrebonne con 22.445 voti e il 48,4%, superando di misura la candidata del Bloc Québécois Nathalie Sinclair-Desgagné, ferma al 46,8%.

Se nei due collegi di Toronto il successo liberale era ampiamente previsto, il dato politicamente più rilevante viene proprio da Terrebonne. Là, infatti, la partita era più aperta e il confronto con il Bloc Québécois aveva un valore che andava oltre il semplice seggio: riguardava la capacità del governo federale di penetrare in un terreno più competitivo e di mostrare che il nuovo corso di Carney può parlare non soltanto all’elettorato urbano liberale tradizionale dell’Ontario, ma anche a porzioni più ampie dell’elettorato francofono. Il fatto che Terrebonne abbia registrato anche un’affluenza molto più alta rispetto ai due seggi ontariani, con oltre il 50% degli aventi diritto che si sono recati alle urne, rafforza ulteriormente il peso simbolico di quella vittoria.

Il punto decisivo, tuttavia, è quello aritmetico. Con queste tre vittorie, i Liberali arrivano a 174 seggi sui 343 della Camera dei Comuni (House of Commons), dunque oltre la soglia della maggioranza assoluta. Questo risultato consente a Carney di far passare la legislazione senza dover negoziare ogni volta il sostegno delle opposizioni, mettendolo anche al riparo da elezioni anticipate nel breve periodo e rafforzando la prospettiva di una permanenza al potere fino alla scadenza naturale del 2029. In altri termini, le suppletive del 13 aprile possono essere considerate come l’atto che trasforma formalmente l’esecutivo di Carney in un governo strutturalmente autonomo.

Tuttavia, la maggioranza non nasce soltanto da queste tre elezioni, ma si innesta su una dinamica già in corso, segnata da una serie di passaggi parlamentari verso i Liberali da parte di esponenti dell’opposizione. Proprio per questo il leader dell’opposizione Pierre Poilievre e i Conservatori (Conservative Party of Canada) hanno contestato la piena legittimità politica della nuova maggioranza, sostenendo che essa sia il prodotto di accordi di palazzo più che di una investitura popolare diretta. Carney ha replicato rivendicando la piena normalità del meccanismo parlamentare canadese. Dal punto di vista strettamente istituzionale, l’obiezione conservatrice non cambia la sostanza: il governo dispone ora dei numeri per governare. Ma dal punto di vista politico segnala che il premier dovrà continuare a dimostrare che la nuova maggioranza non è soltanto una somma aritmetica, bensì l’espressione di un consenso reale attorno alla sua leadership.

Il giorno successivo alle suppletive, Carney ha indicato le priorità interne della nuova fase: riduzione del costo della vita, risposta alla crisi abitativa, grandi progetti infrastrutturali e costruzione di un’economia canadese più indipendente. Il linguaggio scelto non è casuale. Carney non presenta la maggioranza come uno strumento per una semplice accelerazione amministrativa, ma come la base politica necessaria per rendere il Canada “più forte, più indipendente, più prospero” in un mondo che egli definisce più diviso e più pericoloso. In questo senso, la politica interna e la politica estera non sono separate: l’autonomia economica domestica è già, nella sua impostazione, una forma di strategia internazionale.

Per capire davvero la portata delle suppletive occorre dunque guardare alla dottrina che Carney sta costruendo. Nei suoi discorsi ufficiali di questi mesi, il primo ministro ha insistito su un concetto ricorrente: il vecchio ordine internazionale non starebbe attraversando una semplice transizione, ma una vera e propria “rottura”. Nel discorso di Davos del 20 gennaio e poi in quello del 4 marzo al Lowy Institute di Sydney, Carney ha sostenuto che le grandi potenze utilizzano ormai integrazione economica, tariffe, finanza e catene di approvvigionamento come strumenti di coercizione; di conseguenza, i paesi medi come il Canada devono sviluppare una maggiore “autonomia strategica” in energia, alimentazione, minerali critici, finanza e catene di approvvigionamento. È probabilmente questo il nucleo più originale del suo approccio.

La prima implicazione concreta riguarda il rapporto con gli Stati Uniti. Carney ha chiesto una maggioranza proprio per affrontare in modo più efficace la guerra commerciale innescata da Donald Trump e per ridurre la dipendenza canadese dal vicino meridionale. Anche le comunicazioni ufficiali del suo governo insistono sulla necessità di diversificare commerci, investimenti e partenariati. Ciò non significa una rottura con Washington, che resta inevitabilmente il partner strutturale del Canada, ma indica la volontà di diminuire la vulnerabilità strategica che nasce da una dipendenza eccessiva. In questo senso, la vittoria del 13 aprile rafforza una linea di governo che mira a trasformare il Canada da economia fortemente integrata e subordinata ai cicli americani in una media potenza capace di moltiplicare opzioni, sbocchi e alleanze.

La seconda implicazione riguarda l’Indo-Pacifico e la rete dei partner “affidabili”. Il 23 febbraio il governo ha annunciato una missione in India, Australia e Giappone finalizzata a sbloccare nuove opportunità in commercio, energia, tecnologia, difesa e intelligenza artificiale. Nelle parole ufficiali, questi tre paesi vengono descritti come partner indo-pacifici cruciali per la sicurezza e la prosperità canadese. Nel discorso di Sydney, Carney ha poi collocato esplicitamente la cooperazione tra medie potenze al centro della ricostruzione del nuovo ordine internazionale. L’idea di fondo è chiara: se il sistema globale si frammenta, Ottawa vuole evitare sia la dipendenza esclusiva dagli Stati Uniti sia l’isolamento, puntando invece su una trama di relazioni incrociate con democrazie industriali, potenze regionali e paesi ricchi di risorse.

La terza implicazione è militare e geostrategica. La politica estera di Carney non è soltanto commerciale. Nelle ultime settimane il governo ha presentato un vasto piano per la difesa del Nord e dell’Artico, affermando esplicitamente che il Canada deve assumersi “piena responsabilità” della difesa della propria sovranità artica. Il piano include nuovi investimenti in basi, hub logistici, aeroporti e corridoi economici nel Nord, con l’obiettivo dichiarato di consentire alle forze armate canadesi di difendere l’Artico “senza l’aiuto degli alleati”. Parallelamente, Carney ha annunciato la prima Defence Industrial Strategy del paese, sostenendo che sicurezza e prosperità sono inseparabili, che la spesa per la difesa verrà fortemente aumentata e che il Canada è sulla strada per raggiungere il target NATO del 2% già in primavera.

Il pragmatismo di Carney, dunque, non coincide con un allineamento rigido a un solo blocco. Ne è prova la scelta di aprire un nuovo partenariato strategico con la Cina, presentato a gennaio come uno strumento per espandere cooperazione su energia, agroalimentare e commercio. Ottawa ha descritto Pechino come una fonte di “enormi opportunità” nella strategia di diversificazione e ha collegato questa apertura alla costruzione di un’economia canadese più forte e più resiliente. Questo dato conferma ancora una volta come Carney stia tentando di promuovere un ordine commerciale meno dipendente dagli Stati Uniti anche lavorando più strettamente con la Cina, pur dentro vincoli strutturali che restano molto forti.

C’è però anche un lato più duro, e per certi versi più controverso, della linea estera di Carney. Nel discorso di Sydney e in una dichiarazione ufficiale del 3 marzo, il premier ha adottato una posizione molto netta sul Medio Oriente, definendo l’Iran la principale fonte di instabilità e sostenendo gli sforzi per impedirgli di ottenere l’arma nucleare. Questo linguaggio segnala che la sua “autonomia strategica” non equivale affatto a neutralismo. Al contrario, si combina con un rafforzamento dell’apparato di sicurezza, con una lettura fortemente securitaria del contesto internazionale e con un atlantismo ricalibrato, più autonomo sul piano economico ma ancora pienamente inserito nelle logiche di deterrenza occidentali. Anche su questo terreno, la nuova maggioranza renderà più semplice trasformare gli orientamenti discorsivi in scelte di governo più coerenti e stabili.

In conclusione, le elezioni suppletive del 13 aprile hanno un significato che va ben oltre il numero dei seggi. Esse certificano il consolidamento di Mark Carney come figura dominante della politica federale canadese e gli consegnano lo strumento parlamentare necessario per governare senza mediazioni obbligate con l’opposizione. Ma soprattutto rafforzano una traiettoria strategica già chiaramente visibile: meno dipendenza dagli Stati Uniti, più diversificazione commerciale, più investimenti in difesa e Artico, più cooperazione tra medie potenze, apertura selettiva verso la Cina e postura più assertiva nei dossier di sicurezza. Il vero banco di prova, nei prossimi mesi, sarà capire se questa visione riuscirà a tradursi in un equilibrio sostenibile tra autonomia e alleanze, tra pragmatismo economico e tensioni geopolitiche, tra promessa di sovranità e realtà delle interdipendenze.

CLICCA QUI PER LA PAGINA FACEBOOK

Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.

Avatar di Sconosciuto

About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.