Nel nuovo Rapporto del Centro Studi Confindustria emergono con nettezza le contraddizioni dell’economia italiana: più ore lavorate, salari reali ancora deboli, inflazione minacciata dalla guerra e una crescita fragile che scarica sui lavoratori i costi della crisi.

di Emiliano Gentili e Federico Giusti
È stato da poco pubblicato l’ultimo Rapporto di Previsione del Centro Studi della Confindustria, intitolato “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”. Questo documento descrive il contesto economico e la situazione del Paese, tracciando un quadro in cui spiccano l’aumento dei costi di produzione industriali, la diminuzione dei volumi delle merci prodotte nell’ultimo biennio e però, allo stesso tempo, il contestuale aumento del valore aggiunto, previsto ulteriormente in crescita nei prossimi due anni (+0,2% e +0,7%).[1] Fra i settori industriali in calo va citato soprattutto quello dell’automotive (-10,8% nel 2025), che anche per questo motivo è attualmente oggetto di parziale riconversione a fini bellici.[2]
I. Orari di lavoro
Secondo il Rapporto oggi si lavora «quasi un’ora in più a settimana rispetto al 2019» e l’aumento dell’orario riflette una scelta delle aziende «nelle fasi di elevata incertezza» economica.[3] Per il 2027, nonostante siano previsti un aumento degli occupati dello 0,3% e un analogo incremento delle ore lavorate, anziché arretrare le ore lavorate per singolo occupato rimarrebbero stabili.
II. Retribuzioni salariali
Negli ultimi tre anni le retribuzioni nominali sono aumentate all’incirca del 2% all’anno o poco più e non si prevedono grosse differenze per il prossimo biennio. Tuttavia il contesto di alta inflazione compromette gravemente il potere d’acquisto dei salari: se «Nel biennio 2024-2025 il recupero [delle retribuzioni reali in Italia] cumulato è stimato pari al +2,3%, a fronte di una contrazione del -7,1% nel 2022-2023»,[4] per il 2026 è atteso soltanto un +0,1% e per il 2027 un +0,6%. Ciò, però, su un piano di incertezza “geopolitica” contenuta (lo scenario base della Confindustria prevedeva la fine della guerra in Iran a marzo).
Il documento di Confindustria, inoltre, lamenta ancora una volta la scarsa dinamica della produttività del lavoro: il Costo del Lavoro per Unità di Prodotto è cresciuto del 9,7% negli anni 2022-2023 ed è poi aumentato «di un altro 4,7% nel biennio 2024-2025». Questo viene spiegato dal Centro Studi col fatto di «una dinamica della produttività del lavoro che, seppur tornata positiva (+1,3% medio annuo, da -3,2% nel 2023), è rimasta ben sotto rispetto a quella salariale»[5] nominale. Ciononostante è lampante che il mancato avanzamento della produttività del lavoro dipenda dalla scarsa crescita complessiva del PIL[6] e non da una riduzione dei ritmi di lavoro, che non c’è stata. Va quindi attribuita alle imprese e non ai lavoratori.
III. Inflazione
Per gli anni 2025, 2026 e 2027 l’inflazione è calcolata rispettivamente a +1,5%, +2,5% e +2,0%, se la guerra in Iran finisse ora. Invece, «se la guerra in Iran dovesse prolungarsi, tenendo in campo per più mesi l’aumento registrato da petrolio e gas in media a marzo (pari a circa il +40% mensile), l’inflazione in Italia potrebbe salire di vari punti percentuali».[7] Di conseguenza l’andamento delle retribuzioni reali appare preoccupante – anche perché per oltre trent’anni i salari italiani hanno progressivamente perso potere di acquisto, mentre invece crescevano negli altri paesi di area Ue.
Si consideri poi che c’è da attendersi un prossimo aumento dei prezzi dei beni durevoli, che – diversamente da quelli energetici o da quelli alimentari – riflettono i rincari dell’energia con circa sei mesi di ritardo e che pertanto potrebbero finire col compromettere ulteriormente il potere d’acquisto dei salari. E da qui sorge la necessità di nuovi sistemi di calcolo del costo della vita nei rinnovi contrattuali: il codice Ipca[8] non considera il prezzo dei prodotti energetici, che invece attualmente rappresentano proprio la causa principale dell’aumento dell’inflazione. Del resto «La variazione dei prezzi finali dei beni di consumo è da tempo più moderata dei corrispondenti prezzi nella fase della produzione, misurati al cancello della fabbrica»,[9] e questo indica con chiarezza una debolezza della domanda e quindi una difficoltà, da parte delle famiglie di lavoratori dipendenti, a mantenere i livelli di acquisto degli anni passati.
NOTE
[1] Il valore aggiunto era diminuito dello 0,7% nel biennio 2022-2023.
[2] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Dove ci porta la riconversione bellica dell’automotive, 30 Marzo 2026, https://diogenenotizie.com/dove-ci-porta-la-riconversione-bellica-dellautomotive/.
[3] Centro Studi Confindustria, Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita, p. 51.
[4] Ivi, p. 55.
[5] Ivi, p. 58.
[6] La produttività del lavoro è calcolata come il rapporto fra PIL e numero di occupati, o fra PIL e numero di ore lavorate.
[7] Centro Studi Confindustria, op. cit., p. 58.
[8] Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato.
[9] Ivi, p. 60.
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