Le elezioni locali del 29 marzo hanno consegnato alle liste che sostengono il presidente Aleksandar Vučić una vittoria netta in tutti i dieci comuni chiamati al voto. Il risultato ridimensiona la retorica occidentale sulla “crisi terminale” della Serbia e rafforza una linea politica fondata su stabilità, sovranità e rifiuto delle pressioni esterne.

Le elezioni locali svoltesi in Serbia domenica 29 marzo rappresentano un passaggio politico di rilievo ben superiore alla loro dimensione amministrativa. In quella data si è votato per il rinnovo delle assemblee locali in dieci comuni: Bor, Smederevska Palanka, Bajina Bašta, Kula, Lučani, Aranđelovac, Kladovo, Knjaževac, Majdanpek e Sevojno. Secondo le fonti ufficiali, le liste raccolte attorno al Partito Progressista Serbo (Srpska Napredna Stranka, SNS) hanno prevalso in tutte e dieci le amministrazioni, portando il presidente Aleksandar Vučić a rivendicare un netto “10 a 0”, presentando il risultato come una conferma politica inequivocabile. La stessa copertura dei media serbi ha insistito sul fatto che la vittoria sia maturata in un contesto di partecipazione elevata, elemento che rende più difficile sostenere che il risultato sia frutto soltanto di inerzia o di disaffezione dell’elettorato.
Vučić ha indicato Kladovo come il comune della vittoria più larga, con il 71,98% dei voti per la lista “Aleksandar Vučić – Naša porodica”, mentre a Kula ha avuto luogo la competizione più incerta. Nello stesso intervento ha fornito anche alcune percentuali significative: 52,96% ad Aranđelovac, 53,49% a Bajina Bašta, circa 49,2% a Bor contro il 43% della lista avversaria, e 57,11% a Knjaževac. Al di là dei singoli casi, il punto politicamente decisivo è che il blocco presidenziale non si è limitato a salvare la faccia in roccaforti storiche, ma ha difeso l’intero pacchetto dei comuni al voto, impedendo all’opposizione di costruire anche solo un successo simbolico da utilizzare come leva nazionale.
A fronte di questi dati inequivocabili, si infrange necessariamente la narrativa occidentale dominante sulla Serbia, spesso presentata come un sistema in via di disgregazione, privo di consenso reale e tenuto in piedi solo da un presunto controllo mediatico. Se una simile lettura fosse interamente corretta, un ciclo elettorale distribuito in dieci enti locali diversi avrebbe dovuto quantomeno produrre qualche crepa, qualche sfondamento, qualche “effetto domino” locale. Non è accaduto. La continuità del consenso alle liste sostenute da Vučić segnala invece che una parte consistente dell’elettorato serbo continua a leggere l’offerta politica governativa come la più affidabile sul terreno della stabilità, della crescita economica, dell’ordine pubblico e della difesa dell’autonomia nazionale. La vittoria, peraltro, è stata letta anche da Petar Petković, direttore dell’Ufficio del Governo della Serbia per il Kosovo e Metohija, come conferma della “politica della stabilità” e come rigetto della violenza associata ai cosiddetti “blokaderi”, ovvero i manifestanti antigovernativi.
Questo, naturalmente, non significa che in Serbia non esistano tensioni, proteste, polarizzazione o scontri duri tra governo e opposizione. Significa però che tali dinamiche non possono essere automaticamente tradotte, come spesso fanno molti osservatori occidentali, in una delegittimazione popolare del governo o in una sua imminente sconfitta. Anzi, le stesse fonti serbe insistono sul fatto che il voto del 29 marzo sia stato vissuto da una parte rilevante del paese come una risposta politica a mesi di pressioni, campagne ostili e tentativi di rappresentare ogni protesta come prova conclusiva del fallimento del sistema serbo. In questa chiave, il voto locale assume un carattere quasi plebiscitario, trasformandosi in una valutazione non su una singola amministrazione, ma sulla linea generale del potere statale.
A seguito della pubblicazione dei risultati, la vicepremier Adrijana Mesarović ha dichiarato che la “rivoluzione colorata” in Serbia è stata sconfitta e che il popolo ha scelto pace, stabilità, continuità e progresso. Nella stessa dichiarazione ha accusato apertamente figure politiche straniere, come l’eurodeputato Tonino Picula e il ministro degli Esteri Gordan Grlić Radman, entrambi croati, di voler influenzare la politica interna serba, aggiungendo che gli elettori abbiano rifiutato l’idea che la linea del paese venga dettata da centri esterni. Anche il ministro dell’Istruzione Dejan Vuk Stanković, pochi giorni prima del voto, aveva parlato di “rivoluzione colorata spenta” e previsto la vittoria del partito SNS il 29 marzo. Si tratta di formulazioni politicamente forti, certo, ma che riflettono la percezione, radicata in ampi settori serbi, che sul paese si eserciti una pressione esterna costante, attraverso media, diplomazia e reti politico-civiche ostili alla sua linea sovrana.
Del resto, già a gennaio Vučić descriveva le proteste come un tentativo di “rivoluzione colorata” con coinvolgimento occidentale, sostenendo che agenti stranieri e “istruttori esteri” stessero cercando di orientare le mobilitazioni e i blocchi stradali. Più di recente, l’agenzia stampa russa TASS ha invece riportato la telefonata tra Vučić e Vladimir Putin, nella quale il presidente serbo ha ringraziato Mosca per il sostegno alle autorità serbe contro i tentativi di destabilizzazione. Da quanto riportato, si comprende chiaramente che, nella visione di Belgrado e di Mosca, la lotta politica interna serba è ormai parte di un confronto geopolitico più ampio, in cui l’obiettivo occidentale non sarebbe solo cambiare un governo, ma riallineare strategicamente la Serbia, storica alleata della Russia nei Balcani.
Tutto questo si intreccia anche con il possibile ingresso della Serbia nell’Unione Europea, con Belgrado che ha da tempo proposto la propria candidatura, nonostante le tensioni con Bruxelles. A gennaio, Aleksandar Vulin, attuale vice primo ministro ed ex ministro della Difesa, ha sostenuto che l’Unione Europea non considera la Serbia un futuro membro a pieno titolo, ma piuttosto un mercato, una riserva di manodopera e perfino una possibile fonte di uomini per il fronte ucraino; nello stesso ciclo di dichiarazioni ha accusato l’UE di chiedere a Belgrado di “tradire” la Russia come prezzo per continuare l’integrazione europea. La Serbia, infatti, è sottoposta a una pressione permanente affinché riconosca il Kosovo, si allinei alle sanzioni contro Mosca e ridefinisca la propria postura internazionale. In questo senso, il voto locale del 29 marzo non è stato solo un fatto amministrativo, ma un pronunciamento politico su una questione più ampia: se la Serbia debba continuare a muoversi come soggetto relativamente autonomo o piegarsi alla disciplina euro-atlantica.
Per questo il 29 marzo ha assunto un valore simbolico notevole, quello di una smentita della pretesa occidentale di parlare “a nome” della società serba. La stessa delegazione di osservatori dell’UE in Serbia ha dovuto prendere atto dell’alta affluenza e della partecipazione attiva dei cittadini, cioè proprio di quegli elementi che normalmente vengono invocati per certificare la legittimità di un processo democratico. Se si accetta questo dato, allora la narrativa secondo cui la Serbia sarebbe semplicemente un’anomalia autoritaria in attesa di essere “corretta” dall’esterno appare molto meno convincente. Piaccia o no a Bruxelles, a Zagabria o ai maggiori media occidentali, la Serbia reale continua a esprimere un consenso largo verso una linea politica che unisce prudenza geopolitica, neutralità militare e resistenza alle imposizioni esterne.
Ciò non implica che il sistema politico serbo sia esente da contraddizioni. Significa, però, che l’analisi seria deve partire dal comportamento effettivo dell’elettorato e non da schemi ideologici precostituiti. Le elezioni del 29 marzo mostrano che le liste vicine a Vučić mantengono una capacità di mobilitazione e di radicamento che la stampa occidentale tende regolarmente a sottovalutare. Mostrano anche che l’opposizione, pur rumorosa e mediaticamente sostenuta, non è riuscita a trasformare il clima di contestazione in avanzata elettorale. Soprattutto, indicano che una larga fetta della popolazione serba percepisce le pressioni esterne non come aiuto alla democratizzazione, ma come interferenza inaccettabile nelle questioni interne. Per questo, più che di “rivoluzione democratica mancata”, come hanno scritto alcuni media occidentali, sarebbe forse più corretto parlare di un tentativo di eterodirezione politica respinto dalle urne. E finché questa dinamica continuerà, la Serbia resterà, nel cuore dei Balcani, uno dei pochi paesi europei decisi a non lasciarsi definire interamente dai desideri strategici dell’Occidente euro-atlantico.
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Caro Giulio,
O sei pagato dal regime serbo per quello che scrivi, oppure, cosa ben peggiore, non hai la minima idea di cosa stai parlando. Qualunque sia l’argomento, il mio disgusto professionale rimane profondo. Il problema non è che la pensiamo diversamente, ma che tu non ti attenga ai fatti elementari di ciò che scrivi. Non si tratta di un problema politico, ma soprattutto etico. Vergognati.
Živoslav Miloradović, ex giornalista serbo e cittadino italiano
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La ringrazio per il lungo commento, che leggo con rispetto anche quando il tono è francamente offensivo. Proprio per questo credo sia necessario ristabilire alcuni punti essenziali. Lei non contesta soltanto il mio articolo: contesta il diritto stesso di leggere la Serbia fuori dalla narrativa dominante dell’opposizione liberale e dei media occidentali. È una posizione legittima, ma non la rende automaticamente vera.
Il mio articolo non afferma che la Serbia sia un paradiso democratico, né che il sistema politico serbo sia privo di contraddizioni, clientelismi, opacità o abusi. Sarebbe una caricatura attribuirmi una simile tesi. L’articolo sostiene una cosa diversa e molto più precisa: che le elezioni locali del 29 marzo hanno mostrato come, nonostante mesi di proteste, campagne mediatiche ostili e forti pressioni esterne, le liste sostenute da Aleksandar Vučić abbiano mantenuto un consenso elettorale sufficiente a vincere in tutti i comuni andati al voto. Questo è un fatto politico, non una fantasia.
Lei risponde a questo dato con una lunga serie di accuse gravissime sul funzionamento del potere in Serbia. Alcune sono note da anni nel dibattito pubblico, altre sono presentate come testimonianze dirette o convinzioni personali. Ma anche prendendole sul serio, cosa che è doveroso fare, esse non bastano a confutare la tesi centrale dell’articolo. Un sistema di potere può essere duro, centralizzato, perfino deformato da pratiche clientelari, e continuare comunque a disporre di un consenso reale in una parte significativa della società. Sostenere il contrario significa sostituire l’analisi con il desiderio.
Il suo ragionamento parte da un postulato assoluto: poiché Vučić sarebbe un “padrone” e non un presidente, ogni sua vittoria sarebbe priva di significato politico. Ma è proprio questo il punto che richiede dimostrazione, non una semplice enunciazione indignata. Se davvero il consenso fosse interamente artificiale, se davvero il paese fosse soltanto ostaggio della paura e della manipolazione, allora ci si dovrebbe spiegare perché, anche in presenza di crisi, proteste, scandali e mobilitazioni, l’opposizione non riesca a trasformare tutto questo in vittoria elettorale. Non basta dire che il sistema è corrotto: bisogna anche spiegare perché una parte sostanziale dell’elettorato continua comunque a votarlo.
Lei mi accusa di non capire la Serbia. È possibile che un osservatore straniero non colga ogni sfumatura della vita quotidiana, dei rapporti personali, delle reti locali di potere. Ma l’esperienza vissuta, da sola, non è un argomento conclusivo. Anche chi vive dentro un sistema può leggerlo in modo parziale, ideologico, emotivo. Nessun paese può essere analizzato solo attraverso la testimonianza di chi lo detesta, come nessun paese può essere capito solo attraverso la propaganda di governo. Il compito dell’analisi è proprio quello di tenere insieme i diversi livelli: il conflitto sociale, le accuse al potere, i dati elettorali, la collocazione geopolitica, il ruolo dei media, le pressioni esterne.
Ed è qui che entra in gioco un altro punto che lei ignora o minimizza: l’ingerenza occidentale. Lei descrive la Serbia come se tutto ciò che avviene al suo interno fosse esclusivamente prodotto da Vučić e dal suo entourage. Ma la Serbia non vive nel vuoto. È sottoposta da anni a un doppio ricatto politico: da un lato la pressione ad allinearsi alla politica euro-atlantica contro la Russia, dall’altro la pressione a normalizzare i rapporti con Priština nei termini voluti da Bruxelles e Washington. In questo quadro, ogni protesta interna viene immediatamente letta, amplificata e strumentalizzata dai media e dai governi occidentali come segnale di una imminente “correzione” geopolitica del paese. Questo non significa negare l’autenticità del malcontento sociale. Significa rifiutare la favola secondo cui l’Occidente sarebbe un osservatore neutrale, disinteressato e puramente democratico.
Lei scrive che i manifestanti chiedevano una sola cosa: elezioni anticipate. Benissimo. Ma allora bisogna accettare anche il verdetto delle urne quando si vota. Se si sostiene che il popolo vuole parlare, poi non si può dire che il popolo non conta ogni volta che vota in modo diverso da quello auspicato. Le elezioni locali non esauriscono certo il quadro politico nazionale, ma hanno comunque un significato: mostrano che la narrazione della Serbia interamente in rivolta contro Vučić è falsa, o almeno gravemente esagerata. Il dissenso esiste, è forte, è visibile. Ma non coincide con la totalità del paese.
Lei evoca una lunga serie di scandali, vicende giudiziarie, dossier criminali, connessioni opache. Non li liquido affatto. Ma un’analisi politica non può ridursi alla sommatoria di scandali reali o presunti. Deve chiedersi anche perché, nonostante tutto, una parte della popolazione serba continui a preferire la linea del governo a quella dell’opposizione. Forse perché vede nell’attuale leadership, al di là di tutte le sue ombre, un argine al caos, all’umiliazione internazionale, al riconoscimento del Kosovo, all’allineamento automatico alle priorità della NATO e dell’UE. Lei può considerare questa scelta tragica, sbagliata o moralmente inaccettabile. Ma non può fingere che non esista.
Quanto alla stabilità, non ho mai scritto che una “dittatura spietata” sia garanzia di stabilità. Ho scritto una cosa diversa: che una parte dell’elettorato serbo associa oggi la continuità del potere di Vučić alla stabilità dello Stato, in un contesto regionale e internazionale percepito come ostile. È un giudizio politico dell’elettorato, non un’assoluzione morale del governo. Confondere i due piani serve solo a evitare la discussione vera.
Infine, respingo con decisione il tono paternalistico secondo cui chi non sposa integralmente la sua lettura “non ha la più pallida idea” di ciò che accade in Serbia. Non è così che si costruisce un confronto serio. Lei offre una testimonianza militante, utile e per certi aspetti preziosa, ma non definitiva. Io propongo una lettura politica che tiene conto del voto, delle dinamiche regionali, del ruolo dell’Occidente e delle contraddizioni del sistema serbo. Possiamo discutere questa lettura, ma non liquidarla come ignoranza solo perché non coincide con la sua esperienza personale.
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Se desideri che approfondisca gli argomenti presentati, sono a tua disposizione, sia in un dialogo pubblico che privato.
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Gentile sig. Miloradović,
respingo con nettezza le sue insinuazioni personali e la sua accusa, tanto grave quanto gratuita, secondo cui sarei “pagato dal regime serbo”. Quando non si hanno argomenti, si ricorre spesso all’insulto. Non è un metodo serio, né sul piano giornalistico né su quello etico che lei richiama impropriamente.
Io mi assumo pienamente la responsabilità di ciò che scrivo e lo faccio alla luce del sole, firmando i miei articoli. Se ritiene che vi siano errori di fatto, è invitato a indicarli con precisione, punto per punto, citando fonti verificabili. In assenza di contestazioni circostanziate, il suo commento resta soltanto un attacco personale privo di valore argomentativo.
Il confronto pubblico è sempre possibile, ma a una condizione essenziale: che si discuta nel merito dei contenuti e non attraverso insinuazioni offensive o delegittimazioni morali. Non accetto lezioni di etica da chi apre una polemica con accuse diffamatorie e toni intimidatori.
Se vuole davvero discutere seriamente, entri nel merito dei fatti. Diversamente, il suo “disgusto professionale” dice molto più sul suo stile che sul mio lavoro.
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Caro signor Chinappi,
Comprendo pienamente la sua indignazione per la mia valutazione del suo articolo, ma devo ribadire che tale giudizio (pur riconoscendo a fondo il suo impegno professionale e la sua persona) non può essere diverso. Sono un ex giornalista serbo (uno dei tanti) che, trent’anni fa, ai tempi di Milošević, fu costretto a lasciare la patria per sfuggire a una dittatura spietata che, rispetto a quella attuale, sembra quasi un paradiso terrestre. In tutto questo tempo ho seguito gli articoli dei media italiani riguardanti la situazione in Serbia che, con rare e onorevoli eccezioni, si sono distinti per superficialità e per l’incapacità degli autori di cogliere l’essenza degli eventi. Le ragioni sono due: o si tratta di una reale incompetenza personale dell’autore, oppure di un’intenzione mirata a sostenere determinati obiettivi o progetti politici.
Sono sempre stato convinto che la situazione in Serbia (e nell’ex Jugoslavia) non sia così complessa da risultare incomprensibile per un giornalista italiano, anche con strumenti limitati. Eppure ci imbattiamo ancora in casi (come il suo) che ci convincono del contrario.
Non mi sono addentrato in un’analisi più dettagliata del suo testo, pensando che il moderatore non avrebbe accettato una risposta troppo lunga e non troppo piacevole da leggere. Le mie critiche si basavano sul presupposto che mi avrebbe contattato personalmente, in modo da poter proseguire la discussione in un confronto diretto. Se lei è disponibile a continuare il dialogo, ne sarò più che lieto.
Se è d’accordo, le propongo una domanda iniziale: com’è possibile che io, vivendo in prima persona tutto ciò che accade in Serbia e percependo sulla mia pelle il preannuncio (se non l’inizio) di una guerra civile, arrivi a conclusioni opposte alle sue, secondo cui “la Serbia ha votato per la stabilità”? Questo significa che io sono paranoico, oppure che lei ha commesso un grave errore? O dobbiamo concludere che i termini “guerra civile” e “stabilità” siano in realtà sinonimi?
Nella mia prossima risposta cercherò di dimostrare la tesi secondo cui lei ha commesso un errore significativo e che i miei dubbi sono giustificati.
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Lei non è “paranoico” nel percepire un pericolo. Il rischio di una frattura grave in Serbia esiste, ed è sotto gli occhi di tutti, e lo stesso Vučić ha aperto colloqui politici il 2 aprile parlando esplicitamente di “crisi politica”. Ma proprio per questo la sua conclusione è sbagliata: dal fatto che il rischio di guerra civile esista non discende affatto che il popolo serbo la voglia. Al contrario, significa che una larga parte della società serba, pur dentro una crisi politica reale, cerca stabilità e rifiuta il salto nel vuoto. Dire che “la Serbia ha votato per la stabilità” non significa negare le tensioni, ma riconoscere che molti cittadini non vogliono vedere il proprio Paese trascinato verso una spirale distruttiva.
Lei parla del caso della presidenza Milošević, e fa bene. Oggi come allora, esiste ed esisteva un certo malcontento di una parte della popolazione, elementi sfruttati dall’imperialismo occidentale nel tentativo di portare la Jugoslavia/Serbia nella propria orbita attraverso proteste eterodirette. Oggi sappiamo che gruppi pubblici e privati statunitensi spesero circa 40 milioni di dollari tra il 1999 e il 2000 per programmi di “democrazia” in Serbia. Sappiamo anche che gli attivisti di Otpor ricevettero formazione strategica, che milioni di adesivi “Gotov je” furono finanziati da USAID e che tecniche di comunicazione politica mirate furono parte integrante di quella campagna. Si tratta di un precedente concreto che dimostra come un malcontento reale possa essere organizzato, orientato e internazionalizzato.
La storia recente mostra che quando una crisi interna viene trasformata in una lotta per il rovesciamento totale del potere, soprattutto in Paesi non allineati agli interessi occidentali, l’esito può essere catastrofico. Nessun osservatore serio dovrebbe augurarsi che la Serbia imbocchi una traiettoria anche solo lontanamente simile.
Quindi no, i termini “guerra civile” e “stabilità” non sono sinonimi. Ma, proprio per questo, la guerra civile non è una fantasia, ma una possibilità storica da scongiurare. Il compito di chi analizza la Serbia con serietà non è alimentare la logica dell’escalation, ma capire perché una parte decisiva del popolo serbo continui a preferire ordine, continuità statale e soluzione politica della crisi (a meno che non si voglia realmente una Serbia completamente allineata con l’asse euro-atlantico). Se lei vuole discutere nel merito, lo faccia pure, ma con fatti, non con il sottinteso che chi non aderisce alla sua lettura debba per forza essere cieco o in malafede.
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Con le mie più sincere e profonde scuse, caro Giulio, ripeterò qualcosa che, in un certo senso, le ho già fatto notare: non ha davvero la più pallida idea di cosa stia parlando. Non metto in dubbio la sua buona volontà di giungere a una conclusione attraverso un’analisi razionale, ma le sue premesse essenziali sono astratte, ovvero prive di fondamento nella realtà. Sono pienamente consapevole del fatto che molti fenomeni politici serbi siano incomprensibili a un osservatore straniero, non perché questi osservatori siano privi di intelligenza o di buona volontà di comprendere appieno il problema, ma soprattutto perché i fenomeni in questione, con le loro caratteristiche sociopatologiche, vanno oltre i limiti del buon senso.
La prima cosa che non riesce a capire è che la Serbia non ha un presidente. La Serbia ha un padrone, cioè un uomo che negli ultimi anni ha preso in mano tutte le leve del potere. Quest’uomo, essendo un giurista (senza nemmeno un minuto di esperienza lavorativa in questo settore), sarà pronto a farle una lezione di costituzionalità, ma allo stesso tempo non rispetta una sola lettera della Costituzione. Le sue manie sono infinite, quindi mi è molto difficile elencarle tutte e scegliere le più emblematiche, sebbene ogni sua azione sembri più un episodio di un ospedale psichiatrico che il comportamento di uno statista, anche senza una formazione specifica. Avvalendosi del suo diritto costituzionale di concedere la grazia, spesso e con estrema sfrontatezza blocca le indagini giudiziarie sul nascere. Il segretario di gabinetto telefona al presidente del tribunale e gli ordina di interrompere l’indagine, che viene immediatamente bloccata, e gli indagati vengono prosciolti da ogni responsabilità.
Recentemente, un carico di cinque tonnellate di marijuana è stato fermato nel distretto di Kruševac, un episodio di cui i media statali non hanno fatto alcun cenno, e che è stato dimenticato in due giorni. Non si sa chi sia il mittente, chi il destinatario, né da dove provenga la merce. Non si sa nulla. Ma si sospetta. La stessa assenza di risposte in questi casi è una risposta in sé. Tutto ruota intorno a lui e alla sua insaziabile avidità. Gli unici a poterne subire le conseguenze sono gli agenti di polizia che hanno scoperto la droga: prima dell’intervento non si sono informati su chi fosse il proprietario.
Probabilmente non ha sentito parlare (o comunque non molto, visto che affronta il problema in modo superficiale e senza una reale comprensione della situazione) del caso Jovanjica (si legge – Jovagnitza). Gli agenti del dipartimento antidroga hanno scoperto una piantagione di marijuana di due ettari, con 600 chilogrammi pronti per il trasporto, all’interno di una proprietà. Si è scoperto che il proprietario è un caro amico del fratello del presidente che, tra l’altro, pur non ricoprendo alcuna carica nell’apparato statale, è di fatto l’uomo più potente della Serbia. Una sorta di consigliere mafioso che gestisce gli affari e il denaro.
La struttura statale è organizzata secondo i principi di una classica organizzazione mafiosa: il boss è il padrone di tutto e di tutti. Decide le carriere di tutti i funzionari pubblici, fino al livello delle autorità locali. Ogni voto contrario (sottolineo: voto contrario) viene punito sul posto e senza pietà: persino i cantanti folk si vedono annullare i concerti senza preavviso né spiegazioni, i comici si vedono cancellare le loro esibizioni nonostante i biglietti siano stati venduti in anticipo, attori teatrali, cantanti lirici e ballerini vengono molestati e perseguitati. I bambini, i cui genitori sono registrati come oppositori del regime, non hanno posto negli asili nido, e questo viene detto loro apertamente. Non ci credi? Neanch’io ci crederei, ma lo vedo e lo sento. Questa è la realtà serba.
Il regime considera l’appartenenza a un partito politico di opposizione una forma particolare di attività sovversiva, e i media filo-regime diffamano queste persone in vari modi, senza
Oltretutto, ai vertici dei consigli di amministrazione di istituzioni culturali e formative vengono nominate persone totalmente incompetenti, molto spesso con una scarsa o nulla istruzione. La maggior parte di loro si è laureata in uno o due mesi di università e ha persino una pessima padronanza della propria lingua madre. Il predecessore di Vučić alla presidenza della Repubblica, Tomislav Nikolić, si è laureato in una di queste “facoltà”, ma (durante un’apparizione pubblica) non ricordava né il nome della facoltà né in cosa si fosse effettivamente laureato. Vučić sceglie per il suo entourage individui molto problematici, sia moralmente che mentalmente, e i suoi legami con la criminalità organizzata sono più che evidenti.
Tra gli altri soprannomi, è noto anche come Oskar, emerso da comunicazioni segrete tra diversi importanti criminali serbi che si riferivano alle massime autorità con questo nome. Gli agenti di polizia che scoprirono queste comunicazioni furono accusati di intercettazione telefonica del Presidente dello Stato, mentre in realtà stavano “ascoltando” solo i telefoni dei boss mafiosi, senza sospettare che anche il Presidente fosse coinvolto in questi dialoghi. Naturalmente, gli investigatori furono immediatamente puniti con il trasferimento ad altri incarichi all’interno del servizio, sebbene non si escluda che l’ex Ministro della Polizia Nenad Stefanović sia stato il mandante di tutto ciò, essendo entrato in possesso di prove ancora più evidenti delle attività criminali del Presidente dello Stato, prove che, a quanto pare, lo tengono ancora in vita. È completamente scomparso dalla scena politica, ma è ancora vivo.
Il padre del suddetto Stefanović deteneva il monopolio della vendita di munizioni per mortaio, che contrabbandava in tutto il mondo vendendole a prezzi di produzione e distruggendo così la concorrenza. Lui e suo figlio si arricchirono enormemente, la fabbrica subì perdite terribili che furono risarcite dallo Stato, e l’ingegnere che la scoprì e pubblicò “Urbi et Orbi” fu immediatamente arrestato. È stato arrestato da due squadre di agenti delle forze speciali di polizia, nonostante si trovasse tranquillamente nel suo ufficio a svolgere il proprio lavoro. È stato detenuto in carcere per circa tre mesi, dopodiché è stato rilasciato per difendersi dalla libertà. L’atto d’accusa non è stato formalizzato da sette anni, ma le indagini non sono state sospese.
Se dovessi spiegarle come sono nate le proteste degli studenti e ora di un numero crescente di cittadini: ha sentito parlare del crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad e pensa anche lei che sia stata una coincidenza? Sa che tutti i principali lavori di costruzione in Serbia sono affidati a società cinesi e che ogni contratto stipulato con loro è considerato segreto di stato? Le autostrade che i cinesi hanno costruito in Serbia negli ultimi anni costano (al chilometro) almeno il doppio rispetto all’Italia (per non parlare della Germania). Chi pensa che si appropri della differenza di prezzo? D’altra parte, i cinesi sono diventati i proprietari registrati del complesso minerario di Bor e Majdanpek, che vanta alcuni dei giacimenti auriferi più ricchi d’Europa. Qualche tempo fa, il Presidente si è vantato del fatto che, grazie a lui, stiamo ricevendo oro dalla Cina a un prezzo preferenziale.
Non passa una sola settimana senza un grave scandalo politico. A parte le visite quotidiane del Presidente dello Stato per criticare le emittenti televisive problematiche che godono di un forte sostegno statale, la libertà di stampa in Serbia è a un livello molto basso. Molti paesi africani sono molto più avanti di noi.
Mi fermo qui, perché è troppo, e non ho nemmeno menzionato molte questioni importantissime e gli orrori del governo di Vučić. Ci sono molte affermazioni nella sua lettera che non saprei dire se mi farebbero ridere o piangere. Mi trovo nella posizione di un uomo che dialoga con qualcuno che afferma che il mondo è piatto. È sufficiente che quella persona pronunci quella frase. La risposta richiede molte, moltissime parole. Non sono sicuro che lei voglia sentirle. Se lo desidera, sono a sua disposizione. Se vuole vedere la situazione politica in Serbia con i suoi occhi e non con la sua immaginazione, la prego di venire. Le offro vitto e alloggio gratuiti e il ruolo di guida nella Belgrado quotidiana, politica, culturale e mediatica. A lei la scelta. Se ha domande, le chieda tramite whatsapp sul 039 345 140 13 38 .
Cordiali saluti
Živoslav Miloradović
p.s
Tutti i cittadini che hanno protestato nelle strade delle città serbe chiedevano una sola cosa: elezioni anticipate. Perché pensate che le sessioni parlamentari anticipate siano una strada verso l’instabilità? Una dittatura spietata è davvero garanzia di stabilità? Per chi?
Inoltre, le elezioni in Serbia sono un argomento su cui potrei scrivere molte cose che a voi sembrerebbero un incubo. Dopo elezioni in dieci piccole comunità locali, concludete che l’elettorato serbo desidera la stabilità. Qui sento davvero il bisogno di imprecare, ma devo, per una questione di buon gusto, trattenermi. Anche se mi risulta difficile.
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