La Serbia vota per la stabilità: il 29 marzo smentisce la narrativa occidentale

Le elezioni locali del 29 marzo hanno consegnato alle liste che sostengono il presidente Aleksandar Vučić una vittoria netta in tutti i dieci comuni chiamati al voto. Il risultato ridimensiona la retorica occidentale sulla “crisi terminale” della Serbia e rafforza una linea politica fondata su stabilità, sovranità e rifiuto delle pressioni esterne.

Le elezioni locali svoltesi in Serbia domenica 29 marzo rappresentano un passaggio politico di rilievo ben superiore alla loro dimensione amministrativa. In quella data si è votato per il rinnovo delle assemblee locali in dieci comuni: Bor, Smederevska Palanka, Bajina Bašta, Kula, Lučani, Aranđelovac, Kladovo, Knjaževac, Majdanpek e Sevojno. Secondo le fonti ufficiali, le liste raccolte attorno al Partito Progressista Serbo (Srpska Napredna Stranka, SNS) hanno prevalso in tutte e dieci le amministrazioni, portando il presidente Aleksandar Vučić a rivendicare un netto “10 a 0”, presentando il risultato come una conferma politica inequivocabile. La stessa copertura dei media serbi ha insistito sul fatto che la vittoria sia maturata in un contesto di partecipazione elevata, elemento che rende più difficile sostenere che il risultato sia frutto soltanto di inerzia o di disaffezione dell’elettorato.

Vučić ha indicato Kladovo come il comune della vittoria più larga, con il 71,98% dei voti per la lista “Aleksandar Vučić – Naša porodica”, mentre a Kula ha avuto luogo la competizione più incerta. Nello stesso intervento ha fornito anche alcune percentuali significative: 52,96% ad Aranđelovac, 53,49% a Bajina Bašta, circa 49,2% a Bor contro il 43% della lista avversaria, e 57,11% a Knjaževac. Al di là dei singoli casi, il punto politicamente decisivo è che il blocco presidenziale non si è limitato a salvare la faccia in roccaforti storiche, ma ha difeso l’intero pacchetto dei comuni al voto, impedendo all’opposizione di costruire anche solo un successo simbolico da utilizzare come leva nazionale.

A fronte di questi dati inequivocabili, si infrange necessariamente la narrativa occidentale dominante sulla Serbia, spesso presentata come un sistema in via di disgregazione, privo di consenso reale e tenuto in piedi solo da un presunto controllo mediatico. Se una simile lettura fosse interamente corretta, un ciclo elettorale distribuito in dieci enti locali diversi avrebbe dovuto quantomeno produrre qualche crepa, qualche sfondamento, qualche “effetto domino” locale. Non è accaduto. La continuità del consenso alle liste sostenute da Vučić segnala invece che una parte consistente dell’elettorato serbo continua a leggere l’offerta politica governativa come la più affidabile sul terreno della stabilità, della crescita economica, dell’ordine pubblico e della difesa dell’autonomia nazionale. La vittoria, peraltro, è stata letta anche da Petar Petković, direttore dell’Ufficio del Governo della Serbia per il Kosovo e Metohija, come conferma della “politica della stabilità” e come rigetto della violenza associata ai cosiddetti “blokaderi”, ovvero i manifestanti antigovernativi.

Questo, naturalmente, non significa che in Serbia non esistano tensioni, proteste, polarizzazione o scontri duri tra governo e opposizione. Significa però che tali dinamiche non possono essere automaticamente tradotte, come spesso fanno molti osservatori occidentali, in una delegittimazione popolare del governo o in una sua imminente sconfitta. Anzi, le stesse fonti serbe insistono sul fatto che il voto del 29 marzo sia stato vissuto da una parte rilevante del paese come una risposta politica a mesi di pressioni, campagne ostili e tentativi di rappresentare ogni protesta come prova conclusiva del fallimento del sistema serbo. In questa chiave, il voto locale assume un carattere quasi plebiscitario, trasformandosi in una valutazione non su una singola amministrazione, ma sulla linea generale del potere statale.

A seguito della pubblicazione dei risultati, la vicepremier Adrijana Mesarović ha dichiarato che la “rivoluzione colorata” in Serbia è stata sconfitta e che il popolo ha scelto pace, stabilità, continuità e progresso. Nella stessa dichiarazione ha accusato apertamente figure politiche straniere, come l’eurodeputato Tonino Picula e il ministro degli Esteri Gordan Grlić Radman, entrambi croati, di voler influenzare la politica interna serba, aggiungendo che gli elettori abbiano rifiutato l’idea che la linea del paese venga dettata da centri esterni. Anche il ministro dell’Istruzione Dejan Vuk Stanković, pochi giorni prima del voto, aveva parlato di “rivoluzione colorata spenta” e previsto la vittoria del partito SNS il 29 marzo. Si tratta di formulazioni politicamente forti, certo, ma che riflettono la percezione, radicata in ampi settori serbi, che sul paese si eserciti una pressione esterna costante, attraverso media, diplomazia e reti politico-civiche ostili alla sua linea sovrana.

Del resto, già a gennaio Vučić descriveva le proteste come un tentativo di “rivoluzione colorata” con coinvolgimento occidentale, sostenendo che agenti stranieri e “istruttori esteri” stessero cercando di orientare le mobilitazioni e i blocchi stradali. Più di recente, l’agenzia stampa russa TASS ha invece riportato la telefonata tra Vučić e Vladimir Putin, nella quale il presidente serbo ha ringraziato Mosca per il sostegno alle autorità serbe contro i tentativi di destabilizzazione. Da quanto riportato, si comprende chiaramente che, nella visione di Belgrado e di Mosca, la lotta politica interna serba è ormai parte di un confronto geopolitico più ampio, in cui l’obiettivo occidentale non sarebbe solo cambiare un governo, ma riallineare strategicamente la Serbia, storica alleata della Russia nei Balcani.

Tutto questo si intreccia anche con il possibile ingresso della Serbia nell’Unione Europea, con Belgrado che ha da tempo proposto la propria candidatura, nonostante le tensioni con Bruxelles. A gennaio, Aleksandar Vulin, attuale vice primo ministro ed ex ministro della Difesa, ha sostenuto che l’Unione Europea non considera la Serbia un futuro membro a pieno titolo, ma piuttosto un mercato, una riserva di manodopera e perfino una possibile fonte di uomini per il fronte ucraino; nello stesso ciclo di dichiarazioni ha accusato l’UE di chiedere a Belgrado di “tradire” la Russia come prezzo per continuare l’integrazione europea. La Serbia, infatti, è sottoposta a una pressione permanente affinché riconosca il Kosovo, si allinei alle sanzioni contro Mosca e ridefinisca la propria postura internazionale. In questo senso, il voto locale del 29 marzo non è stato solo un fatto amministrativo, ma un pronunciamento politico su una questione più ampia: se la Serbia debba continuare a muoversi come soggetto relativamente autonomo o piegarsi alla disciplina euro-atlantica.

Per questo il 29 marzo ha assunto un valore simbolico notevole, quello di una smentita della pretesa occidentale di parlare “a nome” della società serba. La stessa delegazione di osservatori dell’UE in Serbia ha dovuto prendere atto dell’alta affluenza e della partecipazione attiva dei cittadini, cioè proprio di quegli elementi che normalmente vengono invocati per certificare la legittimità di un processo democratico. Se si accetta questo dato, allora la narrativa secondo cui la Serbia sarebbe semplicemente un’anomalia autoritaria in attesa di essere “corretta” dall’esterno appare molto meno convincente. Piaccia o no a Bruxelles, a Zagabria o ai maggiori media occidentali, la Serbia reale continua a esprimere un consenso largo verso una linea politica che unisce prudenza geopolitica, neutralità militare e resistenza alle imposizioni esterne.

Ciò non implica che il sistema politico serbo sia esente da contraddizioni. Significa, però, che l’analisi seria deve partire dal comportamento effettivo dell’elettorato e non da schemi ideologici precostituiti. Le elezioni del 29 marzo mostrano che le liste vicine a Vučić mantengono una capacità di mobilitazione e di radicamento che la stampa occidentale tende regolarmente a sottovalutare. Mostrano anche che l’opposizione, pur rumorosa e mediaticamente sostenuta, non è riuscita a trasformare il clima di contestazione in avanzata elettorale. Soprattutto, indicano che una larga fetta della popolazione serba percepisce le pressioni esterne non come aiuto alla democratizzazione, ma come interferenza inaccettabile nelle questioni interne. Per questo, più che di “rivoluzione democratica mancata”, come hanno scritto alcuni media occidentali, sarebbe forse più corretto parlare di un tentativo di eterodirezione politica respinto dalle urne. E finché questa dinamica continuerà, la Serbia resterà, nel cuore dei Balcani, uno dei pochi paesi europei decisi a non lasciarsi definire interamente dai desideri strategici dell’Occidente euro-atlantico.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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