Il memorandum tra Confindustria Nautica e Guardia di Finanza, firmato a Roma il 20 marzo, solleva interrogativi politici che vanno oltre la cooperazione dichiarata: trasparenza negata, militarizzazione dell’istruzione e possibile riconversione delle infrastrutture portuali impongono un’immediata verifica pubblica.

di Emiliano Gentili e Federico Giusti
Il 20 marzo 2026 è stato firmato a Roma un memorandum tecnico-operativo tra Confindustria Nautica e Guardia di Finanza, che crea un quadro stabile di collaborazionefra i due enti. Il nocciolo dell’intesa è rappresentato dalla sinergia tra l’attività imprenditoriale della Confindustria e il presidio di controllo dell’intera filiera del mare che la GdF rappresenta.
Purtroppo, il testo dell’accordo non è stato reso pubblico – come spesso avviene nei memoranda che coinvolgono settori delle Forze dell’Ordine – e, pertanto, non è possibile farne un’analisi puntuale. Ciononostante, i comunicati stampa dei due enti firmatari ne lasciano intravedere le finalità principali.
Al centro del memorandum si trovano i previsti interventi congiunti in istituti tecnici, ITS e Università, per promuovere l’economia marittima e la “legalità imprenditoriale” nel settore: una scelta che prosegue nel solco della militarizzazione dell’istruzione. Altri aspetti riguardano l’organizzazione di attività promozionali e di orientamento per gli imprenditori del mare – con la finalità di promuovere una maggiore integrazione di filiera e un orientamento comune di massima degli interventi imprenditoriali –, l’istituzione di un tavolo di confronto stabile semestrale fra le due parti firmatarie e il contrasto ai traffici marittimi illeciti.
Viene da chiedersi se dietro un accordo di così alto livello non vi sia dell’altro. Del resto, il 17 dicembre scorso il Parlamento Europeo ha approvato il pacchetto sulla mobilità militare dell’Ue, che prevede l’ammodernamento delle infrastrutture logistiche (in particolar modo delle ferrovie) per facilitare il trasporto di mezzi militari e truppe. Pertanto, la domanda è lecita: nell’accordo è compresa la parziale riconversione delle infrastrutture portuali, e delle aree logistiche antistanti le banchine, a fini militari? L’Italia ha dei fondi da spendere in questo senso – provenienti dal Connecting Europe Facility, facente parte dell’Action Plan 2.0 militare europeo – e, per quanto oltre il 50% di questi sia destinato al trasporto su rotaia, una parte è dedicata alle infrastrutture logistiche portuali e, in particolare, all’adeguamento delle banchine al trasporto di mezzi militari pesanti e al collegamento intermodale con il trasporto su strada e rotaia.[1] Inoltre esistono anche altri fondi dedicati ai porti; ad esempio quelli del Pnrr,[2] che serviranno a fornire energia elettrica da terra alle navi ormeggiate.
In conclusione: necessitiamo di conoscere il testo integrale dell’accordo, che può essere tranquillamente richiesto da associazioni sindacali di categoria. Nel frattempo, il sospetto è la migliore arma che abbiamo ed è, senza ombra di dubbio, più che motivato.
NOTE
[1] Redazione Trasporto Europa, European ports prepare for war, 9 luglio 2025.
[2] M3C2 – Investimento 2.3 “Elettrificazione delle banchine portuali (Cold Ironing)”.
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