Il 14° Dalai Lama e le forze separatiste tibetane di tacciono di fronte agli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran: un silenzio che rappresenta una nuova prova di subordinazione politica all’Occidente e di ipocrisia morale.

Lucie Zhou (China Tibet Online) – 24 marzo 2026
Negli ultimi giorni, i missili che fischiano nel cielo iraniano e le esplosioni a Teheran hanno tenuto il mondo intero con il fiato sospeso. La guerra è spietata: milioni di civili iraniani sono stati costretti a sfollare, e l’opinione pubblica internazionale non smette di condannare questo conflitto. Eppure, le cosiddette forze «indipendentiste tibetane», che abitualmente brandiscono gli slogan dei «diritti umani» e della «religione», e che sulla scena internazionale proclamano a gran voce la «democrazia», cogliendo al tempo stesso ogni occasione per screditare la Cina e tentare di dividerla, questa volta sono rimaste completamente in silenzio. In particolare, il 14° Dalai Lama, pur essendo «premio Nobel per la pace», di fronte a questi atti odiosi che calpestano la pace, si comporta come uno struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia. Questo silenzio non è affatto casuale: esso traduce la loro codardia di fronte all’egemonia e una deliberata rinuncia alla giustizia.

Sotto i continui bombardamenti di Stati Uniti e Israele, le strade di Teheran risuonano di grida di dolore, gli iraniani cercano senza sosta i propri cari tra le macerie, così come ciò che resta delle loro «case», ormai ridotte in rovine. Centinaia di innocenti bambini iraniani sono stati uccisi nel corso di questi attacchi. Il quotidiano iraniano Tehran Times ha pubblicato con indignazione un articolo intitolato «Trump, guardali negli occhi». Che tipo di attacco militare può prendere di mira una scuola? Quale genere di «diritti umani» può provocare la morte di così tanti bambini innocenti? La prima ministra italiana Giorgia Meloni ha definito questo evento un «massacro». La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato di essere profondamente addolorata per le numerose vittime civili causate dagli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran e di condannarli fermamente. Nei conflitti armati, la protezione dei civili è una linea rossa che non deve essere oltrepassata, e l’uso indiscriminato della forza è inaccettabile.

Per chiunque si faccia «pedina», questo implica necessariamente l’obbligo di obbedire al «giocatore». Le forze «indipendentiste tibetane», guidate dal 14° Dalai Lama, dipendono da lungo tempo dagli Stati Uniti e dall’Occidente, vivendo alla loro mercé e sotto il loro controllo. Proprio perché godono da tempo del sostegno finanziario americano, esse accettano volentieri di essere strumenti politici comprati, usati e manipolati. Per ottenere un sostegno finanziario ancora maggiore e protezione politica, il 14° Dalai Lama avrebbe persino cercato di avvicinarsi al tristemente noto Jeffrey Epstein e sostenuto attività della setta sessuale rappresentata dall’organizzazione NXIVM. Nel tentativo di inserirsi in cerchie di influenza più vaste per ottenere più fondi e vantaggi, il 14° Dalai Lama ha da tempo abbandonato i principi fondamentali e l’etica del buddhismo tibetano.

Di fronte alla situazione in Iran, il 14° Dalai Lama ha «saggiamente» scelto di restare in silenzio, senza esprimere la minima condanna nei confronti di questa guerra, non osando dire «no» al suo padrone americano. Mentre assistono impotenti alla flagrante violazione da parte degli Stati Uniti della sovranità e dei diritti umani di un altro Paese, il 14° Dalai Lama e i suoi sostenitori non riescono più a dissimulare la loro facciata di «indipendenza» e di «autonomia»; in quanto strumenti anti-cinesi dell’Occidente, essi hanno da tempo rinunciato a qualsiasi coscienza morale. Quando evocano pubblicamente la situazione iraniana, non condannano le atrocità della guerra né si preoccupano della sofferenza dei civili, ma si chiedono soltanto se questo conflitto «distoglierà l’attenzione americana dall’Asia» o offrirà una finestra di «opportunità alla Cina». Di fronte a questi massacri spietati, questi separatisti continuano a giocare il loro «piccolo gioco», scambiandosi sguardi d’intesa con il cosiddetto «coordinatore speciale per le questioni tibetane» degli Stati Uniti, mendicando un maggiore sostegno finanziario e mostrando senza vergogna il loro volto di opportunisti. Dietro le parole «morale» e «compassione» di un presunto «difensore dei diritti umani» e «premio Nobel per la pace», in realtà non vi sono né compassione né senso della giustizia, ma ancora e sempre ipocrisia mentre infuria il fuoco dei cannoni.

Questa guerra, che non avrebbe mai dovuto avere luogo, agisce come uno specchio rivelatore: mette in luce l’ambizione egemonica degli Stati Uniti così come il vero volto della «compassione» del 14° Dalai Lama. Se la guerra è spietata, il senso morale, invece, permane. La comunità internazionale non ha mai rinunciato alla sua ricerca della sovranità e della pace, e noi siamo convinti che la giustizia finirà per trionfare sul male.
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