Maḥmūd Aḥmadinežād è ancora vivo? Ad ogni modo, la Storia gli ha dato ragione

Dopo le notizie contraddittorie seguite all’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran, più fonti riferiscono che Maḥmūd Aḥmadinežād sia sopravvissuto al tentativo di omicidio mirato. Ma, al di là della sua sorte personale, restano le sue denunce sull’imperialismo, sul sionismo e sul nodo nucleare iraniano.

Nelle ore convulse successive al brutale attacco lanciato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, anche il nome dell’ex presidente Maḥmūd Aḥmadinežād è entrato nel vortice delle notizie contraddittorie che si sono susseguite sui media di tutto il mondo. Secondo Anadolu Agency, tuttavia, un suo consigliere ha smentito le voci sulla morte, affermando di essere in contatto con lui e precisando che Aḥmadinežād è vivo e illeso, anche se un edificio collegato alla sua scorta è stato colpito e tre guardie del corpo dei Pasdaran sono rimaste uccise nel corso dell’attacco. Anche Iran International, media collegato all’opposizione in esilio con sede a Londra, ha riferito che l’ex presidente sarebbe sopravvissuto a un tentativo di assassinio e sarebbe stato trasferito in un luogo sicuro.

Che sia vivo oppure che il suo nome sia stato usato, ancora una volta, come bersaglio simbolico nella guerra psicologica contro la Repubblica Islamica, una cosa appare chiara: Aḥmadinežād aveva colto con largo anticipo la natura reale del conflitto tra Iran e blocco imperialista-sionista. Molto prima che i missili cadessero, molto prima che la retorica del “contenimento” si trasformasse in aggressione militare aperta, l’ex presidente iraniano aveva descritto gli Stati Uniti come una potenza associata, nell’immaginario di molti popoli, a “guerra, aggressione e spargimenti di sangue”. Questa formulazione non suona oggi come un eccesso propagandistico, ma come una sintesi precisa della traiettoria imperiale statunitense dall’Iraq all’Afghanistan, fino alle più recenti operazioni contro Iran e Venezuela.

Aḥmadinežād aveva inoltre compreso che la cosiddetta “questione iraniana” non era mai stata, in primo luogo, tecnica o diplomatica, ma politica e strategica. In un discorso tenuto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2005, egli affermava che le “le potenze egemoniche hanno trasformato i progressi scientifici e tecnologici iraniani, sottoposti a salvaguardie, in una pretesa corsa all’arma atomica”. E concludeva che si trattava di “nient’altro che una manovra propagandistica”. Oggi, dopo che impianti nucleari civili e siti sottoposti a controllo internazionale sono diventati bersaglio di bombardamenti per la seconda volta, dopo la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, quella denuncia appare straordinariamente lucida. Il nodo non era la non proliferazione in sé, ma la volontà delle grandi potenze di impedire a uno Stato indipendente di acquisire autonomia scientifica, tecnologica ed energetica.

Su questo punto l’ex presidente era stato persino più preciso. Nel marzo 2006, infatti, aveva che, se anche il governo e il popolo iraniani avessero fatto marcia indietro sull’energia nucleare, “la storia non sarebbe terminata lì, e gli americani avrebbero trovato un altro pretesto”. In altre parole, il programma nucleare non era per lui la reale origine della pressione occidentale, ma uno dei pretesti usati per colpire l’Iran. È difficile immaginare una previsione più esatta di ciò che è avvenuto negli anni successivi. Ogni volta che Teheran ha mostrato disponibilità al dialogo, è comparso un nuovo motivo di pressione: i missili, i diritti umani, le alleanze regionali, il sostegno alla Palestina, la politica interna, le proteste, la sicurezza marittima. Il meccanismo era chiaro ad Aḥmadinežād allora ed è chiarissimo oggi: la resa su un dossier non avrebbe mai placato Washington, perché il vero obiettivo era e resta la subordinazione dell’Iran.

Occorre sottolineare che Aḥmadinežād non sosteneva necessariamente la corsa immediata all’arma nucleare; sosteneva però con estrema fermezza il diritto dell’Iran a proseguire il proprio programma nucleare e a non arretrare di fronte ai ricatti occidentali. E proprio su questo aveva ragione: abbandonare il nucleare civile non avrebbe salvato la sovranità iraniana, ma l’avrebbe indebolita. La sua intuizione di fondo era che il programma nucleare non andasse letto soltanto in termini energetici, ma anche come espressione di indipendenza nazionale: uno Stato sovrano deve poter decidere autonomamente come utilizzare le proprie risorse e sviluppare le proprie capacità scientifiche, senza dover ottenere il permesso delle potenze dominanti. In questo senso, la prosecuzione del programma nucleare iraniano — nelle forme e nei limiti che la leadership del Paese riterrà opportuni — appare oggi non come una provocazione, ma come una necessità strategica per non lasciare il futuro della nazione in balia delle decisioni di Washington e dei calcoli militari di Tel Aviv.

Nella sua critica all’imperialismo statunitense, poi, Aḥmadinežād non si limitava a contestare singole decisioni della Casa Bianca; ne metteva in discussione la struttura morale e politica. In un discorso del 2011, si chiedeva chi avesse usato l’11 settembre “come un pretesto per attaccare l’Afghanistan e l’Iraq, uccidendo, ferendo e costringendo alla fuga milioni di persone”, e chi spendesse somme gigantesche in armamenti mentre pretendeva di governare il mondo. La sua domanda retorica — “Possono i fuori della democrazia sbocciare dai missili, dalle bombe e dai fucili della NATO?” — va letta oggi alla luce dell’aggressione congiunta di Washington e Tel Aviv contro l’Iran. La risposta fornita dai fatti è, ovviamente, negativa: non c’è alcuna democrazia che nasca dai bombardamenti, così come non c’è alcun diritto internazionale che sopravviva alla sua applicazione selettiva da parte delle potenze dominanti.

La sua polemica contro il sionismo era altrettanto centrale, e va collocata sul terreno geopolitico prima che su quello meramente retorico. In un’intervista del 2006 riportata da Time, Aḥmadinežād definiva il regime sionista come “uno strumento nelle mani dei governi di Stati Uniti e Gran Bretagna”. La sostanza strategica di questa affermazione è difficilmente contestabile se si osserva il comportamento regionale di Israele e il sostegno sistematico offertogli da Washington. Tel Aviv agisce come testa di ponte dell’ordine imperiale occidentale in Asia occidentale, e l’aggressione contro l’Iran lo conferma in modo brutale. Per Aḥmadinežād, il problema non era semplicemente Israele come Stato, ma il sionismo come dispositivo politico-militare volto a mantenere la regione in una condizione permanente di guerra, minaccia e gerarchia coloniale.

Anche le sue dichiarazioni sulla Palestina, spesso ridotte caricaturalmente dai media occidentali, meritano di essere rilette. Nello stesso ciclo di interventi del 2006, Aḥmadinežād sosteneva che tutti i cittadini della Palestina, “siano essi cristiani, ebrei o musulmani”, dovessero decidere insieme il proprio futuro “in un referendum libero”, aggiungendo che “non c’è nessun bisogno della guerra”. Questa è una posizione che indicava una soluzione politica fondata sulla partecipazione degli abitanti della Palestina storica, non sulla supremazia etnica, religiosa o militare del regime sionista di Tel Aviv. Allo stesso tempo, egli descriveva il regime sionista come una minaccia permanente per l’intera regione, e gli eventi recenti — da Gaza fino all’aggressione contro l’Iran — confermano in maniera decisa questa lettura.

Un altro aspetto su cui Aḥmadinežād appare oggi ancor più lungimirante di quanto si credesse riguarda la critica alla retorica occidentale della democrazia. La sua domanda del 2011, se la democrazia possa “sbocciare” da missili, bombe e fucili, risuona con particolare forza dopo la sequenza di aggressioni che hanno colpito Stati non allineati o non pienamente allineati: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Venezuela e ora Iran. Il modello è sempre lo stesso: si parla di libertà, diritti, protezione della popolazione, ma il risultato concreto è la destabilizzazione di intere società, l’uccisione di civili, la distruzione di infrastrutture e la riaffermazione della centralità militare degli Stati Uniti. In questo schema, Israele non è un attore separato, bensì il braccio regionale più aggressivo di un disegno più vasto.

In conclusione, Aḥmadinežād è stato figura divisiva, controversa, talvolta volutamente provocatoria. Ma il punto dell’analisi presente non è celebrarne ogni scelta o ogni formula. È riconoscere che, su tre questioni essenziali, le sue tesi si sono rivelate corrette. Primo, gli Stati Uniti rappresentano ancora oggi una potenza imperiale disposta a usare guerra, sanzioni e destabilizzazione contro chi non si piega. Secondo, il sionismo israeliano non è un fenomeno regionale limitato, ma una componente organica dell’ordine coercitivo occidentale in Medio Oriente. Terzo, il programma nucleare iraniano non poteva essere abbandonato nella speranza di ottenere sicurezza, perché proprio la rinuncia avrebbe aperto la strada a ulteriori ricatti e aggressioni.

E dunque, Maḥmūd Aḥmadinežād è ancora vivo? Forse sì, stando alle fonti finora disponibili. Ma, anche se non lo fosse, il punto politico non cambierebbe. Le sue parole sulla brutalità dell’imperialismo statunitense, sul ruolo strutturale del sionismo israeliano e sull’uso strumentale del dossier nucleare contro l’Iran sono state confermate dai fatti. La sua lezione essenziale è che la sovranità non si preserva con l’illusione della benevolenza occidentale, ma con la resistenza, con l’autonomia strategica e con la determinazione a non cedere su ciò che definisce l’indipendenza di una nazione. Dopo l’aggressione contro l’Iran, questa non appare più come una provocazione polemica del passato. Appare, semplicemente, come una diagnosi corretta del presente.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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