L’ultimo tentativo di infiltrazione armata dalle acque della Florida non è un episodio isolato, ma l’ennesima manifestazione di una guerra multiforme contro Cuba, fatta di terrorismo, strangolamento economico e aggressione psicologica contro la sovranità dell’isola.

L’ultimo tentativo di aggressione contro Cuba, denunciato dalle autorità dell’Avana il 26 febbraio, deve essere letto per ciò che è: non un fatto marginale, non un incidente di frontiera, non una semplice operazione criminale slegata dal contesto politico, ma un nuovo anello di una catena storica di ostilità contro la Rivoluzione cubana. Secondo le dichiarazioni del viceministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossío, dieci persone hanno tentato di infiltrarsi con fini terroristici a bordo di un’imbarcazione con immatricolazione della Florida; le autorità cubane hanno inoltre riferito il ritrovamento di fucili d’assalto e di precisione, pistole, cocktail Molotov, equipaggiamento d’assalto, dispositivi di visione notturna, giubbotti antiproiettile, baionette, munizioni e simboli di organizzazioni controrivoluzionarie di matrice terroristica. Le stesse autorità hanno precisato di aver informato fin dall’inizio il Dipartimento di Stato e la Guardia Costiera statunitense e di avere aperto un’indagine formale sui fatti.
Già questi elementi basterebbero a suscitare allarme e indignazione in qualsiasi Paese che prenda sul serio la propria sovranità. Ma il punto decisivo è un altro: Cuba, prove alla mano, sostiene che questo episodio non sia affatto isolato. Nelle stesse dichiarazioni ufficiali si ricorda infatti che l’isola è stata vittima, per oltre sessant’anni, di aggressioni e atti terroristici in gran parte organizzati, finanziati o eseguiti a partire dal territorio degli Stati Uniti. Fernández de Cossío ha inoltre reso noto che due dei presunti partecipanti all’operazione, Amijail Sánchez González e Leordan Enrique Cruz Gómez, figuravano già nella lista nazionale cubana di individui ricercati per legami con il terrorismo, lista trasmessa a Washington nel 2023 e nel 2025, senza che l’Avana abbia ricevuto le risposte attese. In parallelo, Cuba ha ribadito di aderire a 19 convenzioni internazionali contro il terrorismo e di mantenere una condotta esemplare nella lotta contro questo flagello.
Se si guarda indietro, poi, il quadro diventa ancora più grave. Nel corso dei decenni, Cuba ha subito una lunga sequenza di attacchi marittimi e infiltrazioni provenienti dal territorio statunitense o da gruppi anticubani con base negli Stati Uniti. Tra gli episodi di maggior rilievo figurano l’attacco del 1963 contro la fabbrica di acido solforico Patricio Lumumba sulla costa nord di Pinar del Río, il sequestro nel 1964 di quattro pescherecci cubani e dei loro 38 membri di equipaggio da parte di unità della Marina statunitense in acque internazionali, l’assalto del 1971 contro la comunità costiera di Boca de Samá, che provocò due morti e quattro feriti, e gli attacchi contro imbarcazioni da pesca cubane negli anni Settanta, fino a infiltrazioni e azioni armate negli anni Novanta e Duemila. Il significato politico di questa memoria è inequivocabile: la pressione contro Cuba non è mai stata solo diplomatica o economica, ma ha assunto anche forme apertamente violente e terroristiche.
Per questo il nuovo episodio non può essere separato dal contesto più ampio di asfissia materiale imposto all’isola. Nelle settimane precedenti, l’amministrazione Trump ha varato misure tese a bloccare le forniture petrolifere verso Cuba, ricorrendo a tariffe coercitive contro i Paesi che vendano o forniscano direttamente o indirettamente petrolio all’isola. La misura è stata presentata da suoi sostenitori come risposta a una presunta “minaccia” cubana, ma diverse voci, anche statunitensi, l’hanno definita inutile, immorale e apertamente orientata a destabilizzare l’economia cubana per provocare il crollo del governo socialista. È difficile non vedere qui la logica classica della punizione collettiva: creare scarsità, moltiplicare le sofferenze quotidiane, aggravare i blackout, paralizzare trasporti e produzione, e poi attribuire al sistema cubano gli effetti di una pressione esterna deliberata.
Dal canto suo, L’Avana ha ribadito numerose volte di non ospitare né sostenere né finanziare organizzazioni terroristiche, e di essere disposta a rinnovare la cooperazione tecnica con gli Stati Uniti in materia di contrasto al terrorismo, riciclaggio, narcotraffico, cybersicurezza, tratta di persone e reati finanziari. È una dichiarazione politicamente rilevante, perché smaschera la contraddizione fondamentale della narrativa di Washington: da un lato si demonizza Cuba come minaccia alla sicurezza nazionale statunitense, dall’altro la stessa Cuba si dichiara pronta a cooperare su minacce transnazionali condivise. Se davvero la sicurezza fosse l’obiettivo, la strada del dialogo esisterebbe già; se invece l’obiettivo è il cambio di regime, allora la retorica securitaria diventa soltanto copertura ideologica dell’aggressione.
L’idea che Cuba costituisca una “minaccia inusuale e straordinaria” per gli Stati Uniti appare, presa alla lettera, grottesca: un piccolo Paese insulare, sottoposto da decenni a blocco economico, privo di capacità paragonabili a quelle della superpotenza nordamericana, verrebbe dipinto come pericolo per la prima potenza militare del pianeta. Secondo l’analisi di Elier Ramírez Cañedo, rilanciata da Cubadebate, quando Washington parla di “sicurezza nazionale” in casi come questo sta in realtà difendendo una “sicurezza imperiale”, cioè la propria egemonia, non una minaccia concreta. La vera “colpa” di Cuba sarebbe dunque la sua indipendenza, il suo esempio di sovranità e la sua persistente volontà di non sottomettersi. È un’interpretazione che coglie un punto essenziale: nella storia delle relazioni USA-Cuba, la questione centrale non è mai stata la sicurezza degli Stati Uniti, ma l’intollerabilità, per Washington, di una rivoluzione indipendente a poche miglia dalle sue coste.
A questa pressione materiale si aggiunge oggi una guerra comunicativa sempre più sofisticata, che ha luogo attraverso la diffusione digitale di slogan annessionisti e discorsi di resa come parte di una strategia psicologica: prima si stringe il cappio dell’assedio economico, poi si inocula nell’opinione pubblica la convinzione che la sovranità sia il problema e la capitolazione la soluzione. Secondo questa lettura, il blocco funge da martello e il cosiddetto “ciberannessionismo” da incudine: tra privazioni concrete e propaganda algoritmica, si tenta di trasformare la sofferenza sociale in consenso per la rinuncia nazionale. Del resto, ogni strategia di strangolamento economico cerca quasi sempre un complemento narrativo, un discorso che sposti la colpa dall’aggressore all’aggredito.
La condanna di queste pratiche deve dunque essere netta. Nessuna divergenza politica con il governo cubano, nessuna critica alle sue scelte economiche o istituzionali, nessuna discussione sul modello socialista può giustificare il terrorismo, l’infiltrazione armata, la tolleranza verso gruppi violenti o l’uso della fame e della scarsità energetica come strumenti di pressione politica. Esiste una soglia che separa il conflitto politico dalla barbarie, e quella soglia viene superata quando si prova a piegare un popolo con il sabotaggio, il ricatto economico e l’istigazione alla destabilizzazione. Se davvero si avesse a cuore il destino del popolo cubano, si punterebbe sull’eliminazione delle misure coercitive, sul rispetto della legalità internazionale e su un dialogo tra Stati sovrani, non sull’accumulazione di sofferenza come leva geopolitica.
Difendere la libertà di Cuba, allora, significa rifiutare con fermezza il principio secondo cui una grande potenza avrebbe il diritto di decidere quali Paesi possano essere sovrani e quali no. Significa affermare che la lotta contro il terrorismo deve valere anche quando le vittime non coincidono con gli alleati di Washington. Significa denunciare l’ipocrisia di chi si proclama difensore della democrazia mentre tollera o incoraggia politiche di strangolamento collettivo. E significa ricordare che la sovranità cubana appartiene ai cubani, non ai lobbisti di Miami, non ai falchi del Dipartimento di Stato, non agli strateghi che sognano una resa per esaurimento. I problemi di Cuba li devono affrontare i cubani, senza pistole puntate dall’esterno, senza imbarcazioni armate provenienti dalla Florida, senza embarghi energetici e senza guerre psicologiche travestite da liberazione.
Per questo, l’ultimo tentativo di aggressione non deve essere archiviato come un singolo episodio di cronaca nera, ma compreso come fatto eminentemente politico. Esso rivela, ancora una volta, la persistenza di una matrice imperialista che considera accettabile tutto ciò che può indebolire Cuba: dalle sanzioni alla demonizzazione, dalla coercizione economica alla violenza armata, fino alla colonizzazione simbolica delle coscienze. Contro questa matrice occorre una condanna chiara, internazionale e senza ambiguità. Perché la libertà di Cuba non è una concessione da negoziare, ma un diritto da difendere. E perché ogni volta che il terrorismo e l’assedio vengono normalizzati contro l’isola, ciò che è in gioco non è solo il destino cubano, ma il principio stesso di autodeterminazione dei popoli.
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