L’università pubblica viene celebrata come leva di sviluppo, ma resta intrappolata tra sottofinanziamento cronico e trasformazione aziendalistica. Tagli, precarietà ed esternalizzazioni indeboliscono didattica e ricerca, mentre il diritto allo studio si scontra con costi crescenti, borse insufficienti e città sempre più espulsive.

L’Università è un fattore di crescita per l’economia? Intanto non basta affermare che ci troviamo di fronte a un bene pubblico essenziale se questo servizio non viene tutelato in termini di finanziamenti e risorse economiche, di personale adeguato nei numeri rispetto alle reali necessità, presente e affidabile, e dunque non precario.
Se l’Università vuole essere davvero al passo con i tempi deve prima di tutto svolgere un ruolo attivo nel corpo sociale e, a nostro avviso, dovrebbe collocarsi in prima linea, potendo conformare e orientare i processi formativi e tecnologici, piuttosto che inseguirli o subirli.
Il sistema universitario italiano soffre di un sottofinanziamento strutturale
La spesa si colloca attorno allo 0,6 per cento del PIL, contro una media OCSE dell’1,4. Rispetto alla media europea il nostro Paese investe circa mezzo punto percentuale in meno, che tradotto in valori assoluti corrisponde a risorse sufficienti per stabilizzare il personale precario, ammodernare gli strumenti di ricerca, ridurre ulteriormente le tasse di iscrizione e adottare modelli già sperimentati in altri Stati, capaci di rimuovere ostacoli pratici e barriere economiche e di incentivare realmente l’accesso e la frequenza dell’Università.
Chi lavora nelle Università da decenni osserva tuttavia un processo più silenzioso ma altrettanto rilevante, che tende progressivamente a spostare risorse verso il privato e che non riguarda solo i corsi professionalizzanti o la didattica in sé, né coinvolge direttamente soltanto la ricerca. In particolare, il personale non docente – pur senza escludere che analoghe valutazioni possano essere condivise anche dai docenti – rileva con chiarezza un progressivo processo di destrutturazione dell’istituzione universitaria, orientato sempre più verso modelli di tipo aziendalistico.
In questo quadro si registra una riduzione delle capacità assunzionali, accompagnata da un crescente ricorso all’esternalizzazione di funzioni e servizi, mentre si moltiplicano processi di riorganizzazione che difficilmente appaiono finalizzati a un reale miglioramento. Il riferimento è anche ai piani strategici, agli obiettivi assegnati e ai sistemi di valutazione individuale – comprese le cosiddette “pagelle” – che più che valorizzare le professionalità contribuiscono spesso a produrre demotivazione e disallineamento rispetto alle finalità proprie delle Università.
Fragilità strutturali e impatti immediati
Tutte queste criticità hanno conseguenze dirette sugli studenti e sulle loro possibilità di accesso all’Università. È evidente, infatti, che i costi da sostenere siano elevati. Il numero dei NEET, ovvero di coloro che abbandonano la scuola e non hanno trovato un’occupazione, è ancora troppo alto in Italia se confrontato con quello di altri Paesi. È altrettanto vero che, oltre alle criticità dei percorsi accademici, i ritardi sono particolarmente marcati sul versante delle borse di studio – poche e di importo contenuto – e delle politiche dell’abitare, che incidono pesantemente sulle scelte delle famiglie, spesso più dell’orientamento universitario, condizionando così il futuro di un intero Paese.
In diverse città universitarie italiane, anche approfittando degli appositi fondi PNRR e dei vari bonus governativi, si sono realizzati studentati privati a costi elevati. Se si parla seriamente di diritto allo studio, è necessario fornire risposte anche a questi aspetti. È vero che negli ultimi anni sono stati effettuati investimenti e che le soglie di esenzione dalle contribuzioni studentesche sono state sensibilmente adeguate; tuttavia, salari al massimo ribasso e inflazione hanno di fatto neutralizzato gli effetti di tali politiche. A questo si aggiunge la difficoltà crescente di vivere nelle città universitarie, sempre più espulsive, anche perché l’Italia attende da oltre sessant’anni un nuovo piano casa. Nel frattempo, mentre l’edilizia popolare è stata progressivamente marginalizzata e oggi di fatto inesistente, quella universitaria finisce per alimentare prevalentemente interessi speculativi, disfunzioni e inadeguatezze strutturali.
Dobbiamo quindi chiederci se il sistema universitario risponda ancora, almeno in parte, alle esigenze del mercato del lavoro. Se è vero che il numero di persone in possesso di un titolo universitario è in lieve crescita negli ultimi anni, ma è altrettanto vero che molti laureati non riescono a trovare un’occupazione coerente con il proprio percorso di studi. Ne deriva che il numero complessivo di diplomati e laureati rimane ancora insufficiente, anche in settori strategici. In questo quadro, il numero chiuso ha prodotto effetti negativi evidenti, come dimostra la carenza di medici, infermieri e tecnici ospedalieri, senza neppure entrare nel merito del ruolo svolto da lobby e associazioni di mestiere.
Traiettorie e contraddizioni del sistema italiano: dal bene pubblico al capitale ceduto
Si pone allora una questione centrale: quale è oggi il rapporto tra sistema universitario e istruzione universitaria? I programmi sono realmente in linea con le necessità del Paese o sono oggetto di continue riscritture, anche su basi ideologiche, da parte del Ministero e del Governo? E quali ragioni possono spingere a completare un percorso di studi quando l’offerta lavorativa appare strutturalmente carente?
In questo scenario, le università rischiano di trasformarsi da luoghi di formazione critica e culturale in veri e propri campi di addestramento, dove i percorsi di studio sono sempre più guidati da logiche utilitaristiche, dettate dalle esigenze immediate del mercato o dai programmi imposti dall’alto, seguendo le mode del momento.
Un altro aspetto di questa dinamica riguarda i titoli di studio e le università telematiche, che svolgono attività formative finalizzate all’acquisizione dei crediti necessari per l’insegnamento. Quando prevale una “logica mercifica”, per cui il pagamento diventa la via privilegiata per ottenere i titoli, a rimetterci è non solo l’istruzione universitaria, ma anche la scuola, che si ritrova docenti scelti in base alla possibilità di pagare, con conseguenze negative sulla qualità e sull’eguaglianza dei percorsi di studio.
Parallelamente, le logiche aziendalistiche e le collaborazioni private stanno modificando la funzione pubblica dell’Università. La tendenza ormai diffusa è quella di favorire, con risorse pubbliche, la più ampia preparazione dei ricercatori, per poi “regalarli” al settore privato: per mera ignavia, per l’incapacità di stabilizzarli e assumerli, per la scelta di non retribuirli in modo dignitoso, oppure ancora per la mancanza di strumenti di lavoro moderni, efficienti e adeguati alle nuove sfide.
Come già osservato, la dinamica che emerge dall’esperienza di chi lavora nelle Università appare piuttosto lineare: si assume poco e in modo frammentato, si riducono le risorse interne e, successivamente, il malfunzionamento dei processi diventa argomento per giustificare un ricorso crescente al supporto di soggetti privati.
In questo contesto si collocano anche i concordati e le partnership riconducibili alla cosiddetta terza missione, dove il confine tra collaborazione e speculazione si fa sempre più labile. In passato tali attività rientravano nel cosiddetto conto terzi: al posto della didattica e della ricerca istituzionale si lavorava per le aziende, con compensi aggiuntivi per i docenti coinvolti. Oggi, attraverso la formalizzazione della terza missione, la collaborazione con il privato diventa un obiettivo ufficiale e strategico delle università, riconosciuto come parte integrante della loro missione istituzionale. A ciò si aggiunge l’abrogazione del limite Monti agli stipendi dei docenti, che contribuisce a ridefinire un sistema di promozione del ruolo delle aziende dentro gli atenei, che rimpingua la saccoccia dei docenti.
Ne deriva una trasformazione che tende a favorire interessi individuali e settoriali a scapito della funzione pubblica dell’Università. Modalità di reclutamento e organizzazione del lavoro sempre più fragili contribuiscono a creare le condizioni per un’ulteriore espansione del privato, anche attraverso il coinvolgimento dei docenti in strutture quali la Bologna Business School, la SDA Bocconi, la LUISS Business School e la POLIMI Graduate School of Management, esempi di istituzioni di alta formazione manageriale collegate a grandi Atenei e caratterizzate dal rilascio di titoli accademici riconosciuti e programmi con standard internazionali. A queste si affiancano altre scuole, come MIB o CUOA, attive nel settore dell’alta formazione e dell’executive education, spesso con assetti giuridici differenti e relazioni articolate con università e imprese. Anche in questo caso, il confine tra integrazione virtuosa e interesse particolare resta oggetto di riflessione.
Dire che il sistema universitario abbia subito un feroce depotenziamento significa dunque limitarsi a descrivere la realtà. Non sorprende, pertanto, che alle porte degli Atenei si presentino aziende e capitali privati pronti a proporsi come mecenati, offrendo finanziamenti in cambio di progetti didattici e di ricerca orientati, sempre più spesso legati al complesso industriale-militare, in una “morsa marziale” ormai evidente.
Infine, non si può prescindere dal tema del lavoro. Un giovane neolaureato è mediamente retribuito fino al 25 per cento in meno rispetto ai colleghi più anziani, una sperequazione che pesa in modo significativo se confrontata con l’importo delle borse di studio e con i livelli retributivi dei ricercatori e dei laureati in altri Paesi europei.
Detto in termini forse crudi ma efficaci, il sistema economico italiano ha scelto da tempo di non valorizzare l’Università, la formazione e la ricerca — soprattutto quando autonome e libere — e di comprimere sistematicamente il capitale umano ad alta qualificazione e specializzazione.
Serve dunque un cambiamento profondo, che non si limiti a essere evocato ma che venga immaginato, costruito e attraversato fino in fondo, assumendosi la responsabilità di arrivare alla meta: non solo per l’Università e per chi la vive e la fa funzionare ogni giorno, ma per l’intera collettività e per il futuro del Paese, perché la formazione universitaria è un servizio pubblico che produce altro servizio pubblico, e come tale va riconosciuta, difesa ed esaltata come leva essenziale di sviluppo, giustizia sociale e democrazia.
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