La nuova Dottrina Monroe

Con il ritorno alla Dottrina Monroe, Trump rilancia una geopolitica di dominio: dall’America Latina alla Groenlandia, fino a Medio Oriente ed Europa. Venezuela, Iraq e Iran diventano tasselli di una strategia che intreccia pressione militare, controllo finanziario e, soprattutto, conquista delle riserve petrolifere.

di Manlio Dinucci da byoblu.com

Il presidente Trump ha ufficialmente adottato la Dottrina Monroe, con cui gli Stati Uniti rivendicavano nel 1823 il diritto di intervenire militarmente in Sud e Centro America considerata loro esclusiva zona d’influenza. Rivendicando oggi lo stesso diritto, Trump ne estende il raggio ad altre regioni, dalla Groenlandia al Medio Oriente, dall’Europa all’Asia. Emblematica è la politica seguita dall’Amministrazione Trump nei confronti di Venezuela, Iran e Iraq che, nella classifica dei paesi con le maggiori riserve petrolifere del mondo, sono rispettivamente al primo, terzo e quinto posto.

Gli USA vogliono ridurre il Venezuela a uno stato coloniale impadronendosi delle sue riserve petrolifere, le maggiori del mondo.

Il Segretario di Stato Marco Rubio, ha così spiegato alla Commissione Esteri del Senato perché gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente in Venezuela, arrestando il presidente Maduro per processarlo in un tribunale statunitense. “Nel nostro emisfero avevamo un regime guidato da un criminale narcotrafficante che era diventato una base operativa praticamente per tutti i nostri concorrenti, avversari e nemici nel mondo. Per l’Iran, il Venezuela era il principale punto operativo nell’Emisfero Occidentale.  Per la Russia, la principale base operativa nell’Emisfero Occidentale, insieme a Cuba e Nicaragua, era il Venezuela.  La Cina riceveva dal Venezuela petrolio con uno sconto enorme, circa 20 dollari al barile, e non lo pagava nemmeno. Veniva utilizzato per ripagare i debiti che il Venezuela aveva contratto”.

Quindi il Segretario di Stato descrive qual è oggi la situazione del Venezuela: “Ogni mese i governanti venezuelani ci presenteranno un bilancio di quanto hanno bisogno che noi finanziamo.  Sono stati molto collaborativi.  Si sono impegnati a utilizzare una parte consistente di quei fondi per acquistare attrezzature e medicinali direttamente dagli Stati Uniti.  Una delle cose di cui hanno bisogno è il diluente. Si tratta del greggio leggero che deve essere miscelato con il loro greggio pesante affinché il petrolio possa essere trasportato. In passato lo importavano al 100% dalla Russia. Ora lo importano al 100% dagli Stati Uniti. I governanti venezuelani meritano un certo riconoscimento. Hanno approvato una nuova legge sugli idrocarburi che sostanzialmente elimina molte delle restrizioni dell’era Chávez sugli investimenti privati nell’industria petrolifera del paese Probabilmente non è sufficiente per attrarre investimenti adeguati, ma è un grande passo avanti. Si tratta di un cambiamento importante”.

Gli USA dominano l’Iraq da quando si sono impadroniti nel 2003 delle sue riserve petrolifere, al quinto posto mondiale.

Il controllo degli Stati Uniti sui proventi petroliferi dell’Iraq deriva dalla gestione delle entrate petrolifere irachene attraverso la Federal Reserve Bank di New York. Dopo l’invasione del 2003, l’Autorità Provvisoria della Coalizione (CPA), guidata dagli Stati Uniti, ha istituito il Fondo di Sviluppo per l’Iraq (DFI), che è stato depositato presso la Federal Reserve di New York. Il petrolio è la fonte di reddito più importante dell’Iraq, rappresentando circa il 90% del bilancio statale. Ciò conferisce a Washington un’influenza significativa sulla stabilità economica e politica del Paese. Quando nel 2020 il governo iracheno ha chiesto alle truppe statunitensi di lasciare il Paese, Washington ha minacciato di tagliare l’accesso dell’Iraq ai fondi della Federal Reserve di New York, e Baghdad alla fine ha fatto marcia indietro.  Da quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato in carica, ha intrapreso una campagna di massima pressione contro l’Iran, con l’Iraq spesso coinvolto nel fuoco incrociato poiché Teheran lo ha utilizzato come polmone economico vitale.

Dopo l’attacco al Venezuela l’Amministrazione Trump si prepara da attaccare l’Iran, le cui riserve petrolifere sono al terzo posto mondiale

Trump minaccia l’Iran con una “massiccia armata” e avanza una serie di richieste. Funzionari statunitensi ed europei affermano di aver presentato tre richieste agli iraniani, tra cui la cessazione definitiva di tutte le attività di arricchimento dell’uranio.  L’Iran, he ha aderito al Trattato di non-proliferazione ed è quindi soggetto a controlli da parte delle Nazioni Unite., non possiede armi nucleari ma, come una trentina di altri paesi, potrebbe un giorno fabbricarle non essendoci una netta linea di demarcazione tra nucleare civile e militare.  Israele è in Medio Oriente l’unico paese che possiede armi nucleari e, non avendo aderito al Trattato di non-proliferazione. Non è soggetto ad alcun controllo. Gli Stati Uniti aiutano Israele ad ammodernare e potenziare le sue armi nucleari e hanno bombardato, per ordine di Trump, i suoi impianti nucleari.  Il fine strategico che gli USA perseguono è di rendere impossibile che l’Iran possa un giorno dotarsi di armi nucleari così che Israele resti l’unica potenza nucleare del Medioriente. Contemporaneamente gli USA vogliono impedire che l’Iran svolga il ruolo di snodo del Corridoio Nord-Sud della Russia e della Nuova Via della Seta promossa dalla Cina. Per ultimo, non in ordine di importanza, gli Stati Uniti vogliono assumere il controllo del petrolio iraniano, come hanno già fatto con quello iracheno e cominciato a faere con quello venezuelano.

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About Andrea Vento

Andrea Vento, docente di geografia economica presso l’Istituto Tecnico Commerciale «Antonio Pacinotti» di Pisa, si è laureato nel 1988 presso la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Pisa con corso di laurea in geografia e tesi in geografia economica. Appassionato di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare predilezione per il Medio Oriente e l’America latina, ha focalizzato le proprie ricerche e la propria attività sull’analisi di specifiche tematiche di carattere geoeconomico e geopolitico. Al centro del suo lavoro vi è il tentativo di ampliare - tramite scritti e conferenze - la conoscenza di particolari sfere economico-geografiche del mondo attuale. Nel 2013 - assieme ad alcuni colleghi - ha fondato il GIGA (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati).

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