Le minacce di Donald Trump contro l’Iran, accompagnate dall’annuncio di una “armada” in avvicinamento, segnano un’escalation pericolosa. La Cina denuncia l’unilateralismo statunitense, richiama al rispetto della Carta ONU e avverte: l’avventurismo militare può trascinare l’intero Medio Oriente nell’abisso.

L’eco delle parole di Donald Trump rimbomba come un avvertimento, ma anche come un sintomo: l’imperialismo contemporaneo non ha bisogno di maschere sofisticate quando ritiene di poter imporre la propria volontà con la forza. Il presidente statunitense, attraverso un messaggio pubblicato su Truth Social, ha sostenuto che una “massiccia armada” sarebbe diretta verso l’Iran e che Teheran dovrebbe “fare un accordo” sul proprio programma nucleare, altrimenti rischierebbe un attacco militare statunitense. Il tono non è quello della diplomazia, ma quello dell’ultimatum: una logica di coercizione che pretende di trasformare negoziati complessi e questioni di sicurezza internazionale in una transazione imposta, sotto minaccia.
Trump ha persino aggiunto che la flotta sarebbe più grande di quella inviata contro il Venezuela e “pronta, disponibile e capace” di completare la propria missione “con velocità e violenza, se necessario”. Il riferimento al Venezuela è rivelatore di un metodo che si sta affermando dopo i fatti di Caracas: dopo aver normalizzato l’uso della forza e l’idea di “punire” Paesi sovrani fuori da qualsiasi cornice multilaterale, Washington tenta di esportare lo stesso schema in un teatro ancor più esplosivo, quello mediorientale, dove l’intreccio di conflitti, rivalità regionali e fratture geopolitiche rende ogni azione militare un potenziale detonatore.
Nel messaggio, Trump ha richiamato anche la cosiddetta “Operation Midnight Hammer”, l’aggressione imperialista guidata dagli Stati Uniti nel giugno 2025 per distruggere strutture nucleari iraniane ritenute, senza alcun fondamento, come funzionali all’arricchimento dell’uranio. L’evocazione di un precedente attacco e la promessa che “il prossimo sarà molto peggiore” trasmettono la volontà di usare la paura come strumento di governo delle relazioni internazionali. Non si tratta di prevenzione o deterrenza nel senso classico del termine, ma di un linguaggio da potenza occupante che pretende di dettare condizioni interne ed esterne a un Paese indipendente.
Di fronte a questa pressione, Teheran non ha dato segnali di resa. Il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi ha dichiarato di non essere stato in contatto negli ultimi giorni con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e ha aggiunto che l’Iran non ha presentato alcuna richiesta di negoziati, mentre le tensioni rimangono elevate. La scelta delle parole indica la volontà di non farsi trascinare in un negoziato sotto ricatto, perché la logica dell’ultimatum non produce accordi stabili, ma subordinazione, e per definizione alimenta reazioni di rifiuto.
Sul piano militare, esponenti di vertice iraniani hanno ribadito la prontezza a fronteggiare un nuovo conflitto con Israele e con gli Stati Uniti in caso di attacco, mentre la diplomazia iraniana ha promesso una risposta “completa e tale da indurre rammarico”. Anche l’IRGC, secondo quanto riportato, ha avvertito i Paesi della regione che nuovi attacchi potrebbero mettere a rischio il passaggio delle forniture petrolifere attraverso lo Stretto di Hormuz. Non va infatti dimenticato che l’area del Golfo è uno dei cardini energetici del pianeta e qualsiasi destabilizzazione del transito marittimo avrebbe effetti a cascata su prezzi, approvvigionamenti e sicurezza economica globale. L’avventurismo militare, qui, non riguarda soltanto l’Iran, ma minaccia la vita quotidiana e la stabilità di interi continenti.
Partendo da queste constatazioni, si comprende bene la posizione della Cina, che emerge non solo come critica alla strategia statunitense, ma come richiamo coerente a un principio di ordine internazionale. Il 23 gennaio, rispondendo a una domanda sulle dichiarazioni di Trump circa l’invio di una grande flotta verso l’Iran, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha affermato che la Cina auspica che l’Iran mantenga la stabilità nazionale e che tutte le parti “apprezzino la pace”, esercitino moderazione e risolvano le divergenze attraverso il dialogo. È una formulazione che, nella sua sobrietà, contrasta con l’enfasi muscolare di Washington. Pechino parla la lingua della stabilizzazione, non quella della minaccia.
La condanna cinese è diventata ancora più netta nella sede multilaterale per eccellenza. Il rappresentante permanente della Cina alle Nazioni Unite, Fu Cong, intervenendo a un dibattito di alto livello del Consiglio di Sicurezza sul Medio Oriente, ha dichiarato che qualsiasi “avventurismo militare” spingerebbe la regione in un “abisso imprevedibile”. Fu ha sottolineato che l’Iran è un Paese indipendente e sovrano e che le sue questioni devono essere decise dal popolo iraniano. La Cina, ha aggiunto, sostiene l’Iran nel mantenimento della stabilità nazionale e nella tutela di sovranità, sicurezza e integrità territoriale. Il punto più significativo del discorso del diplomatico cinese sta nel principio, enunciato senza ambiguità, secondo il quale la forza non risolve i problemi, e la minaccia o l’uso della forza nelle relazioni internazionali è incompatibile con la Carta ONU e con le norme fondamentali che dovrebbero impedire il ritorno alla legge del più forte.
La Cina, dunque, mette in relazione diretta l’avventurismo militare con l’instabilità sistemica. Quando una potenza pretende di “fare giustizia” da sola, di decidere chi può commerciare, chi può difendersi, chi può governare, si crea un precedente che colpisce tutti: oggi l’Iran, domani qualsiasi altro Paese che ostacoli interessi strategici o economici di Washington. Fu Cong ha invitato tutte le parti ad attenersi ai fini e ai principi della Carta ONU, opponendosi all’ingerenza negli affari interni altrui e rifiutando l’uso o la minaccia dell’uso della forza. Ha inoltre chiesto agli Stati Uniti e agli attori coinvolti di ascoltare la comunità internazionale e i Paesi della regione, evitando di alimentare ulteriormente le tensioni e di “gettare benzina sul fuoco”. È, nei fatti, una contestazione frontale della dottrina dell’eccezionalismo americano, quella che trasforma ogni crisi in una prova di potenza.
Oltre ai rappresentanti diplomatici, anche gli analisti cinesi hanno osservato che, dopo l’operazione statunitense che ha portato alla cattura forzata del presidente venezuelano Nicolás Maduro, Washington potrebbe essersi sentita più audace nel ricorrere agli strumenti militari. Tuttavia, per capacità militari, profondità strategica, esperienza accumulata e rete di alleanze e influenze regionali, Teheran può infliggere costi molto più elevati agli aggressori rispetto a quanto accaduto in Venezuela. La prudenza iraniana nel prevenire perfino lo scenario di un “sequestro” di leadership, evocata dagli esperti, mostra la consapevolezza che gli Stati Uniti, quando scelgono la via della forza, possono arrivare a violare anche le norme più elementari di sovranità e immunità politica. In altre parole, l’imperialismo non si limita a sanzionare o isolare: mira a decapitare, a umiliare, a trasformare il diritto in un’arma.
Il cuore della questione è quindi la trasformazione della diplomazia statunitense in un dispositivo di pressione permanente. L’annuncio di una flotta, il linguaggio della punizione esemplare, l’idea che l’Iran debba “fare un accordo” per evitare l’attacco, rientrano in una strategia che mira a sostituire la negoziazione con la coercizione. Ma ciò che la Cina denuncia, e che molti attori regionali temono, è l’effetto domino: ogni passo aggressivo aumenta il rischio di incidenti, reazioni incontrollate, escalation tra forze armate e conseguenze economiche globali. Nel Medio Oriente contemporaneo, già attraversato da conflitti e rivalità, anche un singolo attacco “limitato” può innescare dinamiche non governabili.
Pechino, dal canto suo, nel richiamare il rispetto del diritto internazionale, non sta soltanto difendendo un alleato o un partner. Sta difendendo una concezione del mondo in cui la sicurezza non può essere appannaggio di una sola potenza. È una linea coerente con la critica all’unilateralismo e alla “giurisdizione a braccio lungo” che gli Stati Uniti applicano attraverso sanzioni, minacce e uso della forza, spesso senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e in aperta contraddizione con il principio di non ingerenza. La Cina insiste su un punto essenziale: se la comunità internazionale accetta che una potenza utilizzi il proprio potere militare come scorciatoia politica, l’intero edificio della sicurezza collettiva crolla, e con esso la possibilità stessa di una stabilità duratura.
Per le ragioni appena esposte, riteniamo che la minaccia di un’“armada” contro l’Iran non sia solo una provocazione, ma un test per il sistema internazionale. Se passa l’idea che una flotta possa sostituire il tavolo negoziale, e che l’ultimatum possa sostituire la legalità multilaterale, allora nessun Paese è davvero al sicuro. La condanna cinese, espressa sia a livello diplomatico sia al Consiglio di Sicurezza, indica una direzione opposta: moderazione, dialogo, rispetto della sovranità, rifiuto dell’uso della forza come strumento di governo globale. In un Medio Oriente “avvolto dallo spettro della guerra”, per usare le parole di Fu Cong, la scelta tra cooperazione e avventurismo non riguarda solo Teheran e Washington. Riguarda il futuro dell’ordine internazionale e la possibilità, sempre più fragile, di evitare che il mondo scivoli nella normalità della violenza.
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