Tra “Corollario Trump” e nuova NSS, Washington rivendica apertamente supremazia e ricatto economico nel “cortile di casa”, contro l’espansione cinese. In questo quadro, i BRICS non sono un’alternativa sistemica, ma un fattore di frattura dell’ordine unipolare fondato su dollaro, FMI e interventismo.

Articolo pubblicato su L’Interferenza
L’intervento di Trump in Venezuela non afferma solo la nuova dottrina Monroe ma lancia un monito a ogni paese del continente: o vi alleate con gli Usa obbedendo ai comandi yankee o non avrete scampo e vita facile, anzi la vostra sopravvivenza è a rischio. Il diktat viene lanciato a tutti i paesi che guardano con simpatia ai Brics, disponibili a commerciare in yuan o con altra moneta che non sia il dollaro rifiutando le imposizioni delle multinazionali statunitensi. Da tempo numerosi paesi sono in rapporti commerciali con la Cina tanto da ipotizzare che la cosiddetta Via della Seta si sia spinta anche nel continente latino-americano.
I silenzi di Lula non sono solo frutto di imbarazzo ma nascono dalla consapevolezza di essere tra i possibili bersagli di Trump, dal Brasile passano accordi commerciali e investimenti della Cina che da tempo mantiene stretti rapporti con la Celac, la Comunità degli Stati Americani e dei Caraibi che include una trentina di paesi con una popolazione che supera 600 milioni di unità. E gli Usa vogliono prendere il posto della Cina accaparrandosi tutti gli scambi commerciali esistenti. In questi anni la Cina ha messo a disposizione tecnologie e linee di credito in yuan (!), la banca dei Brics è presente in tutto il continente americano, la presenza cinese risale a quasi 30 anni fa, hanno investito 200 miliardi di dollari in infrastrutture allacciando rapporti con la Colombia che, non casualmente, è un altro paese nell’occhio del ciclone.
Un faraonico porto con capitali e tecnologie avanzate cinesi è stato costruito in Perù, gli investimenti cinesi sono molteplici e variegati, per fare due soli esempi la Cina è divenuta il partner commerciale privilegiato per la soia brasiliana e tra i più importanti per la carne, per il mais e la frutta cilena.
Negli ultimi 30 anni la Cina è divenuta il partner commerciale privilegiato per buona parte dei paesi latino-americani, ci sono tanti accordi di interscambio, eppure la Tigre asiatica ha affrontato molti rischi finanziari derivanti dalle continue minacce statunitensi e dalla instabilità dell’area, i generosi, ma interessati, prestiti cinesi sono serviti a tanti paesi per affrancarsi dalla sudditanza rispetto agli Usa, per costruire nuove vie commerciali e ricevere aiuti tecnologici importanti. Questo fa paura a Trump e lo porta a rievocare la dottrina Monroe, nulla si muova nel continente americano contro il volere Usa, nel frattempo si comprende come l’iniziativa cinese sia andata avanti nel corso del tempo con due obiettivi ambiziosi: ridimensionare il dollaro, favorire gli scambi commerciali in yuan. Inoltre, hanno concluso importanti accordi con paesi del continente americano in vari campi che vanno dall’industria all’agricoltura, dalle infrastrutture allo sfruttamento delle materie prime senza dimenticare l’energia. E in 20 anni l’interscambio è passato da 12 a circa 500 miliardi di dollari.
L’intervento di Trump in Venezuela a inizio 2026 ha come obiettivo l’accaparramento e il controllo di tutte le riserve di gas e di petrolio di quel paese, un intervento militare tuttavia mira anche a lanciare un monito a tutta l’area, a destabilizzare altri paesi, fino alla caduta di Cuba che dipende dai generosi aiuti di alcuni paesi, tra i quali appunto il Venezuela. L’intervento Usa, tuttavia, va ben oltre Maduro, rimette al centro il dollaro come moneta di riferimento per ogni attività commerciale ed economica nel continente latino-americano con il chiaro intento di ricacciare gli investimenti cinesi che hanno allontanato tanti paesi da Washington (e per farlo hanno bisogno di scatenare continue tensioni dimostrando che la presenza di imprese asiatiche rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale ed internazionale).
Con troppa supponenza è stato affrontato il documento strategico della Casa Bianca. I paesi che decidono di investire negli Usa, di acquistare titoli di stato sono quelli maggiormente graditi, sia sufficiente vedere gli investimenti del Giappone pari a 550 miliardi di dollari in tutti i settori strategici o l’Arabia Saudita e la Corea del Sud.
Gli aiuti (interessati) statunitensi a paesi in crisi hanno sempre merci di scambio a dir poco onerose, tra qualche anno se ne renderanno conto gli argentini che hanno votato Milei, quando la dipendenza strutturale dalla finanza e dall’economia americana diventerà palese come la sistematica sottrazione delle risorse del sottosuolo e delle ricchezze del paese da parte delle multinazionali statunitensi.
Nel frattempo, gli Usa presentano dati di crescita più bassi delle previsioni, l’indebitamento pubblico ha raggiunto 38 miliardi di dollari, 15 volte l’intero PIL italiano, pari al 124% del PIL. Senza la centralità e il dominio del dollaro la tenuta dell’egemonia Usa è quindi a rischio, per questo nasce il nuovo protagonismo militare statunitense. I tassi di interesse sulle carte di credito sono divenuti elevati come mai accaduto nella storia, oggi si attestano attorno al 21 per cento, superiori a quelli del 2008. Le famiglie statunitensi si vanno indebitando in maniera crescente, per questo Trump è intervenuto cercando di imporre la forte riduzione dei tassi di interesse guadagnando parte del consenso nel frattempo perduto.
Le pressioni di Trump, la politica imperialista, l’avere stracciato accordi e convenzioni internazionali, gli interventi militari scatenati in varie parti del Globo hanno raggiunto i loro obiettivi: ricevere finanziamenti da vari paesi, miliardi di dollari dai paesi del Golfo che temono le rivolte popolari e l’influenza di Hamas in casa loro.
Tuttavia, gli interventi militari Usa potrebbero avere effetti opposti a quelli sperati, ad esempio non pacificare i paesi ma alimentare piuttosto rivolte al loro interno. Nel frattempo, il capitale a sostegno di Trump ottiene quello di cui necessita: colossali ordinazioni alle aziende belliche Usa tra piattaforme tecnologiche, sistemi bellici, tecnologie duali e il variegato mondo dei servizi connesso.
Chi non accetta di dissanguarsi per favorire gli Usa (investimenti diretti e indiretti) diventa stato canaglia e subisce dazi elevati o viene accusato di ogni nefandezza, colpito da embarghi fino alla capitolazione.
Abbiamo appena spiegato, in termini fin troppo semplicistici, il nuovo ordine mondiale, nel frattempo la Ue ha davanti a sé una sola strada da percorrere, ossia quella di seguire l’esempio statunitense, armarsi con le ordinazioni agli Usa, digitalizzare i paesi e dipendere dal greggio e del gas americano che acquisterà a caro prezzo, senza dubbio assai più di quello russo.
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