Il Governo Meloni sarà ricordato come l’esecutivo che ha abbattuto il numero dei disoccupati?

I dati ISTAT certificano un calo della disoccupazione sotto il Governo Meloni, ma la lettura trionfalistica rischia di occultare nodi strutturali: inattività crescente, precarietà, divari territoriali e di genere, salari bassi e welfare sotto pressione. Il vero bilancio si misura sulla qualità dell’occupazione e sulla coesione sociale.

Il Governo Meloni ha abbattuto il tasso di disoccupazione, con le destre si creano posti di lavoro. Potremmo anche virgolettare queste affermazioni che da mesi leggiamo sulla stampa sostenitrice del Governo. I dati sono veri e certificati dall’Istat, quindi va riconosciuto all’attuale Esecutivo di avere invertito la tendenza ultradecennale della contrazione dei posti di lavoro. Peccato che le destre si prendano meriti che andrebbero condivisi con i Governi precedenti che alcune misure lacrime e sangue (ad esempio l’aumento dell’età pensionabile) avevano già adottato.

E in ogni caso meriti del Governo finiscono qui perché le statistiche andrebbero lette e riportate integralmente non solo per onestà intellettuale ma anche per adottare scelte e politiche utili al paese.

Perché i racconti consolatori e l’autoreferenzialità della classe politica alla lunga sono argomenti deboli, sarebbe importante invece capire perché abbiamo il maggiore numero di persone che non lavorano e una occupazione non la cercano, un elevato numero di under 30 che hanno abbandonato gli studi senza portarli al termine e non sono poi riusciti a trovare una occupazione stabile. Una grande quantità di uomini e donne che tra una occupazione a tempo determinato e l’altra non hanno beneficiato dei percorsi formativi e di riqualificazione indispensabili per ricollocarsi sul mercato del lavoro.

 Dovremmo occuparci seriamente del tasso di inattività, dei troppi ritardi nella formazione, della distanza tra scuole e mondo del lavoro, indagare le differenze territoriali, quelle di genere, i divari tra Nord e Sud, i bassi salari che imperversano. Nel frattempo, il Governo ha trasmesso un messaggio alle imprese: siate libere di accrescere i profitti continuando con le politiche di austerità salariale tanto qualche incremento alle buste paga arriverà dal taglio del cuneo fiscale che presto presenterà un conto salato: i tagli al sociale e al welfare.

Chiediamoci allora cosa accadrà a questa zona grigia che non lavora e, in futuro, avrà scarse opportunità di entrare nel mondo produttivo se non con ruoli marginali in appalti e subappalti. La zona grigia si allarga come la fascia della povertà relativa e assoluta a conferma di una americanizzazione della società con una forte differenziazione al suo interno e il progressivo indebolimento della classe media che non casualmente, nell’ultima Manovra di Bilancio, esce penalizzata con gli interventi in materia fiscale. La tenuta di un paese dipende anche dal superamento delle disparità al suo interno, i dati Istat ci riportano con i piedi per terra ricordando a noi tutti, governanti inclusi, che la strada da percorrere è ancora lunga e necessita di scelte che questo Esecutivo non pare abbia alcuna intenzione di sostenere.

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About Federico Giusti

Federico Giusti è delegato CUB nel settore pubblico, collabora coi periodici Cumpanis, La Città futura, Lotta Continua ed è attivo sui temi del diritto del lavoro, dell'anticapitalismo, dell'antimilitarismo.

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