Venezuela: Trump e gli USA gettano la maschera

L’aggressione militare statunitense contro il Venezuela e l’arresto di Maduro segnano un salto di qualità nella strategia di Washington. Al di là delle alternanze tra repubblicani e democratici, emerge la continuità imperiale degli USA: controllo delle risorse, disciplina dell’America Latina, pressione su BRICS, Cina e Russia.

Articolo pubblicato su L’interferenza

La banditesca aggressione al Venezuela conferma, per chi avesse nutrito dei dubbi, la natura squisitamente imperialista dell’attuale amministrazione americana. Ma in realtà conferma la natura (e la struttura) imperialista degli USA di cui l’attuale amministrazione è soltanto una delle sue diverse rappresentazioni. Che alla Casa Bianca ci siano i repubblicani o i democratici, i conservatori o i “progressisti”, i neoconservatori o i liberal, Bush oppure Obama, Clinton o Trump, la musica non cambia né può cambiare. Possono mutare le strategie, le tattiche e le “coperte” ideologiche, ma la sostanza resta immutata. Gli Stati Uniti nascono e si affermano come potenza e poi come superpotenza imperialista mondiale e tale vogliono rimanere, a qualsiasi costo.

Questo sfacciato e criminale attacco ha diversi obiettivi. Innanzitutto, liberarsi di un governo socialista e ovviamente non prono ai diktat di Washington sostituendolo con un governo fantoccio e asservito, e naturalmente mettere le mani sulle grandi risorse petrolifere di quel paese, con la complicità delle classi proprietarie locali, cioè di una borghesia corrotta, sordidamente reazionaria e antipopolare che non ha mai fatto mistero dei suoi intenti golpisti. Una borghesia stracciona e “compradora” di cui la neo vincitrice del Premio Nobel per la Pace (ormai da tempo una farsa a scopi propagandistici e mediatici), Maria Corina Machado, è la più “valida” rappresentante.   

Ma c’è dell’altro. L’aggressione militare diretta è un chiaro messaggio a tutti gli altri paesi latino americani, in particolare a quelli guidati da governi progressisti o anche timidamente socialdemocratici, e cioè che l’America Latina era e deve tornare ad essere il giardino di casa degli Stati Uniti (l’hanno chiamata “Dottrina Monroe”). Per qualche tempo le diverse congiunture internazionali hanno fatto sì che la morsa degli Usa sul continente si allentasse ma ora si torna ai vecchi “fasti”. Onde per cui allineatevi – questo il senso – altrimenti quello che è successo al Venezuela succederà anche a voi. Fatevene una ragione. L’attacco al Venezuela costituisce anche un salto di qualità nella strategia americana. Non siamo infatti in presenza di una “rivoluzione colorata” o di un colpo di stato interno (anche se è decisamente evidente la complicità di almeno un pezzo dell’esercito venezuelano nell’operazione e nell’arresto del Presidente Maduro da parte delle forze speciali americane), come avvenuto in tanti altri casi (fra tutti ricordiamo il colpo di stato che nel 1973 rovesciò in Cile il governo socialista presieduto da Allende e mandò al potere il torturatore Pinochet), ma di una vera e propria aggressione da parte dell’esercito statunitense.  Non è un fatto da poco.

Ma c’è ancora molto altro. L’attacco al Venezuela e l’arresto di Maduro è un messaggio rivolto a tutti quei paesi che negli ultimi tempi hanno oscillato, tentennato e hanno pensato di potersi finalmente affrancare dalla tradizionale e storica sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, magari avvicinandosi ai BRICS. È un messaggio che parla forte e chiaro e dice che se qualcuno pensa di potersi liberare dal dominio degli USA (e del dollaro…) sa a cosa va o potrebbe andare incontro.  E’ un messaggio rivolto a tanti paesi africani (per la serie “Se pensate di liberarvi di noi come vi siete liberati della Francia avete fatto male i vostri calcoli…”) e ovviamente anche asiatici (“l’indopacifico” è nostro e non abbiamo nessuna intenzione di mollarlo…”), e infine (ma non per ultimo) è un messaggio, anche molto schietto, alla Cina e anche alla Russia. Gli USA non fanno un passo indietro e l’idea trumpiana di una “tripartizione” del mondo deve comunque vedere gli Stati Uniti in una posizione di egemonia, con le buone o, preferibilmente, con le cattive. Anzi, meglio con le cattive, perché con le buone gli Stati Uniti non riescono a tenere testa sia economicamente che tecnologicamente, alla Cina.

In estrema sintesi queste sono le ragioni che hanno spinto il governo americano ad attaccare il Venezuela. Un attacco che, ovviamente, era stato organizzato già da molto tempo e anticipato da un’offensiva mediatica finalizzata a criminalizzare il legittimo governo socialista e a dipingere il Presidente Maduro come un feroce dittatore dedito al narcotraffico. Un’accusa, quest’ultima, priva di ogni fondamento e soprattutto del tutto strumentale, se pensiamo che l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, è stato prima arrestato, estradato negli Stati Uniti, condannato per traffico di cocaina e successivamente graziato dallo stesso Trump.  

È evidente che siamo entrati in una nuova fase. Coloro (alla meglio gli sprovveduti, per non voler infierire…) che pensavano che Trump e sodali potessero rappresentare una svolta nella politica mondiale e addirittura favorire il processo verso un mondo multipolare, sono stati clamorosamente smentiti. Stiamo andando verso una acutizzazione dello scontro a livello globale. Gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di rinunciare a dominare il pianeta. E’ ovvio che non possono non tenere conto della Cina e della Russia ma non hanno nessuna intenzione di allacciare con questi paesi relazioni da pari a pari. Il loro obiettivo è mantenere il dominio assoluto sulle aree di loro “competenza”, indebolire e disarticolare i BRICS, frenare il processo di de-dollarizzazione,  riportare l’india nel loro alveo, rafforzare il controllo sui paesi asiatici loro alleati, Giappone e Corea del Sud in primis, mantenere l’egemonia nel Vicino e Medio Oriente (l’Iran deve essere in qualche modo destabilizzato), tenere l’Europa in una condizione di sudditanza e dipendenza e, naturalmente, tentare quanto più possibile di isolare la Cina.  Nubi fosche all’orizzonte, è inutile nascondercelo.

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About Fabrizio Marchi

Fabrizio Marchi è nato a Roma il 09/11/1958. Si è laureato in Scienze Politiche e in Filosofia. Giornalista Pubblicista, si occupa di comunicazione, relazioni istituzionali e politica internazionale.

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