L’Iraq dopo il voto, tra ingerenze esterne ed esclusione delle forze civili e democratiche

Le elezioni legislative irachene dell’11 novembre, segnate dall’esclusione di numerosi candidati e dal boicottaggio sadrista, si sono svolte tra accuse iraniane di ingerenze statunitensi e l’azzeramento della rappresentanza delle forze democratiche, rivelando un sistema politico bloccato e in profonda crisi di legittimità.

L’esito delle elezioni legislative irachene dello scorso 11 novembre consegna un parlamento frammentato, dominato ancora una volta dalle forze tradizionali e privo di rappresentanza per le principali forze civili e di sinistra. Il successo relativo della coalizione del primo ministro Mohammed Shia’ al-Sudani (in foto), l’assenza del Movimento Sadrista (al-Tayyār al-Sadrī), le accuse iraniane di ingerenza statunitense e la denuncia del Partito Comunista Iracheno (al-Ḥizb al-Shuyūʿī al-ʿIrāqī) di un sistema ormai svuotato di sostanza democratica sono tasselli di una stessa crisi.

L’11 novembre, come anticipato, gli iracheni sono stati chiamati alle urne per eleggere i 329 membri del Consiglio dei Rappresentanti. Secondo i dati ufficiali della Commissione elettorale indipendente (IHEC), l’affluenza ha raggiunto il 56,11% degli elettori registrati, un balzo in avanti rispetto al 2021. Tuttavia, milioni di aventi diritto non si sono registrati, tanto che alcune stime collocano la partecipazione reale intorno al 35–40%, confermando una forte disillusione verso l’intero processo politico.

Sul piano numerico, la coalizione Ricostruzione e Sviluppo guidata da al-Sudani è arrivata prima con 46 seggi e poco più del 12%, seguita dal Partito Democratico del Kurdistan (Partiya Demokrat a Kurdistanê, PDK) di Masoud Barzani con 26 seggi, dal partito sunnita Takadum (Progresso) con 27, dalla Coalizione dello Stato di Diritto (I’tilāf Dawlat al-Qānūn) di Nouri al-Maliki con 29 e dal blocco Al-Sadiqoun, braccio politico della formazione sciita Asa’ib Ahl al-Haq, con 27 seggi. Altre formazioni come l’Organizzazione Badr, anch’essa di ispirazione sciita, l’Unione Patriottica del Kurdistan (Yekêtîy Nîştimanîy Kurdistan, YNK), l’Alleanza delle Forze Nazionali e le coalizioni sunnite e tribali completano un mosaico estremamente frammentato.

In altre parole, nessuna forza dispone della maggioranza di 165 seggi. Come nelle precedenti tornate, la formazione del governo richiederà mesi di trattative tra blocchi sciiti, sunniti e curdi, con il rischio di paralisi istituzionale e di nuove crisi come quella seguita alle elezioni del 2021.

Un voto segnato da esclusioni, denunce di irregolarità e “denaro politico”

Dietro la facciata di un’affluenza in crescita, la dinamica concreta del voto mostra un quadro meno rassicurante. Già nei mesi precedenti al voto, la IHEC aveva avviato un processo di verifica su centinaia di candidati, alcuni dei quali accusati di corruzione o di legami con il disciolto Partito Ba‘th, la formazione che faceva capo a Ṣaddām Ḥusayn. Alla vigilia e subito dopo le elezioni, diversi candidati sono stati esclusi, talvolta dopo aver già ottenuto seggi, con motivazioni formali come l’assenza di documenti accademici o la violazione di requisiti legali. Il fatto che alcuni di questi casi riguardino liste minori o emergenti, mentre i grandi blocchi restano in larga misura intoccabili, alimenta il sospetto di un uso selettivo delle regole per riequilibrare il quadro a favore dell’establishment.

Anche l’analisi di centri di ricerca indipendenti sottolinea come la relativa “stabilità” del paese alla vigilia del voto sia stata ottenuta più attraverso la repressione e il controllo delle proteste che grazie a una reale legittimità delle istituzioni. Il ricorso massiccio al “denaro politico” – acquisto di voti, clientelismo, uso di risorse statali per favorire candidati legati ai blocchi dominanti – e la presenza pervasiva di milizie armate trasformate in liste elettorali mostrano la distanza tra le procedure formali e un’autentica competizione democratica.

In questo quadro si colloca la denuncia di Tahalf al-Badil (Alleanza Alternativa), il cartello che riunisce le forze progressiste e socialiste, compreso il Partito Comunista Iracheno. Nel comunicato diffuso nelle ore successive al voto, l’Alleanza Alternativa parla apertamente di “elezioni trasformate in una transazione per la spartizione del potere” e di un “patto non sacro” tra settori del potere statale e fazioni armate, che avrebbero impiegato enormi risorse per orientare il voto, in assenza di una reale supervisione internazionale. Il comunicato insiste su tre elementi: esclusione forzata e sistematica di intere correnti politiche, opacità dei criteri e delle procedure, mancata applicazione della legge sui partiti soprattutto rispetto al possesso delle armi al di fuori delle istituzioni statali.

A questo si aggiungono le irregolarità segnalate durante il voto anticipato e nella giornata dell’11 novembre: uso di telefoni cellulari nei seggi per documentare il voto, pressioni sui dipendenti pubblici, traffico di tessere elettorali e un clima generale in cui l’accesso al voto è apparso condizionato da reti clientelari e dalla presenza di milizie in molte aree.

Il boicottaggio sadrista e il vuoto di rappresentanza

Un altro elemento centrale per comprendere la mappa del nuovo parlamento è il boicottaggio del Movimento Sadrista. Dopo aver ottenuto il maggior numero di seggi nel 2021, Muqtada al-Sadr aveva ritirato i suoi deputati nel 2022, in rottura con gli altri blocchi sciiti, e nel luglio 2025 ha annunciato che avrebbe boicottato le elezioni, invitando la sua vasta base, in particolare nella capitale Baghdad e nella sua città natale Najaf, a non recarsi alle urne.

Il risultato è una partecipazione significativamente più bassa in molte roccaforti sadriste, dove i seggi sono rimasti in buona parte vuoti. Questo ha aperto spazio per le altre formazioni sciite, come Badr e Al-Sadiqoun, oltre che per la stessa coalizione di al-Sudani, che in diverse province sciite del sud ha ottenuto risultati “a valanga”.

Strategicamente, il boicottaggio permette ad al-Sadr di continuare a presentarsi come oppositore “puro” del sistema di spartizione settaria, senza assumersi le responsabilità di governo. Ma sul piano pratico esso indebolisce ogni possibilità di ribilanciamento interno del campo sciita e lascia campo libero ad altre forze. Il messaggio che arriva alla popolazione da parte dei sadristi è dunque ambiguo: da un lato si denuncia la “corruzione del sistema”, dall’altro si rinuncia a qualsiasi tentativo di modificarlo dall’interno, delegando di fatto il parlamento alle stesse élite che si vorrebbero scalzare.

A livello più generale, il boicottaggio sadrista accentua la crisi di rappresentanza che affligge l’Iraq dal 2019, quando il movimento di protesta di Tishreen è stato represso con estrema violenza. Una parte importante della gioventù urbana, dei lavoratori precari, delle classi subalterne vede oramai nelle elezioni poco più che un rituale per ridefinire gli equilibri tra vecchie e nuove oligarchie, senza affrontare le questioni strutturali di disoccupazione, servizi, sanità, istruzione, corruzione.

Washington, Teheran e la competizione per l’influenza

Allargando lo sguardo oltre i confini nazionali, le elezioni del 2025 si sono svolte sullo sfondo di una rinnovata competizione tra Stati Uniti e Iran per l’influenza su Baghdad, in un contesto regionale segnato dal genocidio di Gaza, dal conflitto provocato da Israele in Libano e soprattutto dalle ancora recenti violazioni della sovranità iraniana da parte di Israele e degli Stati Uniti.

Due giorni prima del voto, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha accusato apertamente gli Stati Uniti di interferire nelle elezioni irachene, definendo qualsiasi ingerenza straniera “condannata e respinta dal popolo e dal governo iracheni” e affermando che le interferenze nordamericane sono “sicuramente dannose”. Le sue dichiarazioni sono giunte dopo una nuova serie di sanzioni statunitensi contro aziende e individui iracheni accusati di sostenere l’Iran e le milizie a esso collegate.

La reazione di Baghdad è stata indicativa della sudditanza del governo iracheno nei confronti degli Stati Uniti, quando il Ministero degli Esteri iracheno ha definito “sorprendenti” e “provocatorie” le affermazioni di Baghaei, accusando a sua volta Teheran di ingerire negli affari interni iracheni.

Non a caso, sul fronte statunitense, l’inviato speciale per l’Iraq, Mark Savaya, ha celebrato le elezioni come “segno chiaro di progresso”, ribadendo il sostegno a Baghdad nella lotta contro “le milizie armate” e nel “porre fine alle interferenze esterne”, formule che alludono in modo trasparente all’Iran e ai suoi alleati, ma che in realtà dimostrano come siano gli Stessi Stati Uniti a mettere in pratica le ingerenze più flagranti. onti riportate dalla stampa internazionale indicano inoltre che funzionari statunitensi avrebbero chiesto che sei gruppi armati filo-iraniani – tra cui Kata’ib Hezbollah, Harakat al-Nujaba, Asa’ib Ahl al-Haq e altre milizie che dispongono anche di bracci politici come Huqooq e Al-Sadiqoun – fossero esclusi dal futuro governo e che venissero disarmati.

Tale situazione mette in evidenza la classica ipocrisia e il doppio standard applicato da Washington che si presenta come garante di una “democrazia sovrana” irachena proprio mentre pone condizioni precise sulla composizione del governo e sulla presenza di determinate forze in parlamento.

Il Partito Comunista Iracheno e l’assenza delle forze civili in parlamento

Come accennato in precedenza, il Partito Comunista Iracheno ha partecipato alle elezioni all’interno di Tahalf al-Badil, cercando di dare una rappresentanza politica al fronte civile e democratico emerso con le proteste del movimento Tishreen. La campagna elettorale, come testimoniano i resoconti delle attività sul territorio, è stata caratterizzata da un lavoro capillare: attività porta a porta nei quartieri popolari di Baghdad, presenza nei mercati di Nassiriya, incontri nelle aree rurali di Basra e Maysan, conferenze pubbliche e tavoli di propaganda in città come Samarra, Diwaniya, Kut.

Il messaggio centrale era la costruzione di uno Stato civile, democratico e sociale: superamento del sistema di quote settarie, lotta alla corruzione e al saccheggio delle risorse petrolifere, rilancio dell’industria e dell’agricoltura nazionali, difesa dei diritti dei lavoratori, dei giovani, delle donne, dei gruppi minoritari. In molti luoghi, il partito ha trovato simpatia e rispetto, beneficiando della credibilità storica accumulata in decenni di opposizione e sacrifici. Tuttavia, questo radicamento sociale non si è tradotto in seggi parlamentari.

In una dichiarazione del 15 novembre, il Comitato Centrale del PCI ha riconosciuto che le forze civili democratiche non hanno ottenuto alcuna rappresentanza nel nuovo parlamento: è la prima volta dal 2003, anno dell’invasione statunitense dell’Iraq, che nessuna forza di questo campo siede nell’assemblea legislativa.

Il documento definisce questo risultato “un segnale grave sulla natura dell’ambiente politico, economico e sociale in cui si sono svolte le elezioni” e denuncia una “democrazia puramente formale, svuotata di contenuto”, dominata da denaro politico, armi fuori dallo Stato, clientelismo e sfruttamento delle risorse pubbliche da parte di una minoranza dominante.

Nonostante ciò, la dichiarazione insiste sulla volontà di continuare la lotta “con determinazione incrollabile”, attraverso l’azione sociale, sindacale e politica, la costruzione di alleanze con altre forze progressiste e nazionali e la difesa di un progetto di Stato di cittadinanza, uguaglianza e giustizia sociale. Il PCI annuncia anche una valutazione interna complessiva della partecipazione alle elezioni, per trarre lezioni e adattare la propria strategia.

Conclusione

All’indomani del voto, la Corte federale ha proclamato la fine del mandato del precedente parlamento e trasformato il governo in esecutivo di “ordinaria amministrazione” in attesa della formazione del nuovo gabinetto, ricordando che l’esecutivo uscente non può firmare trattati, contrarre prestiti o compiere scelte strategiche di lungo periodo. La palla passa ora ai blocchi parlamentari, che dovranno trovare un compromesso per evitare una nuova crisi istituzionale.

La mappa uscita dalle urne, però, non indica un reale rinnovamento. Le principali famiglie politiche – sciita, sunnita, curda – mantengono il controllo del campo, con qualche riallineamento interno ma senza apertura strutturale a forze nuove, civili o di classe. Le milizie armate restano attori centrali, spesso dietro le quinte, nella definizione di alleanze e nella gestione delle risorse. La competizione tra Stati Uniti e Iran continua a proiettarsi sul terreno iracheno, limitando i margini di manovra di qualunque governo.

In questo quadro, il boicottaggio sadrista, l’esclusione di numerosi candidati e l’azzeramento della rappresentanza parlamentare delle forze civili e di sinistra sono tre facce di uno stesso problema: l’incapacità del sistema post-2003 di offrire canali credibili di partecipazione e cambiamento alle classi popolari, ai giovani, ai settori che avevano animato le piazze di Tishreen. Finché le elezioni resteranno soprattutto “un mercato politico” in cui la lealtà viene assicurata solo in cambio di risorse, mentre i cittadini vedono svanire le promesse di sicurezza, lavoro e servizi, la legittimità del sistema continuerà a erodersi.

Il Partito Comunista Iracheno, insieme ad altre forze civili, tenta di mantenere accesa un’alternativa, sia pure fuori dal parlamento. Ma la distanza tra questo progetto e l’architettura reale del potere in Iraq rimane enorme. La domanda aperta, dopo l’ennesima elezione senza svolte, è se la prossima fase sarà segnata da una lenta normalizzazione dell’esistente o da una nuova ondata di protesta sociale che rimetta in discussione alleanze interne, equilibri regionali e ruolo delle potenze esterne nel paese.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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