Mentre il Governo incensa la Manovra come equa e solidale, il testo annuncia meno progressività fiscale, sgravi alle imprese e vantaggi ai ceti alti. Salari e welfare restano al palo, la classe media paga il drenaggio fiscale. Cisl e Uil applaudono.

In queste ore si susseguono comunicati e dichiarazioni atte a presentare la prossima Manovra di Bilancio come virtuosa, una sostanziale risposta alle istanze sociali, imprenditoriali ed economiche per la crescita del paese, per rendere il sistema fiscale più equo e solidale. Un documento di Bilancio può essere letto in svariati modi, ad esempio, prendendo dei singoli punti per tesserne le lodi. Tra qualche giorno, con il testo della proposta di Legge pubblicato, potremo smentire punto su punto le dichiarazioni di un Governo che intanto sfugge da ogni domanda in conferenza stampa.
Proviamo allora a rispondere alcune domande:
- L’economia cresce con la riduzione delle tasse? Se così fosse non sarebbe plausibile che anni fa, con un fisco più pesante di quello attuale, la crescita economica era di gran lunga maggiore di quella odierna che presenta irrisori aumenti del Pil di mezzo punto percentuale. La nostra posizione è diametralmente opposta a quella dei sindacati rappresentativi, non siamo contrari ad accrescere le aliquote fiscali stabilendo equità e progressività nel sistema fiscale, convinti che gli aiuti alle imprese non siano fino ad oggi servite per accrescere gli occupati (senza contratti a tempo e precari), per aumentare i salari, per investire in formazione e sviluppo.
- Stato leggero eccezion fatta quando aiuta le imprese? Se lo stato si sostituisce alle aziende utilizzando la leva fiscale per portare qualche beneficio alle buste paga, il cui potere di acquisto è per altro in perenne erosione, alla lunga mancheranno i soldi per il welfare. Lo Stato già aiuta le imprese con ammortizzatori sociali, con aiuti di vario genere, non si capisce perché le imprese debbano accrescere i loro utili e profitti, perché debbano ricevere grandi vantaggi dalle quotazioni in Borsa e poi al momento di restituire parte delle loro ricchezze sotto forma di incrementi salariali vadano a battere cassa dallo Stato.
- E i sindacati? i sindacati chiederanno al Governo di aumentare la detassazione delle tredicesime e del salario accessorio in cambio, magari, di deroghe ai contratti nazionali accrescendo la produttività.
- Si colpisce la classe media? Le entrate in busta paga saranno superate dalle uscite, infatti aumentando, pur di poco lo ripetiamo, lo stipendio, cresceranno anche le tasse. I redditi vicini ai 35 mila euro lordi all’anno saranno i più tartassati per il mancato adeguamento delle aliquote Irpef, delle detrazioni e dei bonus fiscali, ragione per cui il lieve incremento salariale verrà superato dalla maggiore pressione fiscale. Sia sufficiente, infatti, qualche ora in più di straordinario (su richiesta dalle imprese e imposizione da parte dei contratti nazionali) per superare la soglia oltre la quale la tassazione diventa maggiore.
- La domanda senza risposta è perché inserire dei paletti in una soglia media delle retribuzioni quando invece i redditi elevati non vengono minimamente toccati.
- Cosa chiedere allora al Governo?
Tante aliquote fiscali quanti ne esistevano 40 anni fa, un fisco che guardi meno ai redditi sotto 35 mila euro e assai di più a quelli sopra 100 mila, aumenti contrattuali adeguati al potere di acquisto. Una riforma del drenaggio fiscale, o per dirla alla inglese fiscal drag, che poi è l’aumento del fisco in base al rapporto tra imposte dirette ed indirette, contributi sociali e PIL, rivedere i meccanismi a vantaggio dei redditi medio bassi, specie in periodi nei quali la inflazione cresce sensibilmente come avvenuto negli ultimi anni.
La detassazione degli aumenti contrattuali al 5% è destinata ai redditi sotto i 28 mila euro, a noi sembra questa misura del tutto demagogica e insufficiente, insomma se le inventano di tutte per giustificare le politiche di austerità salariale. Per chi possieda ad esempio oltre 2 milioni di reddito (sono in 500 mila in Italia) potrebbe essere applicata una aliquota tale da avere oltre 26 miliardi di euro da investire nel welfare. Questa sarebbe una scelta coraggiosa e con benefici immediati sul nostro comatoso stato sociale ma per una scelta del genere sarebbe necessaria una forte volontà politica di fermare la speculazione finanziaria e la disuguaglianza sociale.
Il potere di acquisto non si salvaguarda con la riduzione delle tasse ma con aumenti salariali, se poi il fisco vuole essere equo e non vessatorio dovrebbe stabilire delle regole vantaggiose per i salari medi e bassi ma questa scelta farebbe entrare il proponente (il Governo) in rotta di collisione con i poteri forti e con la Finanza che invece guarda con interesse e compiacenza le politiche della Maggioranza di centro destra. E allo stesso tempo sarà il caso di ricordare che le prime dichiarazioni rese da Cisl e Uil sono di plauso alla attività del Governo proprio per i tagli di tasse alle tredicesime, ai premi di risultato, misure che alla fine non aumentano le buste paga, non alzano la paga oraria e i contributi previdenziali e avvengono a discapito del welfare che avrebbe forte bisogno di risorse da destinare a famiglie, giovani, sanità e istruzione.
CLICCA QUI PER LA PAGINA FACEBOOK
Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.