Il discorso politico del Che: appunti sulla sua validità e vigenza etiche

Un’analisi rigorosa dell’etica e dell’attualità del pensiero politico del Che: dalla parola veritiera come forza materiale alla costruzione di un socialismo partecipato. Un invito a socializzare, comprendere e praticare oggi il suo lascito rivoluzionario.

di Rafael Hidalgo Fernández (CubaDebate) – 8 ottobre 2025

“…uomo integro in tutto e per tutto,
uomo di somma rettitudine,
di assoluta sincerità”

Fidel Castro su Che Guevara
18 ottobre 1967

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Ci separano esattamente 58 anni dall’ultimo combattimento del Che sul terreno militare, nella Quebrada del Yuro, in terra boliviana. Il noto lo trasformò immediatamente in precursore contemporaneo delle lotte per la seconda e vera indipendenza della Nostra America. Così, in contrasto con quanto previsto dai suoi assassini, la sua figura emerse come simbolo impossibile da mettere a tacere, tra le altre ragioni essenziali, per il valore atemporale dei suoi apporti nel campo delle idee politiche e dell’etica rivoluzionaria.

Per questa ragione urge socializzare meglio e di più le sue concezioni teoriche e le sue pratiche politiche, in entrambi i casi condensate in una biografia appassionante che ne ispira lo studio, fin da quando si conosce la precocità intellettuale del Che appena adolescente, o quando si entra in contatto con la temerarietà e la franchezza che gli riconoscono gli amici di gioventù, o quando ci avviciniamo al modo in cui unì una vasta cultura all’esame critico delle sue esperienze pratiche, in campi come la medicina e la politica, la filosofia e la letteratura, la guerra rivoluzionaria e la diplomazia, la gestione di governo e la direzione politica. Quanto espresso vale per Cuba e per il campo rivoluzionario internazionale.

Nel campo rivoluzionario e progressista del mondo lo si continua a percepire con enorme ammirazione e rispetto, ma si ignora la profondità dei suoi apporti alla teoria e alla pratica rivoluzionarie, a partire dall’applicazione rigorosa che fece del metodo storico e dialettico di Marx.

A Cuba, una ragione aggiuntiva moltiplica la necessità di studiarlo. Essa risiede nell’importanza di comprendere, in tutta la sua ampiezza, la validità e l’attualità dei suoi apporti all’inedito processo di costruzione del socialismo in questa parte dei Caraibi insulari. È ciò che, in maniera sommaria, si mostra di seguito attraverso un tema chiave, soprattutto per una Rivoluzione al potere: il contenuto etico del discorso politico.

Il tema esige queste tre precisazioni:

1. Socializzare implica la necessità di sviluppare uno sforzo più profondo che il semplice informare sulla sua vita e opera. Sottolinea che ciò che è vitale è comprendere e interiorizzare pienamente i suoi approcci su come costruire un socialismo capace di raggiungere un alto progresso materiale, ma anche – e simultaneamente – la formazione di una società nuova. Leggasi, trasformatrice; segnata dalla partecipazione sempre maggiore del suo popolo al processo decisionale a tutti i livelli del sistema politico; più consapevole, solidale e colta; con un maggior senso di corresponsabilità di ciascuno dei suoi membri rispetto al presente e al futuro dell’opera collettiva; contraddistinta da un rapporto meno egoista tra l’“io” e il “noi”; e radicalmente intransigente, tra le altre esigenze, di fronte a qualsiasi deviazione in materia di principi e nel rispetto della verità dei fatti.

2. La storia di Cuba, dal 1959 a oggi, dimostra che tanto nei momenti critici quanto in quelli cosiddetti “normali” del processo rivoluzionario, la parola opportuna, sincera, critica e autocritica dei dirigenti può arrivare ad avere una tale “forza materiale” da motivare, rendere coese e generare norme di condotta nel popolo, spiegabili sul piano soggettivo in virtù dell’autorità e della fiducia politica guadagnate da questi a forza di esempio e coerenza tra ciò che dicono e ciò che fanno, ciò che annunciano e ciò che mantengono.

3. La condotta del Che nell’esporre le realtà della giovane Rivoluzione, tanto ai suoi protagonisti interni quanto a quelli esterni, permette di illustrare come l’adesione alla verità possa essere praticata con la crudezza dei fatti, ma anche con visione del futuro.

Due azioni di comunicazione politica confermano quanto espresso: un discorso ai giovani stranieri, pronunciato il 28 luglio 1960, quando il suo pensiero politico è in pieno sviluppo. E una lettera personale a Fidel, datata 26 marzo 1965, nella sua piena maturità politica, quando era già un leader rivoluzionario di altissimo prestigio nazionale e internazionale. Per ragioni di spazio, l’attenzione sarà concentrata sul discorso del 28 luglio.

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Il 28 luglio 1960 il Che inaugura il Primo Congresso Latinoamericano delle Gioventù. L’evento si svolge in uno dei momenti più tesi del confronto tra Cuba e gli Stati Uniti. Questi ultimi moltiplicano di giorno in giorno le pressioni economiche e diplomatiche, e stimolano le più diverse aggressioni contro la Rivoluzione. La massima direzione di questa, con Fidel alla guida, applica la politica martiana del “piano contro piano”, a partire da questa premessa nota: risposta ferma ad ogni aggressione.

Il 6 agosto il Leader Storico della Rivoluzione chiude il Congresso. In quel giorno annuncia che gli Stati Uniti restano senza le loro principali proprietà in territorio cubano. Queste vengono nazionalizzate in un atto legittimo e sovrano.

È in questo contesto di radicalizzazione rivoluzionaria che parla il Che. Egli sa che delegati e invitati sono arrivati con molti dubbi, interrogativi e persino con contestazioni rispetto ai percorsi della Rivoluzione. Lo ammette come fatto naturale e da lì argomenta, con serena naturalezza, i suoi punti di vista.

All’inizio afferma: “…le braccia di tutta Cuba sono aperte per ricevervi e per mostrarvi qui ciò che c’è di buono e ciò che c’è di cattivo, ciò che si è ottenuto e ciò che resta da ottenere, il cammino percorso e quello che manca da percorrere…”. Si può dedurre che con questo “incipit” quanti si aspettavano un intervento apologetico e di carattere pubblicitario siano rimasti, quanto meno, sorpresi.

Subito dopo ricorre a una risorsa ricorrente nei discorsi di Fidel e nei suoi: le domande d’interesse per gli interlocutori: “cos’è la Rivoluzione cubana? Qual è la sua ideologia? E subito sorgerà la domanda, che tra gli adepti o tra i contrari si fa sempre in questi casi: la Rivoluzione cubana è comunista?”.

Conosce il carattere polemico di quest’ultima domanda. Come la affronta, essendo consapevole che quello sarebbe, a un certo momento, il percorso politico e ideologico della Rivoluzione? Risponde così, con un’argomentazione che potrebbe figurare come paradigma per la diplomazia e i dialoghi politici di alto livello: “…se mi chiedessero se questa Rivoluzione che è davanti ai vostri occhi è una rivoluzione comunista, dopo le consuete spiegazioni per chiarire che cos’è il comunismo e lasciando da parte le accuse trite dell’imperialismo, dei poteri coloniali, che confondono tutto, arriveremmo alla conclusione che questa Rivoluzione, nel caso fosse marxista – e si ascolti bene che dico marxista –, lo sarebbe perché ha scoperto anch’essa, con i propri metodi, i cammini indicati da Marx”. Questa risposta figura tra quelle che non esigono alcun commento.

Di seguito espone esempi che provano l’inscindibile interazione tra politica interna ed estera; dimostra come la Rivoluzione si sviluppi e trionfi mediante un apprendimento reciproco permanente tra l’avanguardia rivoluzionaria e il popolo, che si trasforma progressivamente in garante sempre più consapevole di essa; e insiste con marcata intenzionalità sul fatto che la direzione della Rivoluzione adottò le misure di cui il popolo aveva bisogno e che chiedeva, non pensando agli attacchi esterni dell’imperialismo, né alle resistenze interne dei suoi alleati.

Sottolinea, come questione di principio, che la Rivoluzione cubana non accetterà mai di umiliarsi davanti a nulla e a nessuno. E di fronte alla sequenza di pressioni perché Cuba smettesse di intrattenere relazioni con l’URSS e altri paesi socialisti dell’epoca che le avevano fornito appoggio materiale e politico, e di fronte alle raccomandazioni di adottare misure “moderate” che evitassero le reazioni ostili dell’Impero e dei suoi alleati, risponde così: “E qui eravamo disposti, noi con il nostro popolo: a sopportare fino alle ultime conseguenze della nostra ribellione”.

In virtù del diritto che dà la comprovata capacità della Rivoluzione cubana di resistere e vincere, il Che arriva al tema che dà senso a questi appunti: il principio etico del parlare chiaro e a partire dalla verità.

Lo esprime così: “Quando la Rivoluzione cubana parla, potrà anche sbagliarsi, ma non dice mai una menzogna. La Rivoluzione cubana esprime in ogni tribuna in cui deve parlare la verità dei figli della sua terra e la esprime sempre in faccia agli amici o ai nemici. Non si nasconde mai per lanciare una pietra e non dà mai consigli che portano un pugnale dentro, ma che sono foderati di velluto”.

Affronta subito dopo importanti realtà dell’America Latina e l’asservimento pro-imperiale di alcuni suoi governanti, tutti complici della politica della Casa Bianca contro Cuba. Concluso questo passaggio, riprende questioni della Rivoluzione che i delegati e gli invitati all’evento dovevano conoscere.

Argomenta a partire da questa logica: espone i risultati, ma anche gli errori e, sempre, le soluzioni possibili. Il contenuto etico delle sue parole salta agli occhi:

Non voglio dirvi io ciò che c’è di buono; potrete constatare voi ciò che c’è di buono.

Che c’è molto di cattivo lo so; che qui c’è molta disorganizzazione, lo so. Tutti voi già lo saprete, forse, se siete andati alla Sierra. Che c’è ancora guerriglismo, lo so. Che qui mancano tecnici in quantità favolose rispetto alle nostre pretese, lo so. Che il nostro esercito non ha ancora raggiunto il grado di maturità necessario, né i miliziani hanno raggiunto la sufficiente coordinazione per costituirsi in esercito, lo so.

Ma ciò che so, e vorrei che tutti voi sapeste, è che questa Rivoluzione si è fatta sempre contando sulla volontà di tutto il popolo di Cuba, e che ogni contadino e ogni operaio, se maneggia male il fucile, lavora ogni giorno per maneggiarlo meglio, per difendere la sua Rivoluzione; e se in questo momento non può comprendere il meccanismo complicato di una macchina il cui tecnico è già partito per gli Stati Uniti, lo studia ogni giorno per impararlo, affinché la sua fabbrica vada meglio. E il contadino studierà il suo trattore, per risolvere i problemi meccanici che ha, affinché i campi della sua cooperativa rendano di più.

Questo stile discorsivo, sincero e guevariano di comunicare, permette di infrangere la barriera del tempo storico che fece da scenario alle sue parole. Viste 65 anni dopo, consentono di trarre le seguenti inferenze, pertinenti per la loro utilità attuale (validità) e appropriate per il momento storico che vive la Rivoluzione (vigenza): il discorso politico rivoluzionario deve vigilare con cura che le realtà esposte siano constatabili da tutti coloro cui è diretto. Procedere con questa onestà non solo potenzia la fiducia politica nel dirigente rivoluzionario che parla, ma anche la sua autorità morale; e moltiplica la credibilità della causa che egli rappresenta.

Questo modo di procedere conferma, inoltre, che l’etica politica non è un’astrazione, ma una condotta possibile di contenuto concreto, capace di indurre un popolo politicamente consapevole, come nel caso cubano, ad affrontare con successo difficoltà e ostacoli apparentemente irresolubili. La forza del fattore coscienza può moltiplicarsi nei tempi difficili. Lo conferma la storia contemporanea della Rivoluzione.

In sintesi, il discorso del Che analizzato, come la lettera che scrive a Fidel il 26 marzo 1965, costituiscono monumenti alla parola veritiera. In questo punto il Che onora questa convinzione di José Martí: “Serve meglio la Patria chi le dice la Verità”.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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