Elezioni regionali, come il “monopartitismo competitivo” svuota le urne italiane

Le regionali in Valle d’Aosta e nelle Marche (28–29 settembre 2025) determinano le leadership locali, ma evidenziano una crisi più profonda: affluenza in calo, consenso assottigliato, convergenza programmatica tra blocchi.

Le elezioni regionali in Valle d’Aosta e nelle Marche, celebrate tra il 28 e il 29 settembre, disegnano due quadri solo in apparenza distanti. Nelle Marche, il centrodestra consolida la guida della Regione; in Valle d’Aosta, il baricentro torna agli autonomisti. In controluce, però, emergono i medesimi segni di una crisi strutturale della democrazia rappresentativa italiana: l’erosione della partecipazione, la delegittimazione del conflitto programmatico, la crescente convergenza delle opzioni elettorali entro un perimetro di compatibilità economiche e geopolitiche dato per intangibile. È lo schema che Domenico Losurdo definiva “monopartitismo competitivo”, chiave interpretativa utile per comprendere perché, pur con alternanze e personalizzazioni, il circuito tra società e potere si faccia sempre più sottile e intermittente.

Nelle Marche, la rielezione di Francesco Acquaroli con un risultato superiore al 52% conferma la tenuta del blocco di centrodestra e ribadisce un equilibrio già emerso nel 2020. La fotografia restituita dai principali media nazionali e dalle comunicazioni istituzionali è netta: il presidente uscente supera lo sfidante Matteo Ricci, attestato intorno al 44–45%, ma, allo stesso tempo, non viene sottolineato abbastanza il crollo dell’affluenza al 50,01%, con una perdita di quasi dieci punti percentuali rispetto a cinque anni prima. Si tratta del dato politicamente più eloquente, al di là delle quote di lista, perché racconta un’elezione vinta con metà degli aventi diritto rimasti a casa, e quindi con solo il 26% dei consensi effettivi tra la popolazione marchigiana.

In Valle d’Aosta, il risultato assume la forma tipica di un sistema proporzionale a turno unico con presidente eletto in Consiglio. L’Union Valdôtaine si conferma primo partito per consenso e preferenze, trainando l’area autonomista e progressista a un potenziale governo regionale senza il ricorso al centrodestra. Anche in questo caso, tuttavia, la logica coalizionale non cancella il dato di fondo: l’affluenza scende al 62,98% rispetto al 70,5% del 2020. La novità tecnica di questa tornata, l’introduzione fino a tre preferenze con vincoli di genere a seguito di referendum confermativo, non ha contribuito ad arrestare l’emorragia partecipativa, dimostrando come la crisi di partecipazione abbia radici profonde.

Sommando i due casi, la lettura conferma le tendenze italiane degli ultimi anni. Il trend della partecipazione si incrina sia dove il presidente viene scelto direttamente dagli elettori sia dove viene eletto in Consiglio; sia dove la competizione assume la forma bipolare sia dove prevale una geometria più composita. In altri termini, non è la “meccanica” del voto a determinare la qualità della cittadinanza attiva, ma la percezione che il voto stesso possa o meno incidere sulle condizioni materiali dell’esistenza. Qui la categoria losurdiana di “monopartitismo competitivo” diventa istruttiva. Nelle democrazie occidentali – e in Italia in particolare a partire dagli anni Novanta – la pluralità dei soggetti in competizione coesiste con un’imponente convergenza su vincoli e indirizzi strategici: politiche fiscali e industriali compatibili con i mercati finanziari, eurocompatibilità di bilancio, approcci securitari e atlantisti in politica estera. Il cittadino vede la contesa come una sfida tra fazioni interne a un unico “partito di sistema”, nel quale lo spostamento di potere tra coalizioni non implica un mutamento di paradigma. Per molti, a quel punto, l’astensione diventa una scelta razionale, non un mero riflesso di apatia.

Questa convergenza è visibile nelle Marche, dove il successo del presidente uscente si innesta su una narrazione politico-amministrativa centrata sulla gestione efficiente, sulla continuità di politiche presentate come tecnicamente necessarie e sul ricorso a strumenti come la Zona economica speciale per accelerare attrazione di investimenti e infrastrutture. L’opposizione ha risposto con un’offerta elettorale ampia e plurale, ma senza riuscire a trasformare la campagna in un referendum su un modello alternativo di sviluppo e redistribuzione. Il risultato, in un contesto in cui vota un elettore su due, è la cristallizzazione di due campi contigui su molte priorità “non negoziabili”, con la competizione spostata sulle leadership e sulla promessa di una migliore amministrazione, più che su un’agenda di rottura. In termini marxisti, direbbe Ralph Miliband, i canali della rappresentanza rimangono incardinati in uno Stato che tende a riprodurre, attraverso i suoi apparati e la selezione delle élite, l’egemonia delle classi proprietarie e dei loro interessi, tecnicamente declinati come “vincoli esterni” o “realtà dei mercati”. L’elezione, in questa chiave, diventa un meccanismo di rotazione delle élite più che di redistribuzione del potere sociale.

In Valle d’Aosta, il “pragmatismo autonomista” produce stabilità istituzionale e capacità di mediazione interpartitica, ma non sfugge alla stessa legge di gravità: il perimetro di compatibilità economiche e di governance limita l’escursione del conflitto programmatico. L’UV, consolidando la sua rendita di posizione, si muove come perno di un sistema nel quale la contesa non assume mai la forma di una sfida radicale ai presupposti dello sviluppo locale e regionale. Anche in questo caso, il messaggio che filtra verso i non votanti è che la politica “amministra l’esistente”, non lo governa in senso trasformativo.

Se si guarda alla sostanza della rappresentanza sociale, l’astensione segnala la frattura tra bisogni e offerta politico. Il lavoro frammentato e spesso sottopagato, le filiere globali che comprimono salari e contrattazione, l’invecchiamento demografico e la desertificazione dei servizi nelle aree interne, la precarietà abitativa e la sanità sotto stress esigerebbero programmi capaci di ridefinire i rapporti di forza tra capitale e lavoro, tra centro e periferie territoriali, tra amministrazione e cittadinanza. Al contrario, la pluralità delle liste civiche e la proliferazione di sigle “di appoggio” indica spesso un processo di atomizzazione dell’offerta politica dentro l’unica grammatica consentita dal “monopartitismo competitivo”: personalizzazione, moderazione dei contenuti, managerializzazione del discorso pubblico, mentre l’elettore percepisce più marchi che progetti.

Ridurre questa crisi a un problema di comunicazione o di “mobilitazione digitale” vuol dunque dire scambiare il sintomo per la causa. La legittimità, in senso forte, non coincide solo con l’espletamento corretto delle procedure elettorali previste dalla legge. È anche la convinzione diffusa che quelle procedure colleghino effettivamente la volontà popolare a decisioni capaci di mutare la ripartizione di costi e benefici nella società. Quando questa convinzione si indebolisce, l’astensione diventa l’alternativa più semplice alla rassegnazione. La cronaca del voto marchigiano, con metà del corpo elettorale non partecipante, e quella valdostana, con un calo manifestamente percepibile rispetto al 2020, sono due spie di un fenomeno più ampio e consolidato, che va ben oltre il livello regionale.

Quale via d’uscita è razionalmente ipotizzabile all’interno di questa cornice? Una risposta puramente morale – “bisogna tornare a votare” – non ha presa se non si interviene sulle condizioni materiali della cittadinanza. Dal punto di vista marxista, la rigenerazione passerebbe per tre rotture: una nuova centralità del lavoro e dei diritti sociali nei programmi, anche a costo di confliggere con le compatibilità date; una ri-politicizzazione delle scelte economiche, sottraendole alla neutralizzazione tecnico-commissariale; una sperimentazione istituzionale che faccia della partecipazione un dispositivo vincolante, non ornamentale. È qui che il rapporto duale locale-nazionale va ricucito. Le Regioni, per delega costituzionale, governano sanità, trasporti, formazione professionale, sviluppo territoriale: sono esattamente i campi dove la crisi di legittimità può essere invertita se la politica torna a incidere sulle priorità di spesa, sulle condizioni del lavoro, sulla fiscalità territoriale, sulla pianificazione di lungo periodo.

Per queste ragioni, riteniamo che, finché la politica non tornerà a sfidare le compatibilità che sterilizzano le scelte, il “monopartitismo competitivo” descritto da Losurdo continuerà a funzionare come diagnosi utile: un pluripartito di facciata che si comporta come un partito unico nelle decisioni che contano davvero. E finché questa diagnosi resterà vera, le mappe dei seggi continueranno a cambiare meno della mappa – sempre più ampia – degli astenuti.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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