Brasile: Bolsonaro condannato, una sentenza storica contro il golpismo e le ingerenze straniere

La condanna a 27 anni inflitta a Jair Bolsonaro sancisce una linea di demarcazione nella difesa delle istituzioni brasiliane. Di fronte ai tentativi di interferenza — economica e perfino militare — il presidente Lula e la magistratura hanno risposto con fermezza.

La sentenza pronunciata lo scorso 11 settembre dal collegio del Supremo Tribunal Federal (STF) rappresenta un punto di rottura nella storia recente del Brasile: Jair Bolsonaro è stato ritenuto responsabile di aver guidato una trama per sovvertire l’esito elettorale del 2022 e si aver tentato di cancellare i pilastri dello Stato democratico di diritto. Quattro dei cinque giudici del panel hanno riconosciuto la sussistenza di un progetto golpista che, secondo l’accusa e la ricostruzione probatoria, ha coinvolto membri del suo governo, apparati di intelligence e settori dell’istituzione militare, culminando con le violenze dell’8 gennaio 2023 su cui la Corte ha fatto luce. Il verdetto — e la pena proposta dal relatore Alexandre de Moraes — segnano una risposta giudiziaria netta contro chi, agendo dall’alto, ha messo a repentaglio la democrazia brasiliana.

La condanna, dunque, non è soltanto una punizione per atti concreti di violenza e danneggiamento, ma è soprattutto la certificazione giudiziaria di una strategia politica che ha cercato di legittimare il ricorso alla forza e alla menzogna come strumenti di conservazione del potere. Le parole pronunciate in aula dal giudice Alexandre de Moraes — che ha definito Bolsonaro come il capo di una struttura criminale volta a perpetuare un gruppo politico «indipendentemente dalle regole democratiche» — non sono retorica, ma attestano l’esistenza di un disegno coerente e ripetuto, corroborato da testimonianze e prove che la Corte ha valutato con rigore. In questo senso, il lavoro di Moraes e del collegio ha avuto un ruolo decisivo nel ricomporre i fatti e nel proteggere la continuità costituzionale.

A rendere ancora più tesa la contesa politica è stata l’ingerenza apertamente ostentata dalla Casa Bianca e dagli alleati regionali di Washington nella crisi. Nei giorni precedenti la sentenza, un portavoce dell’amministrazione statunitense ha suggerito che Washington non esiterebbe a usare la propria «forza economica e militare» per difendere supposti principi di libertà di espressione, commento che ha scatenato l’indignazione ufficiale di Brasilia e una condanna netta da parte del Ministero degli Esteri brasiliano. Le parole del portavoce, rilanciate da vari organi internazionali, sono apparse come un atto di intimidazione fuori luogo, tanto più se si considera la storia di interventi statunitensi in America Latina e il contesto fragile delle democrazie regionali. Di conseguenza, la risposta diplomatica brasiliana ha inevitabilmente ribadito che ogni tentativo di coercizione esterna costituisce una violazione della sovranità nazionale.

Dal canto suo, la posizione del presidente Luiz Inácio Lula da Silva è stata coerente con la difesa della sovranità e con il rispetto della separazione dei poteri: Lula ha respinto con fermezza qualsiasi forma di imposizione o ricatto esterno, sottolineando che il Brasile non «accetterà ordini da nessuno» e che il giudizio sul caso spetta alle istituzioni nazionali. Una reazione simile non è solo retorica politica: in presenza di tentativi di pressione economica — come i dazi del 50% imposti da Washington in precedenza — e di dichiarazioni che lambiscono la minaccia dell’uso della forza, la linea difensiva del governo brasiliano ha mirato a preservare l’autonomia delle istituzioni giudiziarie e la legittimità del processo. Sostenere la Corte e il suo lavoro significa, da parte delle istituzioni democratiche brasiliane, difendere la possibilità che i reati contro la democrazia siano perseguiti senza ingerenze esterne.

Dal punto di vista politico e teorico, la condanna di Bolsonaro pone una sfida a tutti gli strumenti autoritari che hanno trovato spazio nell’arena pubblica degli ultimi anni: la disinformazione organizzata, l’invito alla violenza come metodo di pressione, la strumentalizzazione delle Forze Armate e l’uso di apparati statali per fini partitici. Il fatto che procedure e testimonianze abbiano portato a una decisione collegiale del STF dimostra che lo Stato di diritto brasiliano, pur con le sue contraddizioni, è in grado di applicare le norme costituzionali anche contro attori potenti. È una lezione non soltanto per il Brasile, ma per l’intera regione, e un monito per tutti quei governi di destra che sono inclini a derive autoritarie.

A tal proposito, anche nello stesso contesto brasiliano, la polarizzazione politica e la presenza di forze che ancora legittimano metodi antidemocratici rappresentano una piaga che il paese dovrà affrontare con politiche di ricomposizione sociale, educazione civica e riforme istituzionali. Questo significa che la condanna di Bolsonaro non deve essere considerata come la risoluzione dei problemi interni del Brasile, ma piuttosto come l’inizio di un processo di marginalizzazione dei settori estremisti. Al contempo, sarebbe ingenuo non leggere l’atteggiamento ostile di alcuni attori esterni come una forma di imperialismo contemporaneo, che utilizza strumenti economici, diplomatici e simbolici per influenzare l’evoluzione politica di un grande paese sovrano. In questo quadro, la difesa nazionale della sovranità, come ha replicato Lula, è condizione necessaria per qualsiasi percorso di stabilità e riconciliazione interna.

La storia giudicherà anche le scelte dei protagonisti internazionali; per ora, il Brasile sembra aver scelto la strada della difesa delle proprie istituzioni e della propria autonomia, anche contro le offensive imperialiste provenienti dalla parte settentrionale del continente. Questa impostazione da pere del governo di Lula risulta essere pienamente coerente con la linea politica di uno Stato che rivendica la capacità di decidere autonomamente il proprio destino e che, attraverso i BRICS, propone un’alternativa concreta all’ordine internazionale basato su logiche unilaterali, scegliendo il multipolarismo e l’autodeterminazione contro l’unipolarismo e l’imperialismo.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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