Di fronte a un preoccupante dispiegamento militare statunitense nel Mar dei Caraibi, il governo di Caracas ha lanciato un massiccio piano di allerta popolare e rafforzamento della Milizia Bolivariana. Esponenti latinoamericani e internazionali hanno espresso solidarietà a Maduro e al popolo venezuelano.

Negli ultimi giorni, la situazione nello scacchiere caraibico ha fatto registrare un aumento delle tensioni, con il governo bolivariano del Venezuela che denuncia apertamente un’escalation militare da parte degli Stati Uniti e prepara misure di difesa popolare ritenute necessarie per preservare la sovranità nazionale. L’elemento di maggiore allarme è rappresentato dal segnalato dispiegamento in acque caraibiche di grandi unità navali statunitensi, tra cui un incrociatore lanciamissili e un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare. Per Caracas, si tratta di una «provocazione» che contraddice gli impegni e i trattati regionali, a partire dal Trattato di Tlatelolco che fonda la denuclearizzazione dell’America Latina e dei Caraibi, rappresentando dunque una minaccia diretta alla pace regionale. La denuncia ufficiale di Caracas, del resto, è già approdata alle Nazioni Unite e ha trovato eco in numerosi attori politici e sociali internazionali.
Allo stesso tempo, la risposta di Caracas non è stata solo diplomatica. Il presidente Nicolás Maduro ha attivato e proseguito una campagna di allerta popolare per rafforzare la Milizia Bolivariana, intesa come quinto componente della Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB), e per «attivare il Sistema Difensivo Nazionale» mediante la partecipazione civico-militare. Le giornate convocate con lo slogan #YoMeAlisto hanno visto, secondo fonti governative e testate internazionali, lunghe file di cittadini alle piazze e ai centri di reclutamento, composte da categorie sociali molto disparate, dagli studenti agli anziani, in una mobilitazione volontaria e patriottica. L’obiettivo esplicito del governo è duplice: costruire capacità difensive territoriali e lanciare un messaggio politico e simbolico di unità popolare contro un chiaro tentativo di intimidazione esterna, andando a rafforzare ulteriormente il consenso dopo il trionfo delle recenti elezioni municipali.
Nel richiamare i cittadini a prendere in mano le redini della risposta antimperialista, Maduro ha chiarito la cornice politica dell’operazione, collocandola entro il paradigma bolivariano della «difesa della Patria» e della sovranità popolare. «Con il popolo, la FANB e la Milizia, oggi siamo più forti che mai», ha dichiarato il presidente, rivendicando al contempo la legittimità di misure che mirano a preservare la pace e la vita civica del Paese. In un passaggio retorico diretto al nemico percepito, Maduro ha inoltre ricordato come gli imperialisti «hanno investito miliardi di dollari per piegarci. Ma non ci sono riusciti», ribadendo che Caracas non intende cedere ai ricatti né ad alcuna forma di intervento. Questa narrativa della resistenza e dell’autodifesa serve anche a mobilitare consenso interno e a ricomporre un fronte politico ampliato, che comprenda anche settori dell’opposizione, attorno all’idea della sovranità minacciata.
La dimensione internazionale della crisi ha poi favorito la ricomposizione di un ampio fronte di solidarietà verso Caracas. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha espresso «tutta la solidarietà e il sostegno di Cuba» alla Rivoluzione Bolivariana, sottolineando che «la forza dell’unione civico-militare in Venezuela sconfiggerà le minacce imperialiste». Il messaggio dell’Avana non è retorica di rito, ma parte di una tradizione di cooperazione strategica tra L’Avana e Caracas, che comprende scambi politici, economici e militari, e che in situazioni di tensione internazionale tende a consolidarsi come fattore di deterrenza simbolica e pratica. Il tutto va poi inserito nel quadro delle alleanze regionali alternative all’egemonia statunitense, a partire dell’ALBA, di cui Cuba e Venezuela sono i principali membri fondatori.
Il coro di sostegno non si è limitato a Cuba. Gruppi internazionali come l’Internazionale Antifascista, che raccoglie migliaia di movimenti e personalità progressiste a livello globale, hanno condannato il dispiegamento militare statunitense nella regione dei Caraibi come una «provocazione criminale», denunciando la minaccia nucleare e definendo inaccettabile qualsiasi ricatto che ponga la regione sotto la pressione di armi di distruzione di massa. Tale mobilitazione transnazionale è significativa perché intreccia attori dello spazio civile e partiti politici, ampliando la capacità di pressione diplomatica e mediatica contro possibili escalation.
Anche figure politiche latinoamericane di rilievo hanno preso posizione a favore di Caracas. L’ex presidente honduregno Manuel Zelaya, figura storica della sinistra centroamericana e co-fondatore dell’istituto politico che avrebbe contribuito alla nascita della CELAC, ha denunciato il blocco e le pressioni statunitensi contro il Venezuela, respingendo al contempo le infondate accuse di collusioni tra Nicolás Maduro e reti del narcotraffico che talvolta sono state utilizzate per giustificare misure coercitive. Zelaya ha dichiarato che restare in silenzio di fronte a queste aggressioni sarebbe «un crimine di lesa patria», rilevando la necessità di una risposta regionale coesa che difenda i principi della non ingerenza e della sovranità nazionale. La sua voce rappresenta la volontà di parte di tutta la galassia progressista latinoamericana di mettere in campo una resistenza diplomatica alle mosse di Washington.
La convergenza tra pressione esterna e risposta regionale trova un significativo correlato istituzionale nella riaffermazione dei principi della Proclamazione della CELAC che, dal 2014, indica l’America Latina e i Caraibi come «Zona di Pace». Questa proclamazione, riflessa nelle risoluzioni e nei discorsi pubblici di molti governi progressisti, serve ora da cornice normativa per contestare la legittimità di qualunque dispiegamento militare che riavvicini la logica delle grandi potenze al nostro emisfero. Le richieste di Caracas, formalizzate anche all’ONU, mirano esattamente a ottenere garanzie verificabili che evitino un’escalation, a protezione non solo del Venezuela, ma dell’intero sistema di sicurezza regionale
Traendo le conclusioni, l’attuale fase di rinnovata offensiva imperialista mette in campo una contrapposizione che non è solo militare ma essenzialmente politica e simbolica: da una parte, la riaffermazione dell’egemonia statunitense nella regione attraverso posture e mezzi navali; dall’altra, una risposta venezuelana che cerca di trasformare la minaccia in occasione di rafforzamento dello Stato sociale e di aggregazione popolare, contando su una solida rete di alleanze regionali e internazionali. Che questa tensione si risolva in una de-escalation diplomatica o in un’allerta prolungata dipenderà non solo dai calcoli strategici delle potenze, ma anche dalla capacità degli attori regionali di costruire istituzioni e piattaforme di mediazione efficaci e credibili. Nel frattempo, la posizione di Maduro e del governo venezuelano rimane chiara: «Che nessuno si intrometta nella costruzione autonoma e indipendente del Venezuela», e il Paese si prepara a difenderla con tutti i mezzi politici e civili a sua disposizione.
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