La legge Cisl, sostenuta da Meloni e Italia Viva e osteggiata dal Pd, istituisce relazioni sindacali di facciata, conservando i contratti a tutele crescenti e smorzando conflitti sul lavoro, sacrificando salari e partecipazione attiva a favore del padronato.

La proposta Cisl diventa legge. il Governo Meloni disinnesca il referendum, guadagna l’astensione del Pd e il voto favorevole di Italia Viva a una proposta che nei fatti detta linee guida in materia di relazioni sindacali costruite ad arte per conservare il contratto a tutele crescenti (da qui la dichiarazione della segretaria Cisl che non si guarda al lavoro con lo specchietto retrovisore della storia) e disinnescare sul nascere ogni elemento conflittuale nel mondo del lavoro e nella società.
Detto in altri termini si va sostituendo alla dignità dei lavoratori e alle rivendicazioni conflittuali in materia di salari e organizzazione del lavoro la classica passività ai voleri datoriali pur debitamente travestita da compartecipazione ai processi decisionali e agli utili.
Non siamo davanti a una svolta epocale, del resto invocare la Costituzione è un abile esercizio di stile istituzionale per non affrontare le contraddizioni, se fosse bastato il richiamo alla Carta per fermare i processi in corso non avremmo avuto Riarmo, guerre e la fine di ogni intervento pubblico per indirizzare l’economia a fini sociali oltre alle infinite norme che hanno precarizzato il lavoro.
Ma cosa dice l’art. 46 della Costituzione Italiana? Riportiamo il testo:
Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.
Non deve sfuggirci una considerazione importante: il riconoscimento di questo diritto e soprattutto il principio partecipativo arrivano in un momento storico particolare in cui si annuncia il Riarmo, la riconversione a fini di guerra di produzioni ormai in crisi e fuori mercato, licenziamenti di massa in numeri elevati e solo parzialmente compensati da nuova occupazione, la intesa tra lavoratori e aziende avviene poi nei limiti della legge che in Italia riconosce la centralità della proprietà privata e non della collettivizzazione dei beni produttivi.
Il padrone resta il padrone e il diritto diventa una variabile dipendente alle sue gentil concessioni. E se leggiamo con attenzione il testo si capisce il vero fine ossia imporre nuove regole per cancellare ogni elemento conflittuale. In Germania e Danimarca rinunceranno a die giorni festivi per destinare risorse al Riarmo e questo sarà possibile con il silenzio assenso del sindacato. Uno scenario destinato a riprodursi in Italia dove sul finire degli anni Settanta abbiamo già subito la ferocia della politica die sacrifici.
Dopo anni di sostanziale accettazione della predominanza del secondo livello di contrattazione (classico cavallo di battaglia della Cisl che, in questa fase storica, aiuta le imprese facendo pagare loro meno tasse e con il ricorso peggiorativo a innumerevoli deroghe rispetto al contratto nazionale) si aggiungono ulteriori tasselli a quel mosaico sindacale degli orrori nel quale i salari italiani hanno perso potere di acquisto da oltre 30 anni ad oggi e la forza lavoro smarrito un reale potere di contrattazione.
Quasi 3 milioni di lavoratori in meno sono previsti da qui a 10 anni, questo è l’allarme lanciato dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre che guarda alle future difficoltà delle piccole imprese alle prese con il calo della manodopera. In sostanza si chiedono condizioni favorevoli per nuove assunzioni gravando in misura crescente, anzi dilagante, sulla fiscalità generale. Se fosse bastata la politica degli sgravi fiscali oggi avremmo decine di migliaia di dipendenti a tempo indeterminato e full time in più, evidentemente sgravare le imprese dalle tasse non significa indirizzare da parte loro risorse a processi innovativi e a creare occupazione.
Il calo della popolazione in età lavorativa in Italia deriva non solo dal crollo della natalità e dalla mancata regolarizzazione dei migranti ma anche da altri fattori come l’assenza di investimenti privati e pubblici per formare forza lavoro con un sistema scolastico dimostratosi poco funzionale ai desiderata delle imprese. E ci sono troppe disparità regionali, salta agli occhi il numero delle giornate lavorate che varia da territorio a territorio o i livelli retributivi disparati all’interno di contratti nazionali identici. E l’uscita antireferendaria della Cisl non è legata solo ai quesiti relativi al jobs act ma anche a quello sulla cittadinanza per i migranti.
Nell’arco di un decennio la forza lavoro calerà di quasi 3 milioni di unità e quindi avremo una popolazione sempre più vecchia, i pensionati in numero preponderante rispetto agli occupati. Il grido di allarme arriva dal mondo delle piccole imprese a palesare tuttavia la sostanziale incapacità di formare la forza lavoro mancante utilizzando la tecnologia non solo per ridurre il costo del lavoro ma per innovare la produzione e alla fine creando anche nuovi posti di lavoro.
Quindi meno occupati, maggiori disuguaglianze, aumento della precarietà, cresciuta dei bassi salari e della precarietà.
E per invertire questa situazione già drammatica la Cisl propone la collaborazione stretta con le imprese e il Governo.
La collaborazione con la impresa di natura cislina comporta quindi una tacita accettazione del principio che le nostre richieste sindacali debbano tenere conto dell’andamento generale della impresa di cui siamo dipendenti, questa sorta di realismo del Re porterà al ritorno delle gabbie salariali, pur mascherate, come del resto invocato da ampi settori del centro destra.
Pensare che l’alternanza scuola lavoro possa offrire soluzioni è errato (e il Governo vuole farla partire al raggiungimento dei 15 anni di età) e del resto mancano studi e statistiche atte a valutarne l’effettivo impatto sul mercato del lavoro (serve ai giovani per trovare un impiego?).
Pensare che la partecipazione attiva della forza lavoro alle sorti aziendali fino a barattare quote azionarie in cambio di aumenti salariali e contrattuali a nostro avviso equivale a ridurre il salario a una variabile dipendente dai profitti di impresa. Senza ombra di dubbio abbiamo un modello all’orizzonte ossia quello della grande impresa che in Italia rimane assai minoritaria, quella impresa saprebbe innovare e investire ma anche offrire un welfare aziendale composito e una politica oraria appetibile.
Un modello presentato come rivoluzionario ma vecchio e inutilizzabile andandosi a scontrare con la realtà del sistema capitalistico italiano, con il nanismo produttivo italico (così definito decenni or sono da Luciano Gallino) per non parlare poi della tenuta dei conti pubblici decisamente a rischio. Già abbiamo un calo vistoso delle ore lavorate, immaginiamoci il progressivo invecchiamento della popolazione che metterebbe a rischio la tenuta del sistema previdenziale, una popolazione inattiva sempre più vecchia e bisognosa di welfare. Invece di favorire l’ingresso di forza lavoro migrante, invece di favorire, con salari più alti, l’occupazione preceduta da percorsi formativi adeguati, invece di favorire investimenti innovativi, la strada da percorrere è quella di un patto sociale che vedrà la forza lavoro in mero subordine alle parti datoriali. Richieste compatibili con l’andamento economico delle imprese e quindi arretramento del potere di acquisto dei salari, riduzione del potere contrattuale e il dilagare degli enti paritetici, contrazione del salario e potenziamento del welfare aziendale pensando che l’attuale stato sociale sia insostenibile e quindi da ridimensionare (ulteriore favore accordato al Riarmo).
Il Governo raggiunge il suo scopo intervenendo sul modello di contrattazione DDL 1407 (Disposizioni per la partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese) e alla fin fine scarica ulteriori oneri sulla fiscalità generale gettando la basi per l’azzeramento del conflitto nei luoghi di lavoro.
Ci chiediamo allora come sia possibile essere credibili agli occhi dei lavoratori rimanendo ancorati alla alleanza con la Cisl e al contempo chiedere il voto sui quesiti referendari ignorando quanto sta avvenendo davanti ai nostri occhi. Cisl è parte integrante di questo processo di disarticolazione delle conquiste ottenute dal movimento operaio, solo la miopia della Cgil e una buona sorta di autolesionismo non inducono a rompere la gabbia della cosiddetta unità sindacale. Ma per capire meglio la situazione bisogna ricordare che la proposta di legge della Cisl e del Governo ha avuto l’astensione del Pd e ricordare che in caso di sconfitta alle urne ci saranno pur sempre la previdenza e la sanità integrativa da gestire con Cisl ed Uil. E la sopravvivenza di tanti carrozzoni è legata proprio alla presenza dei sindacati rappresentativi che da decenni sono parte integranti di un sistema compromesso che vede nel sindacato un attivo collaboratore delle parti datoriali e dei Governi di turno.
E se alla vigilia del voto referendario il modello cislino viene fatto proprio dal Governo Meloni, con l’astensione del Pd è bene ricordarlo, vuol dire che i giochi sono fatti, si vuole in sostanza anche a sinistra disincentivare la partecipazione al voto conservando quel contratto a tutele crescenti tanto caro al padronato e alla fine utile qualora cambiasse la maggioranza governativa. Governo che va, governo che viene, ma la tutela degli interessi del capitale resta sempre la stessa.
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