Carta d’identità. La storia personale di Jorge Bergoglio, un’occasione per riflettere sul meticciato

Rodrigo Rivas ripercorre la storia di Papa Francesco e ci offre interessanti riflessioni.

Di dov’era Jorge Bergoglio?
Figlio da un contadino piemontese e di una casalinga ligure, nato a Villa Flores, un quartiere popolare di Buenos Aires.
Di dov’era?

Era indubbiamente argentino.
Come il tango, che ha radici africane (“si ritiene che abbia indicato dapprima un tipo di tamburo e poi una danza eseguita da neri al suono del tamburo”, “Enciclopedia Treccani”); come il mate, fatto con l’erba Ilex Paraguarensis Saint Hilaine, e consumato fin dall’epoca precolombiana dai tupi guaranì; come le Malvine, infestate dalla malaerba occupante seriale: come Mafalda, nata nel 1960 e il cui padre, Quino, ha dovuto vivere a ĺungo tra Italia, Francia e Spagna prima di tornare a morire nella sua Mendoza natale (2020).

Non deve essere facile essere argentino.
Bisogna volerlo.
E non è facile essere latinoamericano se si dimentica che, oltre a molta storia, condividiamo terra, mare, cielo, luna e sogni.

Scrive il poeta Enrique Lihn:
“Mai sono uscito dall’orrendo Cile. I miei viaggi, che non sono immaginari – tardivi, si, momenti di un momento – non mi hanno tolto le radici da quell’arido remoto e presuntuoso … Altre lingue m’ispirano un sacro rancore: la paura di perdere con la lingua materna tutta la realtà. Non sono mai uscito da nulla” (“A partir de Manhattan”, 1979).

A volte non sono le scelte personali ma la vita ed i suoi bisogni a costringerti a buttare l’ancora altrove, a volte definitivamente.
Alcuni cantano “non sono da qui né son di la”. Non so se sono sinceri o esorcisti.
Ma, altri sanno benissimo di dove sono.

Bergoglio lo sapeva. Come lo sapevano Maradona, Cortázar, Piazzola, Guevara, Gato Barbieri, Gardel, Falù, Sabato, Mercedes Sosa. Come lo sanno Gieco e Messi.

Ecco.
Da questo si deve partire per cercare di capire chi fosse davvero Bergoglio.

Ho troppo rispetto per Efialte, Epicuro, Ippocrate, Erodoto e Rousseau per confondere il mondo con l’Europa. Anche perché se lo facessi, dovrei assimilarla pure al re Leopoldo del Belgio, al Torquemada spagnolo e al Minniti italiano.
Le suprematiste pustole venute fuori recentemente da una serata romana non mi inducono a pensare che da queste parti sia stato sempre inverno, anche quando piove ed è buio.

Il 16 settembre 1955, un colpo di Stato militare depose il presidente costituzionale argentino Juan Domingo Perón, sciolse il Congresso e sospese i governatori provinciali.
Bergoglio, nato nel 1938, aveva 17 anni e frequentava il liceo. Entrerà nel seminario diocesano de Villa Devoto nel 1960.
Ovvero, più che con Perón, Bergoglio dovette convivere con i vampiri stellati. Ha certamente conosciuto il peronismo, come molti italiani il ventennio fascista.
Ma chiunque abbia vissuto una di quelle esperienze vampiresche, ne esce segnato, con lividi ed incubi, chiedendosi ogni tanto perché faccio parte dei sopravvissuti?

Estrapoliamo:
“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case.
Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo” (Primo Levi, 1948).

Argentino, latinoamericano, del sud globale. Per scelta. È puro populismo? È insano peronismo? Esiste davvero nell’Argentina un virus che rende tutti (esclusi i militari, suppongo) “comunisti di destra” o “fascisti di sinistra” come ha scritto – per spiegare Francesco – qualche professorone in questi giorni?

Escludendo epiteti, parolacce ed epitaffi ci vorrebbe un trattato per rispondere.
A me assiste la semplice convinzione che ogni uomo e ogni donna è ciò che fa, ciò che è riuscito o riuscita ad essere a partire di ciò che di lui o di lei hanno fatto. Che ogni donna ed ogni uomo esistono perché sono liberi. Che ogni uomo e ogni donna sono responsabili di ciò che fanno e di ciò che non fanno. Che la loro vita è tale solo in quanto esercizio della propria libertà.
Su questo, penso, si può giudicare, Francesco e pure il gatto, Macron e Napoleone, Lula e Pele, Xi e Kim il Sung, von der Leyen e D’Alema…
Confidenzialmente, alcuni giudizi non mi sembrano così complicati.

Chiudo qui.
Riferendomi alla scelta primigenia penso che si possa scegliere di essere argentini semplicemente perché il cuore guarda a sud.
Per i relativi approfondimenti passo la parola all’argentina Susana Rinaldi. Il testo e la musica sono della argentina Eladia Blásquez. Il tentativo di traduzione è mio.

El corazón al sur

Nací en un un barrio donde el lujo fue un albur,
por eso tengo el corazón mirando al sur.
Mi viejo fue una abeja en la colmena,
las manos limpias, el alma buena…
Y en esa infancia, la templanza me forjó,
después la vida mil caminos me tendió,
y supe del magnate y del tahúr,
por eso tengo el corazón mirando al sur.

Mi barrio fue una planta de jazmín,
la sombra de mi vieja en el jardín,
la dulce fiesta de las cosas más sencillas
y la paz en la gramilla de cara al sol.
Mi barrio fue mi gente que no está,
las cosas que ya nunca volverán,
si desde el día en que me fui
con la emoción y con la cruz
¡yo sé que tengo el corazón mirando al sur!

La geografía de mi barrio llevo en mí,
será por eso que del todo no me fui:
la esquina, el almacén, el piberío…
lo reconozco… son algo mío…
Ahora sé que la distancia no es real
y me descubro en ese punto cardinal,
volviendo a la niñez desde la luz
teniendo siempre el corazón mirando al sur.

Il cuore al sud

Nacqui in un quartiere dove il lusso era un azzardo;
perciò, il mio cuore guarda a sud.
Il mio vecchio era un’ape nell’arnia,
le mani pulite, l’anima buona…
E in quella infanzia la sobrietà mi temperò,
poi la vita mi ha aperto mille strade,
e seppi del riccone e del baro,
perciò il mio cuore guarda a sud.

Il mio quartiere era una pianta di gelsomino,
l’ombra della mia vecchia nel giardino,
la dolce festa delle cose più semplici,
e la pace nella gramigna con la faccia scrutando il sole.
Il mio quartiere era la mia gente che non c’è,
le cose che mai più ritorneranno,
e dal giorno in cui andai via, commosso e con la mia croce,
io so che il mio cuore guarda a sud!

La geografia del mio quartiere porto in me,
forse per questo del tutto non me ne andai:
l’angolo, il negozio, i ragazzi…
gli riconosco, sono cose mie…
Ora so che la distanza non è reale,
e mi riscopro in quel punto cardinale,
tornando alla fanciullezza dalla luce
tenendo sempre il cuore rivolto a sud.

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About Rodrigo Rivas

Rodrigo Andrea Rivas è un giornalista, scrittore ed economista nato a Santiago del Cile. Giovane dirigente di Unidad Popular a sostegno del governo di Salvador Allende, è in Italia dal 1974, esiliato dopo il golpe di Augusto Pinochet. Già direttore di Radio Popolare e docente universitario, ha pubblicato oltre 50 libri di politica ed economia internazionale.

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