François Bayrou, nuovo primo ministro francese, affronta la difficile sfida di formare un governo stabile con un’Assemblea Nazionale dominata dalle opposizioni. La sua nomina da parte di Emmanuel Macron segna il proseguimento della strategia precedente, con il rischio di dipendere ancora dall’estrema destra.

Dallo scorso 13 dicembre, François Bayrou è diventato ufficialmente il nuovo primo ministro della Francia. Il leader del partito centrista MoDem (Mouvement démocrate) è stato nominato dal presidente Emmanuel Macron per cercare di trovare un compromesso che permetta all’esecutivo di tenere fino alle prossime elezioni presidenziali, ma dimostra allo stesso tempo la grave crisi politica nella quale la Francia è piombata negli ultimi mesi.
Bayoru è infatti il quarto nome a succedersi in questa carica nel 2024, dopo quelli di Élisabeth Borne, Gabriel Attal e Michel Barnier, nominato dopo la grave sconfitta elettorale del macronismo alle legislative di giugno. Già con Barnier, Macron aveva deciso di ripescare un vecchio volto della politica francese, dimostrando di essere pronto a tutto pur di non nominare un primo ministro di sinistra, come sarebbe invece consono ai risultati delle legislative. Con Bayrou, il presidente ha resuscitato un altro dinosauro politico, eletto per la prima volta in parlamento nel 1986, e candidato alle presidenziali nel 2002 e nel 2007.
Dopo anni passati a cercare di diventare il leader del centro, Bayrou ha accettato un ruolo di subalterno nei confronti di Macron, appoggiando la sua campagna presidenziale, nonostante avesse inizialmente criticato lo stesso Macron, affermando che fosse sostenuto da “grandi interessi finanziari incompatibili con l’imparzialità richiesta dalla funzione politica“. Dopo decenni in cui ha aspirato alle massime cariche politiche, Bayrou si era probabilmente rassegnato al compito di partner di minoranza del governo, ma la sua occasione è finalmente arrivata a 73 anni.
Nella sua militanza politica, Bayrou ha sempre sostenuto la dottrina del superamento delle divisioni, che aveva enunciato ben dieci anni prima di Macron. Intervistato di recente dal quotidiano comunista L’Humanité sulla sua linea politica, Bayrou l’ha definita così: “Una volontà di superare l’assurdo scontro tra destra e sinistra e affrontare il mondo per quello che è. Con, come priorità, l’attività economica. Perché la vitalità economica sostenga un progetto sociale e repubblicano“.
In teoria, Bayrou ha affermato di essere aperto a collaborare con tutte le forze politiche riformiste “di sinistra, di centro e di destra, repubblicani, esclusi gli estremisti“. Tuttavia, come ha dimostrato lo stesso Macron negli ultimi anni, i centristi francesi, di fronte ad una scelta obbligata, hanno sempre dimostrato di preferire un’apertura verso l’estrema destra piuttosto che coinvolgere la sinistra nel governo. Lo stesso governo Barnier aveva infatti visto la luce solo grazie all’appoggio decisivo dei voti dell’estrema destra di Marine Le Pen e del suo Rassemblement National.
Come scrive Anthony Cortes su L’Humanité, “con la nomina del centrista a Matignon, Emmanuel Macron sceglie di proseguire la sua politica. Come se non ci fossero state elezioni a luglio, come se non fosse stata votata alcuna censura [quella nei confronti del primo ministro Barnier, ndr]”. In effetti, il fatto che Macron abbia deciso di non cambiare politica significa che, pur cambiando il nome del primo ministro, Bayrou potrebbe ritrovarsi nella stessa difficile situazione di Barnier, ovvero la dipendenza dai voti dell’estrema destra e l’esposizione ad una facile mozione di censura da parte della sinistra, che detiene la maggioranza relativa dei seggi.
Numeri alla mano, i partiti che sostengono apertamente Macron dispongono di soli 211 seggi su 577 che compongono l’Assemblea Nazionale, una cifra lontana dai 289 voti necessari per raggiungere la maggioranza. È in quest’ottica che Bayrou dovrà quasi certamente fare affidamento su almeno una parte dei 124 deputati del RN, come nel caso dell’approvazione del bilancio per il 2025, la prima sfida alla quale sarà chiamato il suo governo. L’altra opzione, alla quale i macronisti stanno lavorando da tempo, sarebbe quella di staccare i socialisti dal gruppo del Nouveau Front Populaire (NFP), la coalizione delle forze di sinistra che ha vinto le elezioni di giugno. Tentativi che, fino ad ora, sono risultati vani, se non nel caso di alcuni membri dell’ala destra del PS, come Karim Bouamrane o Carole Delga.
“Il nuovo inquilino di Matignon potrebbe quindi, come il suo predecessore, essere tentato di appoggiarsi sull’estrema destra“, scrivono Florent Le Du e Cyprien Caddeo in un altro articolo pubblicato sul quotidiano comunista. “Ma ciò implicherebbe un passo indietro del RN dopo aver censurato Michel Barnier, confondendo la sua comunicazione politica, che rappresenta l’alfa e l’omega delle sue scelte. Una sola cosa è certa: trovare una maggioranza stabile appare, salvo miracoli, impossibile per il governo Bayrou. Il nuovo primo ministro sembra già con il fiato corto“.
Mentre Bayrou è impegnato a racimolare i voti per raggiungere la maggioranza ed evitare una nuova mozione di censura, il coordinatore nazionale de La France Insoumise (FI), Manuel Bompard, ha denunciato “un nuovo schiaffo alla democrazia“, annunciando che il suo partito è già pronto a depositare una nuova mozione di censura, come avvenuto con Barnier: “Dopo aver perso tutte le ultime elezioni, Macron installa il suo primo e ultimo sostenitore a Matignon. Far cadere Bayrou significherà far cadere Macron. […] I deputati avranno due scelte: sostenere il salvataggio di Macron o censurarlo. Noi abbiamo già fatto la nostra scelta“.
“Il risultato delle urne avrebbe dovuto portare a nominare un primo ministro di sinistra proveniente dalla coalizione arrivata in testa“, si legge invece nel comunicato diramato dal Parti Communiste Français. “Valuteremo il contenuto delle politiche che si prospettano. Se si tratta di mantenere le stesse persone nei posti strategici, come il signor Retailleau agli Interni, e se non si farà nulla su pensioni, ecologia e giustizia fiscale, non vedo altra scelta se non quella di censurarlo“, ha dichiarato a sua volta Marine Tondelier, leader dei Verdi.
Al contrario, Marine Le Pen ha aperto un portone ad un possibile sostegno nei confronti del governo Bayrou. La leader dell’estrema destra francese ha dichiarato di voler essere ascoltata su tematiche come la sicurezza e l’immigrazione, le solite ossessioni del RN. In precedenza, infatti, Barnier aveva promesso una nuova legge su queste tematiche proprio per tenersi cari i voti della destra, e ora Le Pen spera di riprendere le contrattazioni con il nuovo primo ministro.
La nomina di François Bayrou a primo ministro rappresenta dunque una scommessa rischiosa per Emmanuel Macron, che punta sulla continuità della sua linea politica nonostante i ripetuti segnali di rigetto da parte dell’elettorato e del parlamento. Dal canto suo, Bayrou non solo eredita un panorama politico instabile, ma rischia di essere il simbolo del fallimento definitivo di una strategia incapace di rispondere alle richieste di cambiamento del Paese.
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[…] Nel nostro precedente articolo sulla politica francese, avevamo trattato della nomina, da parte del presidente Emmanuel Macron, del centrista François Bayrou come primo ministro dopo la caduta del governo guidato da Michel Barnier. In quell’occasione, avevamo sottolineato come la scelta di Bayrou, veterano della politica transalpina, fosse stata considerata da tutta la sinistra come un’affronto alla volontà popolare, visto che, alle precedenti elezioni legislative di giugno, i partiti centristi ne erano usciti con le ossa rotte, mentre a vincere era stata la coalizione di sinistra denominata Nouveau Front Populaire (NFP). […]
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[…] e la legittimazione del governo. In pratica, l’opposizione si prepara a sfiduciare Bayrou, in carica dal dicembre dello scorso anno, a seguito della caduta del precedente esecutivo guidato da Michel […]
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