Domenica 6 ottobre, si sono svolte in Kosovo le quarte elezioni legislative dall’indipendenza autoproclamata, mai riconosciuta dalla Serbia e da una parte consistente della comunità internazionale.

Era il 17 febbraio 2008, quando il Kosovo dichiarava la propria indipendenza dalla Serbia in maniera unilaterale. Il piccolo Paese balcanico, infatti, è nato come conseguenza del conflitto iniziato dalla NATO nel 1999 contro Belgrado, uno dei primi esempi di bombardamenti umanitari, ai quali ormai siamo fin troppo abituati. Nonostante il sostegno incassato da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, del resto, il Kosovo gode al momento del riconoscimento di appena metà della comunità internazionale (100 dei 193 Stati membri dell’ONU). Anche all’interno della stessa UE, oltretutto, non v’è unanimità sulla questione kosovara, come dimostrano le posizioni contrarie al riconoscimento di Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro.
Passando all’attualità, domenica 6 ottobre si sono svolte le quarte elezioni legislative dall’indipendenza autoproclamata del Kosovo, al fine di rinnovare la composizione dell’Assemblea della Repubblica del Kosovo (Kuvendi i Republikës së Kosovës), comprendente 120 scranni. In ballo c’era dunque la sopravvivenza del governo di Ramush Haradinaj, il primo ministro in carica dal 2017 come leader dell’Alleanza per il Futuro del Kosovo (Aleanca për Ardhmërinë e Kosovës, AAK), formazione di destra che si ispira al nazionalismo albanese.
I risultati dell’agone elettorale, che ha fatto registrare un’affluenza alle urne in crescita ma comunque bassa (43.20%), hanno premiato una forza d’opposizione, Vetëvendosje (“Autodeterminazione”), partito che abbraccia il nazionalismo albanese da sinistra, dichiarandosi socialdemocratico e progressista. La compagine di Albin Kurti ha conquistato il primo posto con il 25.49% delle preferenze, eleggendo trentuno deputati. Bene anche i socialconservatori della Lega Democratica del Kosovo (Lidhja Demokratike e Kosovës, LDK), guidati da Isa Mustafa, battuta di pochi voti (24.82% e trenta rappresentanti in parlamento).
Insomma, i primi due posti sono stati conquistati da due partiti all’opposizione del governo uscente di Haradinaj, sancendo dunque una bocciatura dell’esecutivo di centro-destra. Primo partito all’interno della coalizione di governo e forza dalla quale proviene anche il presidente Hashim Thaçi, il Partito Democratico del Kosovo (Partia Demokratike e Kosovës, PDK) ha chiuso terzo con il 21.24% dei consensi e 25 scranni, davanti al cartello elettorale 100% Kosovo, che compreneva l’AAK del premier Haradinaj ed il Partito Socialdemocratico del Kosovo (Partia Socialdemokrate e Kosovës, PSD). Questa insolita alleanza tra centro-destra e centro-sinistra ha raccolto solo l’11.57% dei consensi, eleggendo quattordici deputati, dieci in meno di quelli di cui disponevano i due partiti messi insieme nel corso della precedente legislatura.
Importante il risultato ottenuto dalla Lista Serba (Srpska lista), che rappresenta appunto questa minoranza etnica. Il partito di Goran Rakić, infatti, aveva permesso la sopravvivenza del precedente governo dando un appoggio esterno all’esecutivo, e questa volta potrà disporre di dieci membri del parlamento (6.61%). Tra i venti seggi riservati alle minoranze etniche, eletti anche due rappresentanti turchi, due del gruppo etnico ashkali, due di quello dei gorani, uno egiziano, uno rom.
Secondo gli analisti, questi risultati dovrebbero consegnare le redini del governo kosovaro al leader del partito con il maggior numero di consensi, Albin Kurti. La vittoria del centro-sinistra rappresenta sicuramente una rottura rispetto ai precedenti governi, e proprio per questo potrebbe venirsi a formare un’alleanza con la Lega Democratica del Kosovo, altra forza d’opposizione nella precedente legislatura, raggiungendo dunque la maggioranza di 61 seggi su 120. La questione principale da risolvere resta naturalmente quello del rapporto con la Serbia: prima, tuttavia, sarà necessario ufficializzare la formazione del nuovo esecutivo, compito comunque non facile in una situazione frammentaria con numerosi partiti entrati in parlamento.
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