Giappone: perché Shinzō Abe vuole cambiare la Costituzione?

Primo ministro del Giappone ininterrottamente dal 2012, Shinzō Abe cova il sogno mai nascosto di modificare la Costituzione nipponica, rimasta invariata dal 1947.

Niente da fare: anche questa volta, il primo ministro del Giappone, Shinzō Abe, dovrà rimandare il suo obiettivo politico più abizioso, la modifica della Costituzione. Nonostante la schiacciante vittoria ottenuta nelle elezioni di domenica scorsa (clicca qui per saperne di più), Abe ed i suoi alleati non hanno raggiunto la maggioranza dei due terzi dei seggi, quota necessaria per apportare modifiche alla carta costituzionale nipponica. Secondo la stesa legge fondamentale, infatti, per questo fine è necessaria una maggioranza qualificata dei due terzi in entrambe le camere che compongono la Dieta giapponese, la Camera dei Consiglieri (参議院, Sangiin), la camera alta composta da 245 seggi, e la Camera dei Rappresentanti (衆議院, Shūgiin), la camera bassa che conta 465 scranni. Solo dopo il passaggio di questa prima fase, il testo emendato sarebbe sottoposto la voto popolare attraverso un referendum.

Ma per quali motivi Shinzō Abe vorrebbe tanto emendare la carta costituzionale del Giappone? A prima vista, potrebbe sembrare condivisibile il fine di apportare delle modifiche ad una Costituzione rimasta totalmente invariata dalla sua entrata in vigore, nel 1947. Il documento, inoltre, fu scritto subito dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale, quando il Paese era praticamente sotto il controllo degli Stati Uniti e del generale Douglas MacArthur. Sin dal 1952, quando il Giappone riacquistò la piena autonomia, la Costituzione è dunque al centro di un aspro dibattito, essendo considerata come figlia della volontà di una potenza straniera. La difficoltà di raggiungere la maggioranza dei due terzi in entrambe le camere, però, non ha mai permesso di passare dalle parole ai fatti, anche quando, tra il 1982 ed il 1987, il ruolo di primo ministro fu occupato da Yasuhiro Nakasone, che si attestava su posizioni decisamente favorevoli all’emendamento.

Come Nakasone, anche Abe ha dovuto fino ad ora rinunciare ai suoi programmi di modifica costituzionale. Il principale punto sul quale l’attuale primo ministro si poggia è quello della necessità, per il Giappone, di operare un riarmo. La Costituzione in vigore, infatti, prevede l’impossibilità per il Paese del Sol Levante di prendere parte ad operazioni di guerra (il rifiuto della guerra, anzi, il mancato diritto di belligeranza, è previsto dall’articolo 9). La misura fu naturalmente voluta dagli Stati Uniti per neutralizzare l’Impero Giapponese dopo gli eventi bellici della seconda guerra mondiale, ma oggi anche Washington vedrebbe di buon occhio un riarmo dell’arcipelago nipponico, divenuto nel frattempo uno dei più fedeli alleati degli Stati Uniti in Asia orientale. Il Giappone, dunque, non è più il rivale degli USA per il dominio dell’Oceano Pacifico, ma può piuttosto fungere da punto d’appoggio fondamentale nel caso di un acuirsi della crisi coreana, ma anche per continuare l’operazione di accerchiamento della Cina, che gli Stati Uniti stanno silenziosamente portando avanti nel caso di eccessive tensioni con Pechino.

Ad oggi, le uniche forze militari giapponesi sono le Jieitai, le Forze di Autodifesa, operative dal 1954 ma solo di recente ammesse a prendere parte ad alcune “missioni di pace” sotto l’egida delle Nazioni Unite. Tuttavia, alcune prove hanno dimostrato come in realtà le Jieitai abbiano preso parte a vere e proprie operazioni belliche, in particolare nel Sudan del Sud, spingendo le autorità giapponesi a ripensare il ruolo di questa istituzione militare. Le Jieitai, inoltre, hanno preso parte ad alcune operazioni internazionali al fianco dell’esercito statunitense (dal 2004, ad esempio, sono impegnate in Iraq).

L’articolo 9, che afferma che “il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano di una nazione“, resta dunque al centro di un ampio dibattito: da un lato, Abe ed i suoi sostenitori affermano che si tratterebbe di un retaggio anacronistico, e che oggi il Giappone avrebbe bisogno di un esercito in piena regola; dall’altro, molti giapponesi hanno interiorizzato nel tempo un’immagine del proprio Paese come pacifico, basato sullo sviluppo economico e tecnologico piuttosto che su quello militare. Nel 2012, addirittura, il partito di Abe, il Partito Liberal Democratico (自由民主党, Jiyū-Minshutō), frequentemente abbreviato in Jimintō (自民党) o LDP (dalla sigla inglese Liberal Democratic Party), aveva fatto circolare una bozza del nuovo testo costituzionale. La realtà, però, è un’altra, e tutti i sondaggi effettuati di recente mostrano che, nonostante il sostegno al governo di Abe, la maggioranza dei cittadini giapponesi sono contrari ad una modifica dell’articolo 9 della Costituzione.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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