
Il 6 novembre scorso è stato il giorno delle elezioni presidenziali in Tagikistan, una delle repubbliche dell’Asia Centrale sorte dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Le votazioni, alle quali ha partecipato oltre l’86% degli aventi diritto, hanno visto la schiacciante vittoria del presidente uscente, Emomalii Rahmon, con una percentuale dell’83,92%. Un risultato che lascia seri dubbi sulla democraticità delle elezioni, ancor più per chi conosce la situazione politica del Paese.
Rahmon, al potere dal 1992 e Presidente della Repubblica del Tagikistan dal 1994, è il leader incontrastato del Partito Popolare Democratico del Tagikistan (Hizbi Khalqī-Demokratī Tojikiston), la forza che ha preso il potere nel Paese dopo la fine dell’Unione Sovietica. Le elezioni sono state criticate da tutti i fronti: gli osservatori occidentali hanno denunciato la scarsa trasparenza nella campagna elettorale e durante le votazioni stesse, ma anche l’opposizione interna si è fatta sentire. Ad opporsi al governo di Rahmon, infatti, ci sono sia i comunisti dell’HKT (Hizbi Komunistii Tojikiston), che gli islamisti del Partito della Rinascita Islamica (Hizbi Nahzati Islomii Tojikiston), che come spesso avviene ha deciso di boicottare le elezioni.
Il Partito Comunista, invece, ha partecipato alla competizione elettorale affermandosi ancora una volta come seconda forza del Paese, in quanto il candidato Ismail Talbakov ha raccolto il 5,04%. Una percentuale che però è in leggero calo rispetto alle tornate precedenti, soprattutto in seguito alle misure repressive adottate dal Presidente Rahmon, così come quelle di tutte le altre forze di opposizione.
Le politiche di Rahmon, oltre ad essere criticate per la scarsa democraticità, sono infatti celebri per essere fortemente repressive verso gli oppositori politici e le minoranze etniche, nonché fortemente anti-russe. Basti pensare che nel 2007 fu promulgata una legge che vietava i nomi ed i cognomi di origine slava, con il fine di riscoprire le radici e la cultura tagika: lo stesso capo dello stato cambiò il proprio nome da Imomali Rahmanov ad Emomalii Rahmon, obbligando naturalmente tutti i quasi otto milioni di tagiki a fare lo stesso.
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