
Le elezioni del 14 giugno hanno incoronato il leader dell’Associazione dei Chierici Militanti(Jame’e-ye Rowhaniyat-e Mobarez), Hassan Rouhani, come erede di Mahmoud Ahmadinejadalla presidenza della Repubblica Islamica dell’Iran. Il neoeletto Rouhani entrerà in carica il 3 agosto prossimo.
La tornata elettorale ha visto un’affluenza alle urne del 72,70% (quasi 37 milioni di persone) ed il 50,71% dei votanti ha scelto Rouhani. Il responso è stato quello di una vittoria netta, che ha reso inutile il secondo turno, tant’è che il suo rivale più vicino, il sindaco di Tehran, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha raccolto solamente il 16,56 % dei consensi. Non ha partecipato alle elezioni Ahmadinejad, avendo raggiunto il limite di due mandati previsto dalla costituzione iraniana.
Al contrario di quanto avvenuto spesso nella storia recente dell’Iran, i sette candidati sconfitti si sono immediatamente congratulati con il vincitore Rouhani. Ad ogni modo, l’eredità di Ahmadinejad non sarà facile da raccogliere: molto osteggiato in occidente, il presidente uscente suscita pareri contrastanti in patria, dividendo il Paese tra arditi sostenitori e nemici giurati. Quello che di certo non cambierà sarà l’impostazione teocratica dello stato iraniano, infatti il 64enne Rouhani è stato sin da giovane uno dei principali seguaci dell’Ayatollah Khomeini. Rouhani è poi divenuto noto in tutto il mondo soprattutto per la sua attività di mediatore con la comunità internazionale riguardo il delicato tema del programma nucleare iraniano tra il 2003 ed il 2005.
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