Lettonia: vicina la formazione del nuovo esecutivo
Con oltre tre mesi di ritardo rispetto alle elezioni di ottobre, la Lettonia dovrebbe votare la fiducia al nuovo esecutivo mercoledì 23 gennaio.
Con oltre tre mesi di ritardo rispetto alle elezioni di ottobre, la Lettonia dovrebbe votare la fiducia al nuovo esecutivo mercoledì 23 gennaio.
Con due giorni di ritardo rispetto a quanto inizialmente annunciato, la Svezia ha ufficializzato la formazione del secondo governo guidato dal socialdemocratico Stefan Löfven.
Per la prima volta nella sua storia, l’Andalusia avrà un governo di centro-destra, oltretutto con il sostegno della forza di estrema destra nostalgica del franchismo Vox. Venerdì 18 gennaio si insedierà infatti l’esecutivo regionale guidato dall’ex senatore popolare Juan Manuel Moreno.
Se tutto andrà come previsto, mercoledì 16 gennaio la Svezia dovrebbe avere un nuovo governo, con ben quattro mesi di ritardo rispetto allo svolgimento delle elezioni legislative. Il parlamento sarà chiamato a votare la fiducia nei confronti del premier uscente Stefan Löfven, che è riuscito a trovare un accordo con le forze di centro.
Il governo soi-disant “del cambiamento” ha promesso fuoco e fiamme su tanti fronti, ma in realtà si trova in perfetta continuità con quelli precedenti, in particolare per quanto riguarda la politica estera. Pur affermando, a parole, di voler perseguire un’apertura verso la Russia, l’esecutivo continua invero ad essere perfettamente genuflesso agli interessi di Washington.
Quello che il continente europeo sta vivendo è indubbiamente uno dei momenti più difficili nella sua storia politica. Basta guardare al numero di governi che cadono, rischiano di cadere o faticano a formarsi dopo le elezioni, tutti fenomeni che hanno caratterizzato l’anno che sta per concludersi, che possiamo considerare come il culmine di una crisi politica già iniziata in precedenza.
Si è conclusa l’ultima appendice delle elezioni amministrative in Russia, con la ripetizione delle votazioni nel Krai di Primor’ nella giornata del 16 dicembre. La tornata elettorale ha effettivamente avuto luogo il 9 ed il 23 settembre per quasi tutti i territori che compongono la Federazione Russa: in quell’occasione, i risultati videro il netto calo del partito Russia Unita (in russo: Единая Россия, Edinaja Rossija), la formazione che di fatto appartiene al presidente Vladimir Putin, anche se il capo di Stato, obbligato costituzionalmente alla neutralità, ha lasciato ufficialmente le redini del tutto al fido Dmitrij Medvedev.
Il referendum è lo strumento di democrazia diretta più importante tra quelli previsti dalla maggioranza dei Paesi occidentali. Trattandosi di democrazie rappresentative, il volere dei cittadini resta spesso nel dimenticatoio nei cinque anni che separano una tornata elettorale e l’altra, ma i padri costituenti di quasi tutti gli Stati che si autodefiniscono democratici hanno inserito questo strumento, che può essere utilizzato in vari ambiti a seconda di quanto previsto dalla Costituzione dei vari Paesi. Negli ultimi anni, abbiamo però assistito ad una serie di esiti referendari che sono stati disattesi, in particolare quelli riguardanti i rapporti tra gli Stati membri e l’Unione Europea.
Per la prima volta della sua giovane storia, l’Armenia è andata alle elezioni anticipate, causate dalla caduta del governo di Serž Sargsyan in seguito alla cosiddetta rivoluzione di velluto armena, avvenuta nella primavera di quest’anno. A guidare la rivolta è stato il principale leader dell’opposizione, Nikol Pashinyan, che ha assunto la carica di primo ministro ad interim l’8 maggio, venendo poi consacrato dal voto popolare nella giornata di domenica 9 dicembre. L’affluenza alle urne, in netto calo, è stata pari al 48.63%.
È oramai circa un mese che le strade di Francia sono travolte dal movimento dei “Gilets Jaunes”, il fronte di protesta nato inizialmente per fronteggiare la minaccia di un aumento delle accise sui carburanti, ma poi allargatosi a rivendicazioni sociali molto più ampie, abbracciando il sistema di tassazione nel suo complesso, nonché la richiesta di retribuzioni più elevate ed in generale perorando la causa di una distribuzione più equa delle ricchezze.