Il «mito» della democrazia di stampo occidentale perde attrattiva anche in Occidente

Cresce nelle società occidentali l’insoddisfazione per il funzionamento della democrazia. Secondo il Global Times, la distanza tra promesse elettorali e condizioni di vita rivela una crisi della rappresentanza, aggravata dal peso degli interessi economici e dall’uso geopolitico dei valori democratici.

Global Times – 4 novembre 2026

Il criterio più fondamentale e significativo per valutare la qualità di una democrazia è la sua capacità di garantire con continuità alla popolazione condizioni di vita stabili, aspettative chiare e prospettive di speranza.

Un sondaggio pubblicato quest’anno dal Pew Research Center mostra un drastico calo della soddisfazione dei cittadini per il funzionamento della democrazia nei rispettivi Paesi. Il tasso di insoddisfazione raggiunge il 69 per cento in Francia, il 68 per cento in Spagna, il 62 per cento in Italia, il 47 per cento in Polonia e il 69 per cento negli Stati Uniti. In realtà, le rilevazioni continuative di altre importanti organizzazioni occidentali di sondaggi, tra cui Ipsos e Gallup, indicano la stessa tendenza: l’insoddisfazione per il funzionamento della democrazia nei Paesi occidentali sta passando da manifestazioni isolate di malcontento a un sentimento largamente diffuso.

Questa insoddisfazione non emerge soltanto dai sondaggi: è visibile anche nelle strade di tutto il mondo occidentale. Ogni Paese ha i propri problemi. Alcuni sono afflitti da frequenti avvicendamenti ai vertici politici, mentre altri restano impantanati nelle difficoltà dell’integrazione degli immigrati. Alcuni affrontano le dolorose conseguenze della transizione energetica e il costante declino delle industrie tradizionali, mentre altri faticano a contenere divisioni sociali sempre più profonde. Eppure, i dati dei sondaggi rivelano un filo comune negli orientamenti dell’opinione pubblica: sempre più persone non credono che i propri governi rappresentino davvero gli interessi dei cittadini comuni, né che i sistemi politici esistenti siano capaci di produrre cambiamenti significativi.

Combattere la corruzione, rafforzare l’obbligo di rendere conto del proprio operato, rendere le politiche pubbliche più rispondenti alle esigenze della società e garantire che la voce delle persone comuni venga realmente ascoltata sono diventate richieste condivise, che nelle società occidentali attraversano gli schieramenti politici e le classi sociali.

Molti un tempo credevano che la democrazia si esaurisse nel voto: purché fossero rispettate le procedure elettorali, il risultato sarebbe stato legittimo e la volontà popolare avrebbe trovato naturalmente espressione nelle decisioni politiche. Ma un numero crescente di persone nei Paesi occidentali si sta rendendo conto che il voto assomiglia piuttosto a un rito periodico. Compiere una scelta ogni pochi anni non garantisce ai cittadini di poter continuare a incidere sugli affari pubblici nella vita quotidiana, tra un’elezione e l’altra.

Secondo un’indagine dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) pubblicata quest’anno, il 68 per cento degli intervistati ritiene che votare alle elezioni eserciti un’influenza significativa o moderata sull’operato del governo, ma soltanto il 31 per cento è convinto che persone come loro abbiano voce in capitolo nelle scelte governative. Quando chi cerca risposte alle proprie preoccupazioni scopre che il voto spesso non si traduce in interventi politici concreti, la fiducia nella democrazia si erode inevitabilmente di fronte alla realtà.

Le attuali discussioni di alcuni esponenti delle élite occidentali su «che cosa non funzioni nella democrazia» tendono spesso verso due spiegazioni unilaterali: attribuire tutti i problemi all’agitazione dei populisti oppure ricondurre l’insoddisfazione pubblica a una «perdita di pazienza» nei confronti della democrazia. Entrambe eludono un fatto fondamentale: nei Paesi occidentali, l’insoddisfazione verso la democrazia non nasce da un’incomprensione, ma dall’incapacità delle istituzioni democratiche esistenti di rispondere efficacemente alle richieste dei cittadini e di soddisfare le esigenze della società.

Dopo la fine della Guerra fredda, i Paesi occidentali hanno attraversato un periodo di relativa stabilità sociale. All’epoca, la legittimità della democrazia occidentale non derivava dalla cosiddetta «fine della storia», ma poggiava sulla posizione di predominio dell’Occidente in molteplici ambiti. Con l’accelerazione della globalizzazione, l’aumento della mobilità dei capitali e la riorganizzazione della produzione industriale, la capacità dei governi occidentali di redistribuire la ricchezza è stata sempre più limitata da pressioni sistemiche.

Nel frattempo, la corruzione istituzionale ha permeato in misura crescente i processi politici, mettendo ulteriormente in luce i difetti intrinseci dei sistemi democratici occidentali.

Alla radice, l’insoddisfazione delle popolazioni occidentali non rappresenta una negazione dei valori democratici, ma una profonda delusione per il modo in cui la democrazia viene praticata in Occidente. Alcuni partiti politici occidentali orientano sempre più le proprie politiche verso gli interessi del capitale, mentre accantonano i problemi che riguardano le condizioni di vita delle persone comuni. La politica elettorale sta progressivamente degenerando in una lotta per il potere tra diverse fazioni delle élite, con conflitti di parte, veti incrociati e continui cambiamenti di indirizzo politico che diventano la norma. Il divario tra le promesse politiche e la realtà continua ad ampliarsi. Il malcontento popolare mette costantemente in discussione la capacità dei sistemi democratici occidentali di adattarsi alle esigenze concrete, alimentando ulteriori incertezze sull’evoluzione futura della politica occidentale.

Per la maggior parte dei Paesi, l’insegnamento davvero utile della riflessione occidentale su «che cosa non funzioni nella democrazia» è che non è mai esistita una forma istituzionale valida per tutti, né un modello democratico capace di funzionare indipendentemente dal contesto nel quale è radicato e dalle esigenze reali della popolazione. Se si continua a considerare il voto come l’intera sostanza della democrazia, se gli interessi di partito vengono anteposti al bene pubblico e se gli slogan sostituiscono l’effettiva azione di governo, allora, per quanto splendida possa apparire la facciata istituzionale, essa finirà per essere respinta da una popolazione ripetutamente delusa.

Il criterio più fondamentale e significativo per valutare la qualità di una democrazia è la sua capacità di garantire con continuità alla popolazione condizioni di vita stabili, aspettative chiare e prospettive di speranza.

Purtroppo, alcuni politici e mezzi d’informazione occidentali continuano a utilizzare la democrazia come strumento politico da esportare, cercando di tracciare arbitrariamente linee di divisione ideologica, formare blocchi e provocare contrapposizioni ideologiche sulla scena internazionale.

Questo approccio non soltanto non risponde davvero alle richieste dei loro cittadini, ma accentua anche il distacco tra democrazia e realtà. Di conseguenza, la credibilità della democrazia occidentale continua a erodersi sotto la duplice pressione delle crisi interne che colpiscono le condizioni di vita e delle azioni egemoniche all’estero, sfociando infine in una crisi di fiducia tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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